Fallimento in proprio possibile anche in emergenza Covid

15 Maggio 2020 | Autore:
Fallimento in proprio possibile anche in emergenza Covid

L’imprenditore può ancora portare i libri in tribunale: l’attuale blocco delle procedure fallimentari riguarda i creditori.

Il fallimento in proprio, quello richiesto dall’imprenditore stesso, è sempre possibile, anche in emergenza Coronavirus. E questo nonostante il Decreto Liquidità abbia stabilito l’improcedibilità delle dichiarazioni di fallimento nei casi in cui sia già stato depositato ricorso.

Lo stop, infatti, “congela” tutte le procedure nel periodo dal 9 marzo al 31 luglio 2020 ma a ben vedere non vale in tutti i casi. Il blocco temporaneo opera solo per i ricorsi presentati dai creditori, ma l’imprenditore rimane ancora libero di depositare i libri in tribunale chiedendo l’autofallimento.

Deve trattarsi, però, non di un fallimento “nuovo”, bensì di un’impresa che si trovi in una situazione di insolvenza conclamata e già manifestata a prescindere dalla crisi economica provocata dalla pandemia di Covid-19. La crisi deve essersi verificata in un’epoca antecedente a quella dell’attuale emergenza e senza essere ricollegabile ad essa.

Lo ha stabilito una recente sentenza del tribunale di Piacenza [1] che ha escluso l’improcedibilità sia per un argomento formale sia per una considerazione di carattere sostanziale.

La sentenza rileva innanzitutto che la norma emergenziale richiama i ricorsi per la dichiarazione di fallimento [3] tranne quelli che riguardano il ricorso presentato dall’imprenditore stesso [4].

Un’esclusione che non sembra dovuta al caso, tant’è che il comma successivo esclude dall’improcedibilità i ricorsi presentati dal pubblico ministero; ma la relazione di accompagnamento alla norma specifica che il blocco riguarda anche le ipotesi di fallimento in proprio.

Però su questo punto il Collegio giudicante osserva come la volontà del legislatore debba «rilevare in senso oggettivo» e vada ricavata innanzitutto «dal tenore letterale della norma, restando l’”intenzione” puramente soggettiva dei singoli rappresentanti del potere legislativo del tutto irrilevante».

Ma – prosegue la sentenza – anche ammettendo che la norma sull’improcedibilità si applichi al fallimento in proprio, bisogna considerare che l’inclusione dell’imprenditore non ha ragion d’essere «qualora la situazione di insolvenza si sia già pienamente manifestata e divenuta irretrattabile in un momento antecedente all’attuale situazione emergenziale».

Infatti nel caso deciso dai giudici piacentini la crisi debitoria è stata ritenuta di origine lontana nel tempo e certo non dovuta alle conseguenze economiche della pandemia di Covid-19, tant’è che l’insolvenza emergeva documentalmente dal bilancio di esercizio relativo al 2018 e la società era già stata posta in liquidazione.

Nell’ultima udienza, svolta il 20 aprile, dunque in piena emergenza Coronavirus, era stata la stessa società ad insistere per la procedibilità della propria dichiarazione di fallimento. Così i giudici hanno ritenuto di poter esaminare la domanda nel merito ed hanno constatato lo stato irreversibile di insolvenza dell’impresa.

In definitiva, lo “scudo” della temporanea improcedibilità – che durante il periodo di lockdown è stabilito anche in favore dell’imprenditore per dimostrare la propria capacità di risollevarsi, pagando i propri debiti o realizzando procedure di composizione della crisi alternative al fallimento – non opera quando l’incapacità di adempiere regolarmente alle proprie obbligazioni si sia già definitivamente manifestata prima della situazione emergenziale.


note

[1] Art. 10 D.L. 8 aprile 2020, n.23 “Disposizioni temporanee in materia di ricorsi e richieste per la dichiarazione di fallimento e dello stato di insolvenza”.

[2] Tribunale Piacenza, Sez. Fall., sent. del 8 maggio 2020.

[3] Art. 15 e art. 195 della Legge Fallimentare (R.D. 16 marzo 1942, n. 267).

[4] Art. 14 Legge Fallimentare.


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