Coronavirus e psicosi, quei pazienti che sentono voci

13 Maggio 2020
Coronavirus e psicosi, quei pazienti che sentono voci

Secondo alcuni scienziati, il Covid-19 può nuocere anche alla salute mentale.

Uno studio dimostra le conseguenze del Coronavirus sulla salute mentale. Abbiamo già parlato di come il lockdown ci abbia sottoposti a un forte stress emotivo e psichico: non eravamo abituati a stare per così tanto tempo in casa, lontani dai nostri amici e dalle persone care. Per molti, le conseguenze sono state pesantissime, non solo in termini di stravolgimento delle abitudini: c’è chi ha perso familiari che si sono ammalati, chi non può lavorare e riesce a malapena ad andare avanti.

La novità rappresentata dallo studio, però, riguarda la scoperta di effetti, a livello di salute mentale, rilevati in pazienti che hanno contratto l’infezione. Un terreno finora insondato e che ci fa riflettere su un aspetto inedito e preoccupante della malattia.

Il gruppo di ricercatori, tutti australiani, ha notato una comparsa di fenomeni di psicosi in alcuni pazienti Covid. Tra i sintomi, l’udire voci. Gli autori della ricerca, pubblicata online e destinata a Schizophrenia Research, parlano di “numeri piccoli, ma importanti”. C’è poi, e questa era la parte che conoscevamo, un aumento delle psicosi che si registra in generale, a causa delle restrizioni che abbiamo subito. L’idea, come ci spiega l’agenzia di stampa Adnkronos, è che l’incremento possa essere collegato a vulnerabilità pre-esistenti, con stress psicosociale, ma anche con l’esposizione diretta al virus sviluppando l’infezione.

“Covid-19 è un’esperienza molto stressante per tutti, in particolare per chi ha bisogni complessi legati alla salute mentale – afferma Ellie Brown, ricercatrice che ha co-condotto lo studio -. Sappiamo che la psicosi, e i primi episodi di psicosi, sono comunemente innescati da notevoli stress psicosociali. Questo potrebbe includere lo stress relativo all’isolamento e la necessità di rimanere potenzialmente in situazioni familiari difficili”.

Chi ha una salute mentale precaria è più esposto a soffrire delle restrizioni imposte dall’emergenza e ha bisogno di più supporto, rispetto a chi è sano, per affrontare isolamento, distanziamento, frequenza nel lavaggio delle mani e altre misure. Secondo Brown, invece, purtroppo, si verifica spesso il contrario: i bisogni di queste persone “sono trascurati. La ricerca mostra che i loro pensieri sulla contaminazione e la loro comprensione di concetti come l’allontanamento fisico possono essere diversi rispetto a quelli della popolazione più ampia”.



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