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Ricevimento di pessima qualità: si può non pagare?

12 Maggio 2020
Ricevimento di pessima qualità: si può non pagare?

Insoddisfatti per il banchetto: va comunque pagato il ristorante?

Il gusto è soggettivo: difficile fare causa a un ristorante – e pretendere di vincerla – solo perché il piatto che ti è stato servito il sabato sera non era di tuo gradimento e, per questo, hai sprecato la serata e l’occasione di mangiare in un locale migliore. Ma quando prenoti un ricevimento e paghi svariate migliaia di euro, pretendi che tutto sia impeccabile. In tal caso quali armi di difesa ha un cliente insoddisfatto per la qualità del servizio e delle vivande servite agli ospiti in occasione di un banchetto di nozze, di una comunione, di un battesimo? In caso di ricevimento di pessima qualità, si può non pagare?

La risposta è contenuta in una recente ordinanza firmata dalla Cassazione [1]. Per comprendere meglio il senso della pronuncia facciamo un esempio pratico.

Mettiamoci nel caso di una giovane coppia di sposi che, all’indomani del ricevimento, contesti verbalmente al titolare del locale il fatto che la pasta era poca, il pesce cucinato male, la frutta acerba; che il buffet dei dolci non era poi così variegato e che il vino era di pessima qualità. Si tratta di un’occasione mancata, peraltro irripetibile. Poi si sa: certi ospiti sono molto abili a trovare il pelo nell’uovo, specie quando si deve criticare. Comprensibile allora che i festeggiati vogliano fare bella figura, tanto più se hanno pagato caro il banchetto. 

Ma è possibile una contestazione del genere? Si può non pagare per il ricevimento di pessima qualità e soprattutto come dimostrare che la prestazione non soddisfaceva le aspettative?

Termine per contestare la qualità del ricevimento

Se sei insoddisfatto per il banchetto e non intendi pagare il ristorante devi contestare l’adempimento entro 60 giorni dalla sua esecuzione. La contestazione deve avvenire per iscritto, con lettera raccomandata a.r. o con posta elettronica certificata in modo da mantenere la prova dell’invio. È quindi irrilevante la “denuncia” fatta a voce all’indomani del ricevimento perché non può essere dimostrata.

Lo prescrive l’articolo 1667 del codice civile a norma del quale «Il committente deve, a pena di decadenza, denunziare all’appaltatore le difformità o i vizi entro sessanta giorni dalla scoperta. La denunzia non è necessaria se l’appaltatore ha riconosciuto le difformità o i vizi o se li ha occultati».

Questa norma, sottolinea la cassazione, è applicabile anche al caso che qui ci interessa, quello cioè del ricevimento di pessima qualità.

Quale contratto con il ristoratore?

Il contratto concluso tra i clienti e il titolare del ristorante costituisce un esempio di contratto di cosiddetto banqueting, diffuso nella prassi. Con esso un imprenditore, di solito un ristoratore, dietro corrispettivo, assume, mediante organizzazione dei mezzi necessari (locali, personale, cibo e bevande) e a proprio rischio, la realizzazione di un evento – nel caso in esame un banchetto in occasione delle nozze – in favore di un altro soggetto. Si tratta di un contratto “atipico” (ossia non disciplinato dalla legge ma la cui regolamentazione è rimessa all’autonomia delle parti). 

Esso presenta caratteri tipici dell’appalto e della vendita. 

Si può non pagare il ristorante se il banchetto è insoddisfacente?

Secondo la Cassazione, la scarsa soddisfazione manifestata dai freschi sposi per il ricevimento ritenuto da loro non all’altezza non è elemento sufficiente per parlare di “danno morale” e per obbligare, di conseguenza, il ristoratore a provvedere ad un adeguato risarcimento.

In sostanza, non è sufficiente una generica contestazione o l’insoddisfazione manifestata da qualche invitato per «la scarsa qualità del cibo e del servizio». Serve invece una prova forte e concreta per avallare la richiesta di risarcimento. Prova che, ovviamente – anche se questo la Corte non lo dice, né potrebbe dirlo – è quantomai difficile proprio perché, come anticipato in apertura, il gusto è soggettivo. 

Alla luce di ciò, le uniche contestazioni sollevabili contro il ristorante dovranno fondarsi non sulla preparazione dei cibi, ma sulla loro qualità e caratteristiche (ad esempio: pesce congelato anziché fresco per come promesso; panna guasta e acida; intossicazioni dovuti alla conservazione delle vivande, ecc.).


note

[1] Cass. ord. n. 26485/19 del 17.10.2020.

Autore immagine: it.depositphotos.com

Corte di Cassazione, sez. II Civile, ordinanza 6 marzo – 17 ottobre 2019, n. 26485

Presidente Manna – Relatore Besso Marcheis

Premesso che

1. Con atto di citazione del 9/4/2004 i coniugi Ro. Ac. e An. Fi. proponevano opposizione al decreto n. (omissis)/2004, con cui il Tribunale di Sassari aveva loro ingiunto il pagamento di Euro 17.700 in favore della società Scoglio Lungo s.r.l., a titolo di corrispettivo per la realizzazione del ricevimento di nozze (svoltosi il 30 agosto 2003); i coniugi lamentavano il grave inadempimento della società opposta stante la pessima qualità del cibo e del servizio offerti, chiedendo con domanda riconvenzionale di dichiarare la risoluzione del contratto e di condannare la società al risarcimento del danno non patrimoniale. Scoglio Lungo s.r.l. si costituiva in giudizio, eccependo la decadenza dal diritto di garanzia per la mancata tempestiva denuncia dei vizi e in ogni caso contestando la fondatezza dell’opposizione.

Con sentenza n. 608/2013 il Tribunale di Sassari accertava il parziale inadempimento della società opposta e per l’effetto condannava gli opponenti, in solido tra loro, al pagamento di un terzo della somma pattuita, ossia Euro 5.900, e rigettava la domanda di risarcimento del danno non patrimoniale degli opponenti.

2. Avverso la sentenza proponeva appello Scoglio Lungo s.r.l., anzitutto lamentando il mancato rilievo della tardiva denuncia dei vizi, con conseguente decadenza dei coniugi Ac. dal diritto di garanzia ex art. 1495 c.c.. I coniugi Ac. proponevano a loro volta appello incidentale, impugnando la sentenza di primo grado nella parte in cui aveva respinto la domanda di risarcimento del danno.

Con sentenza 9 gennaio 2015, n. 11, la Corte d’appello di Sassari, dopo avere preliminarmente qualificato il contratto intervenuto tra le parti come contratto di banqueting, in accoglimento dell’appello principale dichiarava la tardività della denunzia dei vizi, proposta dai coniugi oltre il termine di sessanta giorni di cui all’art. 1667, comma 2 c.c., ritenuto applicabile al caso di specie e, per l’effetto, confermava il decreto opposto; rigettava l’appello incidentale.

3. Contro la sentenza ricorrono per cassazione Ro. Ac. e An. Fi..

Resiste con controricorso la società Scoglio Lungo s.r.l.

Considerato che

I. Il ricorso è articolato in due motivi.

a) Il primo motivo lamenta violazione e falsa applicazione di norme di diritto ex art. 360, comma 1, n. 3, c.p.c. per avere la Corte d’appello erroneamente applicato l’art. 1667 c.c., ritenendo che l’oggetto della prestazione ricadesse nell’ambito del contratto di appalto; il contratto concluso tra le parti, di banqueting, è invece contratto atipico disciplinato dall’art. 1322, comma 2 c.c., a cui non può che applicarsi la disciplina generale dei contratti e non anche quella dei contratti tipici, quali il contratto d’appalto o la vendita di cose, così che l’unico rimedio poteva essere la risoluzione del contratto per inadempienza grave ed esclusiva dell’altro contraente, con diritto dei ricorrenti di non corrispondere il prezzo e di essere risarciti dei danni.

Il motivo è infondato. Come precisa il giudice d’appello, il contratto concluso tra le parti costituisce un esempio di contratto di cd. banqueting, diffuso nella prassi, nel quale un imprenditore, di solito un ristoratore, dietro corrispettivo, assume, mediante organizzazione dei mezzi necessari (locali, personale, cibo e bevande) e a proprio rischio, la realizzazione di un evento – nel caso in esame un banchetto in occasione delle nozze – in favore di un altro soggetto. Si tratta, come deducono i ricorrenti, di un contratto atipico (la cui conclusione è prevista dall’ordinamento, cfr. l’art. 1322, comma 2 c.c.), dal carattere misto, che presenta elementi propri di più contratti tipici, anzitutto l’appalto e la vendita. Il carattere atipico-misto del contratto in esame non comporta però – come sostengono i ricorrenti – che nessuna disciplina dei contratti tipici trovi ad esso applicazione. Come hanno sottolineato le sezioni unite di questa Corte, “in tema di contratto misto, la relativa disciplina giuridica va individuata in quella risultante dalle norme del contratto tipico nel cui schema sono riconducibili gli elementi prevalenti (cosiddetta teoria dell’assorbimento o della prevalenza)” (Cass., sez. un., n. 11656/2008). Correttamente, pertanto, il giudice d’appello ha ritenuto, in base appunto alla teoria dell’assorbimento, applicabile la disciplina giuridica del contratto, l’appalto di servizi, al cui schema causale erano in prevalenza riconducibili gli elementi del contratto concluso tra le parti (preparazione delle pietanze, servizio ai tavoli e buffet, organizzazione della serata musicale).

b) Il secondo motivo denuncia violazione e falsa applicazione di norme di diritto ex art. 360, comma 1, n. 3, c.p.c, per avere la Corte d’appello negato la sussistenza in re ipsa del danno non patrimoniale lamentato dai ricorrenti, quando invece, nel caso in esame, la prova del danno non patrimoniale sarebbe intrinseca alla dimostrazione dell’inadempimento, analogamente a quanto si afferma per il danno da cd. vacanza rovinata, ipotesi questa rispetto alla quale, in via subordinata, i ricorrenti chiedono a questa Corte di sollevare questione di legittimità costituzionale in relazione agli artt. 2 e 3 Cost. Il motivo è infondato. Il giudice d’appello, nel confermare la decisione di primo grado di rigetto della domanda risarcitoria perché infondata e priva di riscontro probatorio nell’an e nel quantum, ha seguito l’orientamento di questa Corte secondo cui “il danno non patrimoniale, con particolare riferimento a quello cd. esistenziale, non può essere considerato in re ipsa, ma deve essere provato secondo la regola generale dell’articolo 2697 c.c., dovendo consistere nel radicale cambiamento di vita, nell’alterazione della personalità e nello sconvolgimento dell’esistenza del soggetto; ne consegue che la relativa allegazione deve essere circostanziata e riferirsi a fatti specifici e precisi, non potendo risolversi in mere enunciazioni di carattere generico, eventuale e ipotetico” (così, da ultimo, Cass. 28742/2018). Manifestamente infondata è poi la questione di legittimità costituzionale prospettata dai ricorrenti, dato che il danno non patrimoniale da “vacanza rovinata”, secondo quanto espressamente previsto in attuazione della direttiva n. 90/314/CEE, costituisce uno dei casi previsti dalla legge, ai sensi dell’art. 2059 c.c., di pregiudizio risarcibile, rispetto al quale, comunque, “spetta al giudice di merito procedere alla valutazione della domanda risarcitoria alla stregua dei generali precetti di correttezza e buona fede e alla considerazione dell’importanza del danno, fondata sul bilanciamento, per un verso, del principio di tolleranza delle lesioni minime e per l’altro, della condizione concreta delle parti” (Cass. 17724/2018). II. Il ricorso va quindi rigettato.

Le spese, considerata la novità della tipologia di contratto oggetto di causa, vengono compensate tra le parti.

Ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater, del D.P.R. n. 115/2002, si dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte dei ricorrenti dell’importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso a norma del comma 1-bis dello stesso art. 13.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e compensa tra le parti le spese del presente giudizio.

Sussistono, ex art. 13, comma 1-quater del D.P.R. n. 115/2002, i presupposti per il versamento da parte dei ricorrenti dell’importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso.


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