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Investimento pedone

13 Maggio 2020
Investimento pedone

Incidenti stradali: quando l’automobilista è responsabile per aver investito un passante, fuori o sulle strisce. Il concorso di colpa. 

Il tema dell’investimento del pedone è sempre oggetto di chiarimenti giurisprudenziali. La Cassazione si è più volte pronunciata in merito alla responsabilità dell’automobilista e all’eventuale concorso di colpa di chi attraversa la strada di fretta, senza guardare e prestare attenzione ai veicoli in transito. 

Il punto da cui partire è però la presunzione di colpa dell’automobilista che può essere vinta solo se questi riesce a dimostrare che l’incidente si è verificato per caso fortuito, ossia per un evento imprevedibile e inevitabile. Di qui l’ineluttabile conseguenza: non basta rispettare i limiti di velocità per non essere responsabili – civilmente e penalmente – per l’investimento del pedone. L’automobilista infatti deve prefigurarsi anche le altrui violazioni del Codice della strada e porsi nella condizione di evitare ogni impatto, specie coi pedoni. Solo laddove tale dovere di prudenza venga rispettato, non si configurerà alcuna responsabilità. 

In mezzo a questi due estremi ci stanno numerosi casi di concorso di colpa, dove al pedone viene imputata solo una parte di responsabilità per aver attraversato fuori dalle strisce, o di notte in una strada poco illuminata e a rapido scorrimento, oppure mentre guardava il cellulare.

Cerchiamo di fare il punto della situazione alla luce delle più recenti sentenze.

Investimento pedone fuori dalle strisce

Il pedone può attraversare fuori dalle strisce solo se le più vicine distano oltre 100 metri. In tali casi deve attraversare la strada in senso longitudinale e non obliquo. 

Il pedone che viene investito fuori dalle strisce ha ugualmente diritto al risarcimento del danno; nello stesso tempo, l’automobilista risponde del reato di lesioni o di omicidio stradale. Ciò perché è compito del conducente moderare la velocità tenendo conto delle eventuali infrazioni al Codice della strada che possono essere commesse da altri utenti. L’automobilista deve porsi nella condizione di frenare in qualsiasi momento, specie nei centri urbani o nelle strade con i marciapiedi ai lati.

Solo laddove la presenza del pedone si sia posta sul più bello, senza dare alcuna possibilità di arresto dell’auto, viene esclusa la responsabilità dell’automobilista.

Ben potrebbe essere concesso, in tali ipotesi, il concorso di colpa. Ma deve risultare che la condotta del pedone abbia contribuito all’incidente. È il caso di chi attraversa una strada a rapida percorrenza di notte, fuori dalle strisce, e in un luogo scarsamente illuminato. Laddove risulti la distrazione del conducente o l’eccesso di velocità, la responsabilità delle parti sarà graduata secondo una percentuale decisa dal giudice.

Investimento pedone e limite di velocità

Rispettare il limite di velocità non salva l’automobilista dall’investimento del pedone. Questi infatti, come già detto, deve avere gli occhi puntati sulla strada e porsi nella condizione di frenare per tempo. Questo significa che potrebbe essere necessario tenere una velocità ancora inferiore ai limiti, specie nelle zone attraversate da pedoni, in prossimità dei centri urbani, dei centri commerciali, delle fermate dell’autobus, delle scuole o delle palestre.

Il conducente deve poi considerare una serie di altri elementi che potrebbero imporgli di ridurre la velocità rispetto ai limiti consentiti: la visibilità della strada (si pensi in prossimità di una curva, un incrocio, lo stop di un mezzo pubblico), le condizioni climatiche (si pensi a una giornata di pioggia in cui frenare risulta più difficoltoso), le condizioni di visibilità (si pensi di notte a una strada ove non sono presenti lampioni o all’uscita di una galleria o in prossimità di dossi).

Per la Cassazione [1] esiste una «regola prudenziale e cautelare fondamentale che deve presiedere al comportamento del conducente, sintetizzata nell’obbligo di attenzione che questi deve tenere al fine di avvistare il pedone onde poter porre in essere efficacemente i necessari accorgimenti atti a prevenire il rischio di un investimento». Ciò si traduce in «tre obblighi comportamentali: 

  • quello di ispezionare la strada dove si procede o che si sta per impegnare; 
  • quello di mantenere un costante controllo del veicolo in rapporto alle condizioni della strada e del traffico; 
  • quello, infine, di prevedere tutte le situazioni che la comune esperienza comprende, in modo da non costituire intralcio o pericolo per gli altri utenti della strada, in particolare, per i pedoni».

Investimento pedone: cosa si rischia?

Laddove sia riconosciuta la responsabilità dell’automobilista, anche per concorso, l’investimento di un pedone è innanzitutto un reato, a fronte del quale scatterà un processo penale e la condanna. Le conseguenze civili invece di tale reato – ossia il risarcimento del danno – sono coperte dall’assicurazione entro il valore del cosiddetto “massimale” della polizza rc-auto. 

Chi scappa dopo aver investito un pedone commette altri due reati: quello di fuga e di omissione di soccorso.

Quando l’automobilista è responsabile

È più facile stabilire quando il pedone investito ha ragione che non individuare i casi in cui il pedone investito non ha ragione. 

Come anticipato, infatti, la legge prevede un’automatica presunzione di responsabilità dell’automobilista, che può essere esclusa solo se questi dimostra di:

  • aver rispettato le regole del Codice della strada, come i limiti di velocità (circostanza che, da sola, non lo esimerebbe da responsabilità in caso di distrazione);
  • che il pedone abbia assunto un comportamento imprevedibile e colpevole.

Solo la prova dell’imprevedibilità e inevitabilità dell’evento, pur nel rispetto di tutte le regole di cautela imposte dalla legge e dalla situazione concreta, può scagionare il conducente da una altrimenti sicura responsabilità civile e penale. È il caso, purtroppo frequente, del bambino sfuggito di mano al genitore all’improvviso e, con uno scatto, piombato sulla strada; o a chi attraversa, di notte, fuori dalle strisce, in una strada a scorrimento veloce.

Investimento pedone: come capire chi ha colpa

Alcuni elementi usati dai giudici per capire quando il pedone investito ha torto o comunque per valutare la sua percentuale di colpa sono:

  • la distanza dell’attraversamento dalle strisce pedonali: bisogna sempre attraversare sulle strisce a meno che queste siano più lontane di 100 metri. Attraversare a pochi metri dalle strisce pedonali è una condotta ritenuta prevedibile che non esonera il conducente dall’usare la normale diligenza nella guida;
  • la velocità di attraversamento della strada: tanto più il pedone è fulmineo nell’attraversamento, tantomeno è visibile ed evitabile anche per una persona accorta e prudente;
  • la visibilità della strada: attraversare in un luogo buio, con la nebbia o di notte può sollevare l’automobilista da una parte di responsabilità. Se il pedone marcia in direzione opposta a quella del transito dei mezzi, come previsto dal Codice della strada, resta la responsabilità esclusiva dell’automobile che lo investe.

Leggi anche Il concorso di colpa del pedone investito


note

[1] Cass. sent. n. 14515/20 del 12.05.2020.

Corte di Cassazione, sez. IV Penale, sentenza 6 febbraio – 12 maggio 2020, n. 14515

Presidente Di Salvo – Relatore Dawan

Ritenuto in fatto

1. La Corte di appello di Roma ha confermato la sentenza con cui il Tribunale di Roma ha ritenuto St. Ma. responsabile del reato di cui all’art. 589 cod. pen., in danno di Mi. Er. (Roma, 19/03/2007).

2. Il fatto, per come ricostruito nelle sentenze di merito: il 19/03/2007, intorno alle 18.45, l’imputato, alla guida della propria autovettura Hyundai Atos, percorreva via (omissis…), con direzione via (omissis…). Giunto all’altezza del civico (omissis…) di via (omissis…), in prossimità dell’incrocio con via (omissis…), investiva Mi. Er., che stava attraversando la strada da destra verso sinistra rispetto alla direzione di marcia tenuta dallo St.. Sulla base dei fotogrammi acquisiti e relativi ai danni riportati dalla carrozzeria della Hyundai, era possibile evincere come detta auto avesse colpito il pedone – che stava attraversando sulle strisce pedonali – con la parte frontale anteriore. La donna andava così ad impattare sul cofano dell’auto, sbatteva contro il parabrezza e cadeva a terra nel centro della carreggiata. Mentre lo St. accostava il proprio veicolo sulla destra, apprestandosi a scendere, sopraggiungeva, nel suo stesso senso di marcia, l’autovettura Toyota Avensis, condotta da Di Di. An. che, non accortosi della presenza della Mi., ne investiva il corpo steso a terra trascinandolo per alcuni metri.

3. Avverso la prefata sentenza ricorre il difensore dell’imputato, sollevando due motivi. Con entrambi, deduce contraddittorietà e/o illogicità della sentenza impugnata: 1) per avere questa ritenuto fondata la ricostruzione del sinistro così come operata dal consulente del pubblico ministero, ancorché questa presentasse evidenti profili di inverosimiglianza, senza tenere conto delle opposte valutazioni tecniche fornite dal consulente della difesa, per il quale, in particolare, la velocità tenuta dalla St., al momento dell’incidente, era di 36/km/h. Di fronte alle difformi conclusioni delle anzidette consulenze, la Corte territoriale non ha proceduto alla richiesta rinnovazione istruttoria per l’espletamento di una perizia, senza neanche spiegarne le ragioni; 2) per avere aderito alla ricostruzione del sinistro del consulente dell’accusa, nonostante vi fossero evidenti errori in ordine alle possibili cause della morte del pedone. Si evidenzia come il consulente del pubblico ministero abbia travisato le prove laddove ha ritenuto che il corpo della vittima fosse stato sbalzato a circa 20 metri di distanza a seguito dell’impatto con la Hyundai, anziché del successivo investimento ad opera della Toyota.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è inammissibile.

2. Esso invoca, da parte di questa Corte, una diversa ricostruzione del fatto. Si tratta di rilievi che non possono essere sottoposti al vaglio del giudice di legittimità perché, pur presentandosi formalmente come denunce di legittimità, tendono ad ottenere un riesame dei fatti, al fine di una ricostruzione alternativa degli stessi rispetto a quella correttamente prescelta dal giudice di merito. I profili di valutazione della prova e di ricostruzione del fatto, invero, sono riservati alla cognizione del giudice di merito, le cui determinazioni, al riguardo, sono insindacabili in cassazione ove siano sorrette, come nel caso in disamina, da motivazione congrua, esauriente ed idonea a dar conto dell’iter logico-giuridico seguito dal giudicante e delle ragioni del decisum. In tema di sindacato del vizio di motivazione, infatti, il compito del giudice di legittimità non è quello di sovrapporre la propria valutazione a quella compiuta dai giudici di merito in ordine all’affidabilità delle fonti di prova, bensì di stabilire se questi ultimi abbiano esaminato tutti gli elementi a loro disposizione, se abbiano fornito una corretta interpretazione di essi, dando esaustiva e convincente risposta alle deduzioni delle parti, e se abbiano esattamente applicato le regole della logica nello sviluppo delle argomentazioni che hanno giustificato la scelta di determinate conclusioni, a preferenza di altre [Sez. U., sent. n. 930 del 13/12/1995, (dep. il 29/01/1996), Clarke, Rv. 203430].

3. Ciò premesso, quanto al primo motivo, la sentenza impugnata ha legittimamente fatto proprie le argomentazioni del Tribunale, il quale aveva ritenuto provata la responsabilità dell’imputato sulla base delle prove orali e documentali raccolte nel corso del dibattimento, consistite nell’esame dell’operante intervenuto nell’immediatezza e dei rispettivi consulenti tecnici, nonché nei rilievi fotoplanimetrici redatti dalla polizia stradale. Secondo il primo giudice, era stata la condotta imprudente e negligente del prevenuto a cagionare la morte del pedone – che si trovava davanti a lui e che aveva già impegnato l’attraversamento della strada – , non avendo egli proceduto con un’andatura adeguata alle condizioni della strada ed a quelle atmosferiche, trovandosi a percorrere un tratto di strada in centro abitato, in prossimità di un attraversamento pedonale, in presenza di un asfalto reso viscido dalla pioggia e con scarsissima visibilità, stante l’ora (18.45). La Corte distrettuale afferma essere privo di rilievo il fatto che la velocità dell’imputato fosse nei limiti dei 50 km/h e/o di poco inferiore, perché proprio le condizioni appena ricordate la rendevano comunque eccessiva e non prudenziale. Inoltre, continua la sentenza di appello, il pedone era visibile al momento dell’impatto perché la signora Mi. aveva l’ombrello aperto. Diversamente da quanto assume il ricorrente, la Corte del merito ha preso in considerazione anche la ricostruzione del sinistro effettuata dal consulente della difesa, il quale, dopo aver evidenziato la presenza di cassonetti che limitavano la visuale dello St., ha sostenuto che il prevenuto nulla avrebbe potuto fare per evitare l’investimento. Sul punto, la sentenza impugnata correttamente osserva che la limitata visuale avrebbe, semmai, dovuto indurre l’imputato a ridurre la velocità; e che, comunque, la ricostruzione operata dal predetto consulente non è fondata atteso che essa «appare in contrasto con lo stato dei luoghi e dei mezzi rinvenuti e descritti nei termini di cui sopra ed in particolare con i danni riportati dalla vettura condotta dallo St.». Peraltro, a suffragare la ricostruzione operata dai giudici di merito vi sono anche, sostiene l’impugnata sentenza, le risultanze dell’esame autoptico che concludevano per “lesioni topograficamente e quali-quantitativamente compatibili con un investimento di pedone”, secondo le modalità sopra descritte.

Giova ricordare che, oltre a quelle generiche di prudenza, cautela ed attenzione, le norme che presiedono al comportamento del conducente del veicolo sono principalmente rinvenibili nell’art. 140 cod. strada, che pone, quale principio generale informatore della circolazione, l’obbligo di comportarsi in modo da non costituire pericolo o intralcio per la circolazione ed in modo che sia in ogni caso salvaguardata la sicurezza stradale, e negli articoli seguenti, laddove si sviluppano, puntualizzano e circoscrivono le specifiche regole di condotte. Tra queste ultime, di rilievo, con riguardo al comportamento da tenere nei confronti dei pedoni, sono quelle stabilite, dettagliatamente, nell’art. 191 cod. strada, che trovano il loro corrispondente nel precedente art. 190, il quale, a sua volta, stabilisce le regole comportamentali cautelari e prudenziali che deve rispettare il pedone. In questa prospettiva, è evidente la regola prudenziale e cautelare fondamentale che deve presiedere al comportamento del conducente, sintetizzata nell'”obbligo di attenzione” che questi deve tenere al fine di “avvistare” il pedone si da potere porre in essere efficacemente i necessari accorgimenti atti a prevenire il rischio di un investimento.

Il dovere di attenzione del conducente, teso all’avvistamento del pedone, trova il suo parametro di riferimento (oltre che nelle regole di comune e generale prudenza) nel richiamato principio generale di cautela che informa la circolazione stradale e si sostanzia, essenzialmente, in tre obblighi comportamentali: quello di ispezionare la strada dove si procede o che si sta per impegnare; quello di mantenere un costante controllo del veicolo in rapporto alle condizioni della strada e del traffico; quello, infine, di prevedere tutte le situazioni che la comune esperienza comprende, in modo da non costituire intralcio o pericolo per gli altri utenti della strada, in particolare, per i pedoni (Sez. 4, n. 40908 del 13/10/2005, Tavoliere, Rv. 232422). Si tratta di obblighi comportamentali posti a carico del conducente anche per la prevenzione di eventuali comportamenti irregolari dello stesso pedone, vuoi genericamente imprudenti (tipico il caso del pedone che si attarda nell’attraversamento, quando il semaforo, divenuto verde, ormai consente la marcia degli automobilisti), vuoi in violazione degli obblighi comportamentali specifici, dettati dall’art. 190 cod. strada. Il conducente, infatti, ha, tra gli altri, anche l’obbligo di prevedere le eventuali imprudenze o trasgressioni degli altri utenti della strada e prepararsi a superarle senza danno altrui [Sez. 4, n. 1207 del 30/11/1992 (dep. 05/02/1993), Cat Berrò, Rv. 193014].

3.1. Deve essere parimenti disattesa la doglianza relativa alla mancata motivazione del diniego della invocata rinnovazione istruttoria. Occorre ricordare che, nel giudizio di appello, la rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale di cui all’art. 603, comma 1, cod. proc. pen., è subordinata alla verifica dell’incompletezza dell’indagine dibattimentale e alla conseguente constatazione del giudice di non poter decidere allo stato degli atti senza rinnovazione istruttoria. Tale accertamento è rimesso alla valutazione del giudice di merito ed è incensurabile in sede di legittimità se correttamente motivata [Sez. 6, n. 48093 del 10/10/2018, G., Rv. 274230; Sez. 4, n. 4981 del 05/12/2003 (dep. 06/02/2004), P.G. in proc. Ligresti ed altri, Rv. 229666].

Ciò detto, si rileva che, sul punto, la sentenza impugnata, per le ragioni testé illustrate, è giunta ad una valutazione di completezza dell’istruttoria svolta e, pertanto, di assoluta superfluità della richiesta rinnovazione istruttoria volta ad un esame incrociato dei rispettivi consulenti di parte o all’espletamento di una nuova perizia.

4. Il secondo motivo deve ritenersi assorbito.

5. La sentenza della Corte di appello di Roma ha, dunque, preso in esame tutte le deduzioni difensive ed è pervenuta alle proprie conclusioni attraverso un itinerario logico-giuridico in alcun modo censurabile, sotto il profilo della razionalità, e sulla base di apprezzamenti di fatto non qualificabili in termini di contraddittorietà o di manifesta illogicità e perciò insindacabili in questa sede.

6. In conclusione, il ricorso, per le ragioni più sopra esposte, deve essere dichiarato inammissibile, con conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una somma che si ritiene congruo quantificare in Euro duemila in favore della Cassa delle ammende.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro duemila in favore della Cassa delle ammende.

Si dà atto che il presente provvedimento è sottoscritto dal solo presidente del collegio per impedimento dell’estensore, ai sensi dell’art. 1, comma 1, lett. a), del d.p.c.m. 8 marzo 2020.


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