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Buoni spesa Covid-19: come regolarsi con l’Iva?

12 Maggio 2020
Buoni spesa Covid-19: come regolarsi con l’Iva?

Come da convenzione col comune, accetto in pagamento per la vendita di prodotti alimentari, buoni spesa. La convenzione prevede che a seguito presentazione del buono, io rilasci scontrino definito “a credito” con corrispettivo non incassato, quindi il Comune mi corrisponderà il corrispettivo dietro presentazione di fattura in modalità elettronica con split istituzionale.

Essendo il momento impositivo quello di consegna del bene, non ha nessun rilievo che scontrino sia “a credito”, per cui si genererebbe una duplicazione di Iva con la successiva emissione della fattura, che non ha per oggetto la cessione di beni ma il pagamento del corrispettivo per una vendita di beni ad aliquote diverse.

Si chiede cosa indicare nella fattura come natura della prestazione per evitare che la vendita sconti l’iva sia all’atto di emissione scontrino che all’atto emissione della fattura.

La questione posta è assai attuale ed interessante. A seguito dell’emergenza sanitaria da Covid-19, infatti, l’articolo 2, comma 4, dell’Ordinanza del Capo della Protezione civile n. 658/2020, ha stabilito (quale misura di aiuto e sostegno per le fasce più deboli) che ciascun Comune è autorizzato all’acquisizione, in deroga al D. Lgs. 50/2016:

  • di buoni spesa utilizzabili per l’acquisto di generi alimentari presso gli esercizi commerciali contenuti in apposito elenco pubblicato da ciascun comune;
  • di generi e prodotti di prima necessità.

Le scelte applicative dei Comuni sono discrezionali e vanno in deroga alle previsioni di cui al Codice degli appalti.

Può optarsi, infatti, per l’acquisto di strumenti tipo “buoni pasto” (di ampia spendibilità locale), per convenzioni con esercizi commerciali o si può procedere per l’acquisto diretto di generi alimentari e relativa distribuzione.

Diversi Comuni, in prevalenza di medie e piccole dimensioni, si sono orientati (o si stanno orientando) alla “emissione diretta” di documenti del tipo “buoni spesa”, spendibili presso gli esercizi commerciali di generi alimentari, resisi disponibili a questo tipo di collaborazione.

Questa modalità, pur non espressamente prevista e normata all’interno della citata Ordinanza, è parsa immediatamente certamente ammissibile, anche in risposta alle esigenze di celerità e flessibilità per l’utilizzo del contributo.

Frequenti, però, sono state da subito le incertezze circa il regime fiscale (e, in particolare, il regime Iva) al quale si possa fare riferimento, anche al fine di assicurare la necessaria semplicità nella realizzazione di un intervento che ha tutti i caratteri della massima urgenza.

Dal lato fiscale, infatti, quando vi è (come nel caso indicato) l’emissione “diretta” di buoni alimentari per la spesa, l’esercizio commerciale si obbliga ad accettare il buono come corrispettivo di una cessione di beni. In tal caso, il documento si viene a configurare come un voucher multiuso (in linea con quanto previsto dall’art. 6-quater del DPR n. 633 del 1972).

E’ evidente che, nel caso che ci occupa, il beneficiario acquista direttamente i generi alimentari, ma è l’Ente locale che regola dal punto di vista finanziario l’operazione, attraverso il pagamento – previa presentazione da parte dell’esercente – dei buoni trattenuti dal beneficiario cui sono allegati gli scontrini giustificativi dell’operazione.

Da ciò consegue che l’Iva – per i buoni spesa – si applica solo al momento del riscatto, ovvero quando il buono viene consegnato al negoziante (che si configura come “cedente”) dal cittadino indigente, in luogo del pagamento in denaro.

L’imponibile dell’operazione, infatti, é dato dall’importo pagato per ottenere il buono, o, se tale informazione manca, dal valore monetario indicato sul buono spesa, in entrambi i casi previo scorporo dell’Iva.

Dal punto di vista concreto ed operativo, pare opportuno che nel caso specifico ventilato:

  • al momento della vendita si dovrà emettere lo scontrino elettronico/documento commerciale “non riscosso”;
  • si effettuerà (ove possibile) una doppia stampa dello scontrino, in modo da tenere agli atti copia di tutti gli scontrini riferiti ai buoni spesa del Comune;
  • il Comune darà il corrispettivo dietro presentazione di fattura in modalità elettronica.

Nel registro prima nota corrispettivi, poi, dovranno essere evidenziate le vendite a credito riferite ai buoni spesa del Comune in una distinta colonna, in modo da avere un dettagliato riscontro.

Non si pone il problema del rischio “duplicazione” Iva, poiché sarà emessa una fattura elettronica PA (operazione fuori campo Iva art. 2 comma 3 lett.a) – codice N2), dettagliando nel corpo della fattura singolarmente gli scontrini a cui essa si riferisce.

In generale, però, si consideri peraltro che la tipologia di documento fiscale che, in generale, il negoziante dovrà emettere nei confronti del Comune per la riscossione del proprio credito va necessariamente verificata e concordata per ogni singolo Comune, in base a quanto deliberato e concordato dallo stesso.

Trattandosi di operazioni “fuori campo Iva”, infatti, la normativa prevede la non obbligatorietà di emissione di fattura elettronica.

Non si tratta del caso prospettato, ma è evidente che il Comune interessato avrebbe anche potuto semplicemente chiedere al negoziante una nota di debito cartacea “fuori campo Iva art. 2 comma 3 lett.a)”, con riporto nella stessa del dettaglio degli scontrini non riscossi a cui la stessa si riferisce (o, in alternativa, il numero dei buoni spesa cartacei emessi dal Comune).

E’ opportuno comunque rammentare che l’IFEL (Istituto per la Finanzia e l’Economia Locale) ha evidenziato come sia oltremodo opportuno che i Comuni:

  • indichino espressamente sul buono che si tratta di un voucher multiuso, emesso secondo l’articolo 6-quater del Dpr 633/1972 (ciò al fine di attestare che la transazione avviene, sotto il profilo fiscale, tra l’esercente e il beneficiario del voucher/buono);
  • indichino sul buono stesso le condizioni generali per il suo utilizzo (es. il riferimento ai prezzi di vendita esposti, il fatto che non si possa erogare resto, la durata non superiore ai 10 gg. al fine di evitare tentativi di contraffazione, modalità di sostituzione in caso di smarrimento dello stesso, termine di pagamento da parte dell’Ente locale, ecc…).

L’iter sopra descritto, comunque, garantisce dall’eventuale rischio della duplicazione d’imposta e pone al riparo da ogni e qualsivoglia pregiudizio.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avvocato Marco Sansone


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