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Canapa: ultime sentenze

27 Giugno 2020
Canapa: ultime sentenze

Leggi le ultime sentenze su: attività di coltivazione di canapa; prodotti a base di canapa; commercializzazione dei derivati della coltivazione della canapa; quantità di principio attivo rilevabile nell’immediatezza; commercializzazione dei prodotti costituiti dalle infiorescenze e dalla resina. 

La coltivazione di cannabis sativa L. 

In tema di stupefacenti, la cessione, la vendita e, in genere, la commercializzazione al pubblico dei derivati della coltivazione di cannabis sativa L., quali foglie, inflorescenze, olio e resina, integrano il reato di cui all’art. 73, d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309, anche a fronte di un contenuto di THC inferiore ai valori indicati dall’art. 4, commi 5 e 7, legge 2 dicembre 2016, n. 242, salvo che tali derivati siano, in concreto, privi di ogni efficacia drogante o psicotropa, secondo il principio di offensività.

(In motivazione, la Corte ha precisato che la l. 2 dicembre 2016, n.242, qualifica come lecita unicamente l’attività di coltivazione di canapa delle varietà iscritte nel Catalogo comune delle varietà delle specie di piante agricole, ai sensi dell’art. 17 della direttiva 2002/53/Ce del Consiglio, del 13 giugno 2002, per le finalità tassativamente indicate dall’art. 2 della predetta legge).

Cassazione penale sez. un., 30/05/2019, n.30475

La coltivazione illegale di stupefacenti 

Ai fini della punibilità della coltivazione non autorizzata di piante dalle quali sono estraibili sostanze stupefacenti, l’offensività della condotta consiste nella sua idoneità a produrre la sostanza per il consumo; non è determinante, pertanto, la quantità di principio attivo ricavabile nell’immediatezza, ma la conformità della pianta al tipo botanico previsto e la sua attitudine, anche per le modalità di coltivazione, a giungere a maturazione e a produrre la sostanza stupefacente, nell’obiettivo di scongiurare il rischio di diffusione futura della sostanza stupefacente, cosicché anche il numero di piante coltivate è rilevante ai fini del riconoscimento della sussistenza del reato.

(Fattispecie in cui la Corte ha ravvisato il reato di coltivazione non autorizzata nella condotta dell’imputato che coltivava n. 65 piante del tipo ‘canapa indica’ di altezza compresa fra 35 e 210 cm., in parte complete di infiorescenze, pur in assenza di un accertamento scientifico sulla quantità di principio attivo).

Cassazione penale sez. IV, 20/03/2019, n.32485

Liceità della coltivazione della cannabis

Va rimessa alle Sezioni unite la questione se le condotte diverse dalla coltivazione di canapa delle varietà di cui al catalogo indicato nell’articolo 1, comma 2, della legge 2 dicembre 2016 n. 242 – e, in particolare, la commercializzazione di cannabis sativa L – rientrino o meno nell’ambito di applicabilità della predetta legge e siano pertanto penalmente irrilevanti, ai sensi di tale normativa. Ciò a fronte di un contrasto tra due diversi orientamenti giurisprudenziali.

Da un lato, un primo orientamento che ha fornito risposta negativa al quesito se la legge 242/2016 consenta anche la commercializzazione dei derivati della coltivazione della canapa (hashish e marijuana), sostenendo che tale normativa disciplini esclusivamente la coltivazione della canapa, consentendola, alle condizioni ivi indicate, soltanto per i fini commerciali elencati dall’articolo 1, comma 3, tra i quali non rientra la commercializzazione dei prodotti costituiti dalle infiorescenze e dalla resina.

Dall’altro, un secondo orientamento, di segno opposto, secondo cui, invece, proprio dalla liceità della coltivazione della cannabis, alla stregua della legge 242/2016, deriverebbe naturalmente la liceità dei suoi prodotti, contenenti un principio attivo inferiore allo 0,63, poiché essi non possono più essere considerati, ai fini giuridici, sostanze stupefacenti soggette alla disciplina del Dpr 309/1990, derivandone quindi che, ove sia incontroverso che le infiorescenze sequestrate provengano da coltivazioni lecite ai sensi della legge 242/2016, sarebbe da escludere la responsabilità penale sia dell’agricoltore che del commerciante, anche in caso di superamento del limite dello 0,63, essendo semmai ammissibile soltanto un sequestro in via amministrativa, a norma dell’articolo 4, comma 7, della legge 242/2016.

Cassazione penale sez. IV, 08/02/2019, n.8654

Commercializzazione di fiori di canapa 

Il delitto di frode in commercio, incriminando la consegna all’acquirente di un aliud pro alio o di una cosa diversa da quella dichiarata o pattuita, tutela la lealtà e la correttezza negli scambi commerciali, ma non la liceità del commercio del prodotto destinato alla vendita.

(Fattispecie in cui la Corte ha escluso che la commercializzazione di fiori di canapa, tisane e altre infiorescenze, quali prodotti succedanei al tabacco, etichettati come «prodotto ad uso tecnico» e «non idonei al consumo alimentare», integrasse il reato di cui all’art. 515 c.p., trattandosi di una indicazione non fuorviante rispetto alla destinazione dei beni venduti, poiché non contenente alcun esplicito riferimento ad uno specifico fine legittimo o richiesto nel mercato di tali prodotti).

Cassazione penale sez. III, 04/12/2018, n.14017

Contenuto di Thc inferiore ai valori indicati dalla legge

La commercializzazione al pubblico di cannabis stativa c.d. « light » e, in particolare, di foglie, infiorescenze, olio e resina, ottenuti dalla coltivazione della predetta varietà di canapa, non rientra nell’ambito di applicabilità della legge che qualifica come lecita unicamente l’attività di coltivazione di canapa delle varietà ammesse e iscritte nel catalogo comune delle varietà delle specie di piante agricole, ai sensi della direttiva n. 2002/53/CE e che elenca tassativamente i derivati dalla predetta coltivazione che possono essere commercializzati; pertanto, la cessione, la vendita e, in genere, la commercializzazione al pubblico dei derivati della coltivazione di cannabis sativa c.d. « light », quali foglie, inflorescenze, olio e resina, sono condotte che integrano un fatto di reato anche a fronte di un contenuto di THC inferiore ai valori indicati dalla legge, salvo solamente che tali derivati siano, in concreto, privi di ogni efficacia drogante o psicotropa, secondo il principio di offensività.

T.A.R. Bologna, (Emilia-Romagna) sez. I, 19/08/2019, n.661

Liceità della coltivazione di canapa: requisiti necessari

La coltivazione di canapa è lecita se sono congiuntamente rispettati tre requisiti: 1) deve trattarsi di una delle varietà ammesse iscritte nel Catalogo europeo delle varietà delle specie di piante agricole, che si caratterizzano per il basso dosaggio di THC; 2) la percentuale di THC presente nella canapa non deve essere superiore allo 0,2%; 3) la coltivazione deve essere finalizzata alla realizzazione dei prodotti espressamente e tassativamente indicati nell’art. 2, comma 2, l. n. 242/2016. Rispettate queste condizioni, ne deriva che è lecita non solo la coltivazione ma, quale logico corollario, anche la commercializzazione dei prodotti da essa derivati.

Per quanto riguarda il commerciante di prodotti a base di canapa, egli va esente da responsabilità penale ricorrendo le condizioni sopra indicate. In applicazione dei principi generali, può configurarsi nei suoi confronti, dal punto di vista oggettivo, il reato di cui all’art. 73, comma 4, d.P.R. n. 309/1990 solo se la percentuale di THC rinvenuta nei prodotti è tale da provocare un effetto stupefacente o psicotropo, e ferma restando l’indagine in ordine all’elemento soggettivo del reato. La previsione espressa di esonero di responsabilità nel caso di superamento del limite dello 0,2% di THC presente nelle piante riguarda solamente l’agricoltore, sicché nei confronti del commerciante di prodotti a base di canapa trovano applicazione i principi generali.

Cassazione penale sez. III, 06/12/2018, n.7649

Commercializzazione di inflorescenze di cannabis sativa L.

In tema di sostanze stupefacenti, è lecita la commercializzazione di inflorescenze di “cannabis sativa L.” proveniente da coltivazioni consentite dalla l. 2 dicembre 2016, n. 242, a condizione che i prodotti commercializzati presentino un principio attivo di THC non superiore allo 0.6 %.

(In motivazione, la Corte ha precisato che la legge n. 242 del 2016 si limita a disciplinare la coltivazione della canapa, senza menzionare la successiva commercializzazione dei prodotti ottenuti da tale attività, in quanto trova applicazione il principio generale che consente la commercializzazione di un bene che non presenti intrinseche caratteristiche di illiceità).

Cassazione penale sez. VI, 29/11/2018, n.4920

La coltivazione di canapa ad uso agroindustriale

In forza della l. n. 242/2016, la coltivazione di canapa ad uso agroindustriale è esplicitamente corredata di salvezze con riferimento al testo Unico sugli stupefacenti – limitatamente agli utilizzi ivi indicati; in particolare, l’utilizzo volto ad ottenere “alimenti e cosmetici” è stato corredato della precisazione ”prodotti esclusivamente nel rispetto delle discipline dei rispettivi settori”, essendo così chiaro dal tenore delle norme che destinatario del margine di tolleranza di principio attivo fissato tra lo 0,2 e 0,6% è l’agricoltore.

Cassazione penale sez. VI, 27/11/2018, n.56737

Prodotti derivanti dalle inflorescenze e dalla resina della canapa

In tema di stupefacenti, la legge 2 dicembre 2016, n. 242 ha previsto la liceità della sola coltivazione della canapa alle condizioni e per le finalità tassative ivi indicate, tra le quali non rientra la commercializzazione dei prodotti della coltivazione costituiti dalle inflorescenze e dalla resina che, al pari della detenzione e della coltivazione per fini diversi, continua ad essere sottoposta alla disciplina del d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309.

Cassazione penale sez. IV, 19/09/2018, n.57703

Coltivazione in ambiente domestico di un’unica pianta di canapa

La coltivazione di un’unica pianta di canapa indiana, curata in un vaso e posta sul balcone di una abitazione in città, non è punibile ai sensi del testo Unico in materia di stupefacenti, perché tale condotta è inoffensiva e non idonea a ledere il bene giuridico tutelato. A ribadirlo è la Cassazione che rigetta il ricorso presentato dalla pubblica accusa contro la decisione del Gup di non luogo a procedere.

Per il Pm, doveva valorizzarsi l’assunto che ai fini dell’offensività della condotta e della relativa punibilità è necessario valutare non soltanto il dato quantitativo del principio attivo, ma anche l’estensione e il livello di strutturazione potenziale della coltivazione. Per la Corte, tuttavia, la coltivazione incriminata nel caso di specie mostra “evidenze che obiettivamente escludono” il pericolo di ulteriore diffusione della sostanza stupefacente.

Cassazione penale sez. VI, 15/09/2016, n.40030

Prodotti provenienti dalla coltivazione di una delle varietà di canapa

In tema di sostanze stupefacenti, deve ritenersi lecita la commercializzazione dei prodotti provenienti dalla coltivazione di canapa consentita ai sensi della l. 2 dicembre 2016, n. 242, sempre che la coltivazione abbia ad oggetto una delle varietà di canapa ammesse dalla legge, iscritte nel catalogo europeo delle specie di piante agricole, che si caratterizzano per il basso dosaggio di THC; porti alla produzione di una canapa che presenti una percentuale di THC non superiore allo 0,2%; sia finalizzata alla realizzazione dei soli prodotti tassativamente indicati nell’art. 2, comma 2, della medesima legge.

Cassazione penale sez. III, 07/12/2018, n.7166

Coltivazione della canapa: limiti di applicabilità della causa di non punibilità 

La causa di non punibilità prevista nell’ipotesi in cui non venga superata la percentuale di THC dello 0,6 per cento, prevista dall’articolo 4, comma 7, della legge 2 dicembre 2016 n. 242, contenente disposizioni per la promozione della coltivazione e della filiera agroindustriale della canapa, è applicabile al solo agricoltore che abbia impiantato una coltivazione di canapa e solo qualora lo stesso abbia rispettato le prescrizioni dettate dalla suindicata legge, non potendosi estendere a tutta la filiera di coloro che acquistano e rivendono al minuto la sostanza.

Cassazione penale sez. VI, 10/10/2018, n.52003

Detenzione per la commercializzazione di confezioni contenenti la canapa light

Con riferimento ad attività di detenzione per la commercializzazione di confezioni contenenti la c.d. “canapa light”, sulle quali è specificato che non trattasi di prodotto medicinale, alimentare, da combustione, da ingestione o assunzione, ma, peraltro molto genericamente, solo di prodotto tecnico da collezione, ornamento o profumo per ambiente, deve senz’altro escludersi che la normativa di cui alla l. n. 242/2016si ponga quale lex specialis rispetto alla disciplina dettata dal d.P.R. n. 309/90.

Tribunale La Spezia, 03/09/2018



8 Commenti

  1. Buongiorno, vorrei togliermi qualche dubbio sull’argomento… quanta cannabis posso avere con me? se mi faccio una canna e mi ferma la polizia in auto, possono farmi qualcosa?

    1. Chi ti controlla per sapere se consumi della droga non guarda soltanto la quantità di erba che hai addosso ma anche altri dettagli che possono far capire a quale gioco stai giocando. Ad esempio, verificano se hai con te degli accessori tipici di chi spaccia stupefacenti, come coltellini, bilancini, carta stagnola ed altro. Ovviamente, controllano anche se hai con te una grossa quantità di denaro che possa provenire dalla vendita di droga. Quindi, difficile che la favola del fumatore accanito di cannabis attacchi.

    2. Chi ha l’abitudine di fumarsi uno spinello incorre in sanzioni amministrative. Nello specifico, si rischia la sospensione:
      della patente e del certificato di abilitazione o di idoneità per la guida di motoveicoli e ciclomotori, o il divieto di ottenerli per un periodo fino a tre anni;
      del porto d’armi o il divieto di ottenerlo;
      del passaporto e di altri documenti equipollenti o il divieto di ottenerli;
      del permesso di soggiorno per motivi turistici o il divieto di ottenerlo per i cittadini extracomunitari.
      Non è finita. Se ti fai una canna, ti metti al volante e vieni trovato sotto gli effetti della marijuana (o di altre sostanze stupefacenti) rischi l’arresto da sei mesi a un anno e un’ammenda da 1.500 a 6.000 euro, oltre che la sospensione della patente da uno a due anni.Questo nel caso ti fermino per un normale controllo. Se, invece, hai meno di 21 anni oppure porti la patente in tasca da meno di tre anni e provochi un incidente mentre eri sotto l’effetto della cannabis, le pene diventano più severe.

  2. Se coltivo la marijuana leggera, senza voler fabbricare prodotti autorizzati dalla legge, è come se spacciassi? Un mio amico è convinto di questo, ma secondo me non è così perché alla fine mica la distribuisco e mi faccio pagare

    1. Secondo la Cassazione, non è condivisibile il principio secondo cui una percentuale di Thc inferiore allo 0,6% non comporti un effetto drogante. Quella percentuale – spiegano i giudici – è la soglia ammessa per scagionare l’agricoltore che utilizza delle qualità di canapa consentite dalla legge. Ciò non vuol dire, precisa la sentenza, che siano legali i derivati della cannabis light e, quindi, anche il loro commercio quando sono diversi da quelli indicati dalla normativa.Per sapere che fine farà la cannabis light non c’è che leggere la direttiva europea in materia. È lecito coltivare le varietà di canapa che compaiono nel catalogo delle specie di piante agricole per uso alimentare, per la produzione di cosmetici, di combustibili o di fibre oppure per la bioedilizia. Ma non per altri fini.

    2. Se, come abbiamo spiegato, il semplice consumo di cannabis (ovvero farsi una canna) è punibile come illecito amministrativo ma non da un punto di vista penale, lo sono altri comportamenti per i quali si arriva a rischiare fino a 20 anni di galera. Condotte che rientrano genericamente nello spaccio, ma che vanno dalla coltivazione illecita alla produzione, alla cessione, la distribuzione, il commercio ed il trasporto.In «sostanza», per spaccio non si intende soltanto mettersi nell’angolino di una piazza a distribuire delle bustine di erba al primo che passa e che vuole fumarsi uno spinello. Anche la coltivazione della marijuana leggera non finalizzata alla fabbricazione di prodotti autorizzati dalla legge (fibre o carburanti, ad esempio) viene equiparata allo spaccio, così come vendere cannabis light in un negozio specializzato.

  3. Ho un po’ di confusione sull’argomneto perché ogni volta ne esce una e non ci ho capito nulla. ma la cannabis light può essere commercializzata e consumata?

    1. A fronte di un’iniziale interpretazione secondo cui la legge avrebbe legalizzato in generale la cannabis contenente il principio attivo fino allo 0,6 per cento, era sopraggiunta una circolare del Ministero dell’interno con la quale si stabiliva che l’esimente di cui parla la legge (cioè, la tollerabilità sino allo 0,6 per cento di thc) era applicabile solamente ai soggetti cui la legge si rivolge direttamente, e cioè ai coltivatori della cannabis sativa.Da tanto derivava che, tutti coloro che coltivatori non erano, non potevano vendere o fare commercio di prodotti derivanti dalla canapa con un tenore di thc superiore allo 0,2 per cento, né tantomeno tale cannabis poteva essere consumata per sé senza il rischio di incorrere in sanzioni. Tale interpretazione avrebbe inferto un durissimo colpo a tutti i grow shop nel frattempo sorti, in quanto sarebbero stati passibili di denuncia per detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti.Per fortuna è intervenuta la Suprema Corte a fare chiarezza: con una recente sentenza, la Cassazione ha stabilito che il limite di tollerabilità dello 0,6 per cento di thc si applica non solo agli agricoltori, ma anche a coloro che vendono cannabis light e a coloro che ne fanno uso. In sintesi, quindi, è lecito vendere nei growshop cannabis light con percentuale di thc fino a 0,6, che è la soglia sotto la quale non ci sono effetti droganti: deve infatti ritenersi che il limite indicato dalla legge previsto per la coltivazione delle infiorescenze valga anche per il frutto della coltivazione che arriva senza alcuna modifica alla commercializzazione. E dunque anche il consumo risulta libero e non può essere sanzionato sul piano amministrativo.

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