Coronavirus: quanto è valido il test sierologico

12 Maggio 2020 | Autore:
Coronavirus: quanto è valido il test sierologico

Come vengono fatti gli esami sui campioni di sangue alla ricerca degli anticorpi? Quanto sono affidabili? Possono dirci se e quanto restiamo immuni?

Saranno uno degli strumenti da utilizzare, insieme ai tamponi, in questa fase dell’emergenza coronavirus per tenere monitorata la curva dei contagi. Di test sierologici, su cui alcune Regioni si erano fatte avanti nel tentativo di capire la percentuale di popolazione immune al Covid, ce ne sono, però, diverse decine. Diversi tra loro per la rapidità con cui ottenere il risultato, per l’affidabilità dell’esito e, naturalmente, per il costo (si parte da un minimo di circa 5 euro). La velocità ed il costo sono aspetti non trascurabili ma, tutto sommato, affrontabili. È l’altro l’elemento su cui c’è l’interrogativo più importante: quando è valido il test sierologico in termini di affidabilità?

C’è da premettere che nessuno di questi test è preciso al 100%, ma il risultato è tanto più credibile quanto sia qualificato il laboratorio che l’ha validato prima di metterlo in commercio. È questa la chiave.

Facciamo un passo indietro e vediamo come funziona un test sierologico. L’esame viene fatto su un campione di sangue per identificare due tipi di anticorpi: gli IgM, che sono quelli in grado di «scattare» non appena nel nostro organismo comincia a circolare una nuova infezione, e gli IgG. Questi ultimi anticorpi si sviluppano quando i primi non vengono più prodotti e garantiscono al nostro corpo una protezione più lunga nel tempo, sempre che vengano neutralizzati.

Individuati gli anticorpi, bisogna interpretarli, cioè riuscire a «leggerli» e a capire che cosa ci dicono. Il che, ovviamente, non è semplice. L’ostacolo principale è quello di non riuscire a dire esattamente quale livello o titolo di anticorpi serve a proteggere da una seconda infezione e neanche per quanto tempo. Insomma, è complicato stabilire con assoluta certezza se una persona è effettivamente immune o corre ancora qualche rischio. E se lo corre, da quando, cioè per quanto tempo gli anticorpi sono in grado di proteggerla.

Ad «arricciare il riccio», un’altra considerazione fatta dagli esperti: gli anticorpi non si comportano allo stesso modo in ogni persona, ma non è detto (e non è detto nemmeno il contrario) che questo possa influire sull’immunità. Insomma, interpretare quello che gli anticorpi tentano di dirci è tutt’altro che facile e per avere delle certezze concrete sono necessarie altre indagini.

L’esperienza in campo scientifico con gli altri virus dice che chi sviluppa gli anticorpi è in grado di reggere ad una seconda ondata. C’è da sperare, però, che abbia ragione il famoso virologo Anthony Fauci, a capo dell’Istituto nazionale per le allergie e le malattie infettive degli Stati Uniti (poco gradito ultimamente al presidente Donald Trump) quando dice: «È ragionevole supporre che questo virus non stia mutando molto e chi si è infettato ora, dovrebbe essere protetto qualora il virus si ripresentasse il prossimo febbraio». Già, perché «Covid» tornerà, o forse non ci abbandonerà molto presto, di questo sono tutti convinti. Ecco, quindi, che occorre fare il più in fretta possibile per perfezionare la tecnica del test ed arrivare ad avere quanto prima tutte le certezze sui risultati.



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