Coronavirus: come donare il plasma dopo esser guariti

13 Maggio 2020
Coronavirus: come donare il plasma dopo esser guariti

I requisiti sono un’età compresa fra 18 e 67 anni, un tampone positivo e due negativi.

La somministrazione di plasma iperimmune per Sars-CoV-2 è ancora una cura sperimentale. Chi si è ammalato di Covid-19, dopo aver sconfitto il virus, se ha un’età compresa tra 18 e 67 anni, può donare il plasma iperimmune. Inoltre, per la donazione del plasma sono richiesti un tampone positivo, quello della diagnosi, e due negativi a dimostrare che l’infezione è ormai passata.

Una procedura “per certi versi simile alla donazione di sangue” tradizionale, spiega Anna Falanga, direttore del Dipartimento interaziendale di Medicina trasfusionale ed Ematologia della provincia di Bergamo, come riporta una nota stampa dell’agenzia Adnkronos.

“Il prelievo -sottolinea l’esperta – avviene dalla vena del braccio con effetti collaterali scarsi o nulli per il donatore, che può tornare alla sua vita normale subito dopo la donazione”. E’ un modo per contribuire alle ricerche sul trattamento sperimentale contro il nuovo coronavirus.

“La somministrazione di plasma iperimmune per Sars-CoV-2 è ancora una cura sperimentale“, precisano dall’Asst Papa Giovanni XXIII di Bergamo, che ha aderito allo studio promosso dall’Irccs Policlinico San Matteo di Pavia. La donazione di plasma viene effettuata, previa attenta valutazione clinica e laboratoristica di idoneità alla donazione stessa, con una procedura di plasmaferesi che dura circa 40 minuti. Il diritto di astenersi dal lavoro per l’intera giornata lavorativa in cui si effettua la donazione si applica anche nel caso di donazione di plasma (art. 8 L. 219/2005), riporta l’azienda socio sanitaria territoriale che invita gli interessati a inviare una email all’indirizzo simt.qualita@asst-pg23.it.

“L’idea di usare il plasma raccolto da persone precedentemente infette per trasferire passivamente gli anticorpi a una persona malata – ricorda Falanga – risale a quasi 100 anni fa ed è stata applicata nella cura di vari agenti patogeni come la rabbia, l’epatite B, la poliomielite, il morbillo, l’influenza, l’Ebola. Oggi la stessa idea viene applicata contro Covid-19″.

“E’ tra le terapie che stiamo testando per i pazienti Covid-positivi che permangono in una condizione critica – prosegue la specialista – Si sta dimostrando efficace, ma vanno approfonditi tanti aspetti: dai tempi della somministrazione alla tipologia di malato che può effettivamente trarre beneficio dal trattamento. E’ necessario quindi generare casistica e dati da analizzare per mettere a punto una strategia valida, ma anche priva di rischi. Per fortuna abbiamo alle spalle decenni di esperienza nel settore delle terapie immunoematologiche, il che ci aiuta a muoverci su un terreno non del tutto sconosciuto, anche se di questo virus in particolare si sa ancora poco”.



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