Autocertificazioni: i nostri dati in mano alla Polizia

14 Maggio 2020 | Autore:
Autocertificazioni: i nostri dati in mano alla Polizia

Le informazioni su chi è stato fermato ai controlli durante il lockdown rimangono nel Centro elaborazione dati del Viminale. E la privacy?

Dire «schedati» forse è osare troppo ma la sostanza, più o meno, è quella. I dati dei 12 milioni di persone che sono state fermate durante il lockdown in Italia, cioè tra l’11 marzo e il 3 magio scorsi, e quelli di chi verrà ancora controllato tramite autocertificazione rimangono custoditi nella banca dati della Polizia. A quale scopo? Apparentemente, a nessuno scopo. Ma il risultato è che possono essere consultati e utilizzati anche da parte delle forze di polizia che non li hanno raccolti. Va precisato che un creditore, un datore di lavoro, un cittadino qualsiasi non può accedere al Centro elaborazione dati. Ma il problema della privacy si pone. Soprattutto per chi non ha commesso alcuna violazione ma ha fornito, comunque, i suoi dati tramite l’autocertificazione.

La direttiva europea in materia [1], recepita lo scorso anno in Italia, dice che i singoli Stati membri hanno la facoltà di stabilire «adeguati termini per la cancellazione dei dati personali o per un esame periodico della necessità della conservazione dei dati personali» raccolti dalle autorità competenti a fini di prevenzione, indagine, accertamento e perseguimento di reati o esecuzione di sanzioni penali. Se questi dati non vengono cancellati subito, finiscono per legge [2] nel Centro elaborazione dati del ministero dell’Interno e possono essere consultati o utilizzati anche da altre forze di polizia. Se il cittadino vuole sapere se le informazioni che lo riguardano sono contenute nel Ced, deve contattare telefonicamente il call center della banca dati della Polizia o compilare un modulo da inviare al Ced.

In quei files ci sono anche i dati di chi la trasgressione l’ha commessa, finora quasi 420mila persone che hanno violato i divieti sugli spostamenti o che hanno firmato delle false autocertificazioni. Rischiano delle sanzioni più o meno pesanti, a seconda della violazione che viene contestata. Chi non ha provveduto al pagamento della multa al momento della contestazione e intende contestare la sanzione, ha 30 giorni di tempo per rivolgersi con raccomandata a/r o via Pec all’autorità indicata sul verbale. Possono essere i Carabinieri, la Polizia di Stato, la Guardia di Finanza o il Comune, nel caso in cui il controllo sia stato eseguito dalla Polizia locale.

Nel caso in cui la contestazione non sia stata accettata, viene emessa un’ordinanza di ingiunzione e l’importo della multa raddoppia. A questo punto, il trasgressore (o presunto tale) può presentare ricorso sempre entro 30 giorni dalla notifica al Giudice di pace.

Va ricordato, per completezza, che da lunedì 18 maggio l’autocertificazione verrà richiesta solo per gli spostamenti da una regione ad un’altra. I motivi per gli sconfinamenti restano i soliti: motivi di lavoro, di necessità o di urgenza, mentre non sono consentite le visite ai congiunti che si trovano in una regione diversa.


note

[1] Direttiva Ue n. 680/2016 recepita in Italia dalla legge n. 51/2019.

[2] Legge n. 121/1981.


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