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È vero che i laureati guadagnano di più?

15 Maggio 2020 | Autore:
È vero che i laureati guadagnano di più?

Il Report University 2020 di JobPricing.

Laurearsi o non laurearsi? E’ questo il dilemma di molti giovani, ma anche dei meno giovani, che ad oggi si ritrovano a dover affrontare scelte importanti sul proprio futuro. E se il famoso “pezzo di carta” non bastasse? Come contrastare la disoccupazione giovanile? La laurea fa ancora trovare un posto di lavoro e soprattutto fa ancora guadagnare bene? La risposta è sì, stando almeno all’University Report 2020 di JobPricing, redatto in collaborazione con Spring Professional.

Il livello di disoccupazione fra coloro che non hanno titoli (o arrivano al massimo alla licenza elementare) è quasi quattro volte superiore a quello dei laureati (17,5% contro 4,6%), si legge nel Rapporto e negli ultimi dieci anni, la laurea si è dimostrata la ”barricata” più solida per contrastare la disoccupazione giovanile.

Fra laureati e non laureati, inoltre, c’è una differenza retributiva di circa 12.000 euro lordi nella Ral (Retribuzione annua lorda): per i dottori 39.787 euro contro i 27.662 euro degli altri. Il Gap retributivo tra laureati e non laureati cresce a seconda delle fasce di età. Nella fascia tra i 15 3 i 24 anni è in media del 12,3% e arriva al 68% nella fascia tra i 45 e i 65 anni di età.

Ma sono le università private a offrire le migliori prospettive di carriera e di guadagno: i laureati in atenei privati guadagnano in media 44.195 l’anno, mentre chi è laureato in università statali 39.311 euro.

In Italia, solo il 19,3% della popolazione ha un titolo di studio accademico, contro il 36,9% medio dei paesi Oecd, come riporta una nota stampa dell’Adnkronos. Se si considerano i giovani (25-34 anni) si sale al 27,7% contro il 44,5% della media Oecd. Ci posizioniamo penultimi nella classifica Oecd subito prima di Messico. Sarà forse perché l’Italia spende mediamente meno degli altri Paesi per l’istruzione e il tasso di abbandono prematuro di istruzione e formazione è superiore al resto della Ue: spendiamo dall’asilo all’Università solo il 3,6% del Pil (media Oecd 5%) mentre il tasso di abbandono è del 14,5% (media Oecd 10,6%).

Insomma, l’istruzione non sembra essere una priorità di spesa: eppure lo stipendio di un lavoratore cresce al crescere del titolo di studio e un laureato italiano in media ha una retribuzione del 40% superiore ad un non laureato (la media nei diversi Paesi dell’Ocse è del 57%). La differenza arriva ad eguagliare il dato Ocse del 57% solo per chi ha un master di secondo livello.

Per chi è in possesso di un master di II livello le retribuzioni aumentano fino al 118% tra i 25-34 anni e i 45-54 anni, inoltre, il 48% di chi ha un master di II livello è dirigente o quadro, mentre solo il 6% dei diplomati di scuola superiore arrivano a ricoprire tali cariche. Un titolo di studio terziario è quindi un acceleratore di carriera e quindi un veicolo per raggiungere stipendi maggiori.

E in Italia l’ingresso nel mondo del lavoro dei laureati è lento: oltre il 15% dei laureati italiani di qualsiasi livello è disoccupato dopo un anno dal conseguimento del titolo. La percentuale cala fra il 6% e il 7% dopo 5 anni. Questa difficoltà a entrare subito nel mondo del lavoro, insieme ad un offerta di laureati in materie politico-sociali e umanistiche fortemente eccedente la domanda, spiegain gran parte come mai Il 42,1% dei giovani laureati, sia costretto a rivedere al ribasso le proprie aspettative e si trovi a svolgere un lavoro per cui potrebbe essere sufficiente un livello di istruzione inferiore (secondo il Rapporto Annuale Istat 2019, fra i giovani lavoratori laureati fra i 25 e i 34 anni, 4 lavoratori su 10 circa risultano sovra-istruiti).


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