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Conto cointestato: appropriazione indebita

14 Maggio 2020
Conto cointestato: appropriazione indebita

Quando si verifica il reato tra soci, familiari, marito e moglie o quando il cointestatario muore. 

È facile che, in presenza di un conto corrente cointestato, vi siano degli abusi. Abusi resi possibili dal fatto che la banca non è tenuta a impedire che uno dei titolari prelevi più della propria quota. I rapporti esterni tra la banca e i cointestatari si regolano infatti in modo diverso rispetto ai rapporti interni tra questi ultimi. Sul primo fronte, vale la regola secondo cui la banca è tenuta a rendere la propria prestazione a chiunque glielo chieda, anche per intero. Sicché, se uno dei cointestatari preleva o spende più della propria quota, gli altri non potranno rivalersi contro la banca. Questo però non toglie che, nei rapporti interni, i cointestatari debbano rispettare le rispettive quote di proprietà; sicché, chi utilizza più della propria quota dovrà poi restituire agli altri il denaro sottratto.

Tutto ciò rende frequente l’ipotesi di una appropriazione indebita del conto cointestato. Ma attenzione: non è sempre possibile sporgere querela come nel caso dei rapporti tra moglie e marito o quando uno dei cointestatari muore. Ed allora tutto ciò che si può fare è solo un’azione civile rivolta a recuperare le somme sottratte. 

Di tanto vogliamo parlare in questo articolo. Qui di seguito vedremo come si risolvono i problemi tra i contitolari di un conto corrente in presenza di un’appropriazione indebita da parte di uno ai danni dell’altro (o degli altri). 

Di chi sono le somme una volta versate sul conto corrente cointestato?

Una volta che uno dei cointestatari fa un versamento sul conto cointestato, il denaro diventa di proprietà di tutti secondo le rispettive quote. Quote che, in assenza di patto contrario, si presumono uguali. 

Ciò non toglie che si può sempre dimostrare che la cointestazione del conto è solo fittizia come succede quando il conto è alimentato dal reddito di uno solo dei titolari mentre l’altro viene così autorizzato ad effettuare operazioni per l’interesse del primo (si pensi a una figlia con il conto ove la madre riceve la pensione). È possibile dimostrare che la cointestazione è una simulazione messa in piedi solo per consentire all’effettivo proprietario del denaro di avvalersi della cooperazione di un altro soggetto (di solito, un familiare). In questo caso, l’altro cointestatario non potrà rivendicare alcun diritto sul denaro depositato in banca. 

Che succede se uno dei cointestatari preleva più della propria quota?

Come detto, la banca non può impedire a uno dei cointestatari di prelevare più denaro di quanto sia la sua quota di proprietà. Tuttavia, è diritto degli altri cointestatari agire nei suoi confronti anche quando il conto sia “a firma disgiunta”. L’azione può essere di due tipi:

  • azione penale con contestazione del reato di appropriazione indebita. Secondo la Cassazione [1], si può parlare del delitto di appropriazione indebita a carico del cointestatario di un conto corrente bancario, il quale, benché autorizzato a compiere operazioni separatamente, dispone in proprio favore, senza il consenso espresso o tacito degli altri cointestatari, della somma in deposito in misura eccedente la quota di sua pertinenza. In tal caso, bisogna sporgere querela presso la polizia, i carabinieri o alla Procura della Repubblica;
  • azione civile volta a ottenere la restituzione dei soldi utilizzati oltre la quota di spettanza. Tale azione, che va avviata da un avvocato cui la vittima dovrà rivolgersi, è diretta solo a recuperare le somme trafugate senza consenso.

Dunque, come appena detto, secondo la giurisprudenza, nel momento in cui uno dei contitolari del conto corrente cointestato, a firma disgiunta, prelevi una somma di denaro superiore alla sua quota e la utilizzi per scopi personali, senza il consenso degli altri, commette il reato di appropriazione indebita.

Conto cointestato tra coniugi e appropriazione indebita

Il codice penale esclude la possibilità della querela di un coniuge per delitti contro il patrimonio come il furto o l’appropriazione indebita commessi dall’altro coniuge. 

Pertanto, non è possibile querelare la moglie o il marito che abbia preso più della sua quota del conto, anche se tra i due non c’è comunione legale dei beni. 

Il reato, però, torna ad essere configurabile dopo che i due si separano o divorziano.

Morte di uno dei cointestatari e appropriazione indebita

La querela per appropriazione indebita può essere sporta solo dal cointestatario del conto e non dai suoi eredi. Sicché, se una persona cointestataria di un conto decede e l’altra, poco prima, si appropria di tutto il denaro, gli eredi potranno solo agire civilmente contro il responsabile ma non potranno querelarlo. Il diritto di querela si estingue con la morte della persona offesa ai sensi dell’art. 126 cod. pen.

L’azione penale, quindi, non può essere esercitata da chi ha accettato l’eredità e ha subito ugualmente un danno.


note

[1] Cass. sent. n. 16655/2010, n. 29019/2104.


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