Coronavirus, come si trasmette parlando

15 Maggio 2020
Coronavirus, come si trasmette parlando

Un nuovo studio spiega cosa può succedere mentre, semplicemente, chiacchieriamo con qualcuno.

Tra i motivi che rendono il Coronavirus più temibile c’è la facilità di contagio. Abbiamo rispettato il lockdown (se non proprio tutti, almeno la stragrande maggioranza di noi, al netto di una buona dose di trasgressori che restano comunque minoranza). Ci siamo attenuti alle prescrizioni restando il più possibile in casa per non veder collassare il nostro sistema sanitario. Il problema è che non è detto che i sacrifici bastino, per quanto utili si siano rivelati finora.

Il Corriere della Sera, oggi, ci informa di uno studio appena pubblicato su Pnas che, certo, non fa diminuire la nostra frustrazione. Si tratta di un approfondimento portato avanti dai ricercatori del National Institute of Diabetes and Digestive and Kidney Diseases dell’Università della Pennsylvania, che studiano la cinetica delle molecole biologiche all’interno del corpo umano.

Parole e goccioline

Ormai, tutti abbiamo imparato a familiarizzare con il termine “droplet“, che indica le goccioline di respiro che emettiamo quando facciamo uno starnuto o un colpo di tosse e che rappresentano la principale fonte di contagio. Il fatto è che le emettiamo anche mentre parliamo: migliaia di goccioline, forse almeno mille in un minuto di conversazione, secondo lo studio, che restano sospese nell’aria tra gli 8 e i 14 minuti e possono contagiare. In che modo? Per inalazione, quelle che restano in sospensione nell’aria. O anche per contatto se, per forza di gravità, cadono e si depositano su superfici che andiamo a toccare.

Il rischio, naturalmente, è maggiore negli spazi chiusi, dal momento che, all’aperto, le goccioline si disperdono. E senz’altro, parlando se ne emettono meno rispetto a quelle di uno starnuto o di un colpo di tosse che generano vere e proprie nuvole di goccioline. Avevamo già visto come un altro studio diceva che il droplet poteva “camminare” e percorrere distanze perfino di sei metri circa.

Il metodo dei ricercatori

Com’è stato condotto l’esperimento? Il Corriere spiega che gli autori dello studio “hanno chiesto a un gruppo di volontari di ripetere le parole ‘stay healthy’, rimanere in salute, per molte volte. Mentre i partecipanti parlavano nell’estremità aperta di una scatola di cartone i ricercatori illuminavano il suo interno con laser verdi in grado di rintracciare le goccioline emesse da chi stava parlando. Le scansioni laser hanno mostrato che i volontari emettevano all’incirca 2600 goccioline al secondo mentre parlavano. Goccioline che potrebbero contenere microrganismi patogeni come Sars-CoV-2. I ricercatori, guidati da Philip Anfinrud e Adrian Bax, hanno stimato la velocità media di diffusione per droplets di circa 4 micron, la grandezza media delle goccioline sospese nell’aria, che si sono rimpicciolite dal 20 al 34% a causa dell’evaporazione della parte acquosa, rispetto ai 12-21 micron di quelle appena emesse. Hanno inoltre scoperto che parlando ad alta voce si generano più goccioline e soprattutto più grandi”.

Cosa possiamo fare

Quale rimedio, quindi? Smettere di parlare? Difficile che il Coronavirus possa togliercene il desiderio e l’esigenza. La quantità delle goccioline, secondo gli studiosi, dipenderebbe anche dal tipo di suoni emessi. Non a caso sarebbe stata scelta la parola ‘healthy’, proprio per il suo suono ‘th’, suscettibile, secondo i ricercatori, di portare a una maggiore emissione di droplet.

Le conclusioni che se ne possono trarre sono quelle che, in fondo, conosciamo già; ovvero, rispettare le note precauzioni: distanziamento sociale, mascherine, accurata pulizia degli ambienti e soprattutto di quelle superfici che spesso tocchiamo (maniglie, pulsanti, scrivanie, tavoli) e frequente ricambio d’aria.



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