Caos sul sito: l’Inps rischia una multa che pagheremmo tutti

16 Maggio 2020 | Autore:
Caos sul sito: l’Inps rischia una multa che pagheremmo tutti

Il Garante chiede all’Istituto di comunicare le violazioni alla privacy avvenuta il 1° aprile quando il portale andò in tilt. Altrimenti, sanzione salata.

Ricordate il caos del 1° aprile sul sito dell’Inps, quando milioni di persone lo presero d’assalto per chiedere il bonus da 600 euro e il portale dell’Istituto andò completamente in tilt? Al di là dell’attesa creata dall’inconveniente tecnico, il vero problema di quell’inaspettato «pesce d’aprile» fu un altro: i dati di decine di utenti diventarono pubblici e finirono anche nelle pagine private di altri utenti. Insomma, una debacle informatica che mandò la privacy di molti contribuenti a farsi friggere.

Oggi, il Garante ha dato delle disposizioni all’Inps molto chiare: l’Istituto ha 15 giorni di tempo per comunicare a tutti i diretti interessati le violazioni dei dati personali che si verificarono in quell’occasione. Nel caso in cui questa disposizione non venga rispettata, l’Inps rischia di dover pagare una multa da 20 milioni di euro. C’è poco da gioire: visto che si tratta di un ente statale, è come se la sanzione la pagassimo tutti.

L’Authority ha chiesto anche all’Istituto «di comunicare quali iniziative siano state intraprese al fine di dare attuazione a quanto prescritto nel presente provvedimento e di fornire comunque riscontro adeguatamente documentato ai sensi dell’art. 157 del Codice, entro il termine di 20 giorni dalla data della ricezione del presente provvedimento». Quindi, l’avvertimento: «L’eventuale mancato riscontro può comportare l’applicazione della sanzione amministrativa pecuniaria prevista». Appunto, 20 milioni di euro.

In qualche modo, doveva intervenire il Garante per la privacy, Antonio Soro, dopo che da quel dannato 1° aprile ha ricevuto centinaia di segnalazioni da parte di chi ha visto i propri dati in pasto a curiosi e, perché escluderlo, malintenzionati. Non solo i dati personali, come nome e cognome, indirizzo, data di nascita, ecc., ma anche – cosa ancor più grave – quelli sensibili: codice fiscale, numero di cellulare, indirizzi di posta elettronica privati, nomi dei figli (anche minorenni) e quant’altro serviva per chiedere il bonus da 600 euro introdotto dal decreto Cura Italia in piena emergenza coronavirus. L’Inps ha minimizzato dicendo che l’errore ha coinvolto una ventina di persone. Per l’Authority, sarebbero il doppio.

Oltre a venire a conoscenza dei dati degli altri, chi senza volerlo si è trovato sullo schermo la richiesta di un altro utente aveva anche la possibilità di modificare la richiesta, poiché si trattava di una semplice bozza della domanda. Insomma, se proprio sono senza scrupoli, cambio i tuoi requisiti in modo da sfoltire la platea dei beneficiari e di avere meno concorrenza.

Ciò nonostante, l’Inps continua a minimizzare e si difende affermando che la violazione «non è tale da rappresentare un rischio elevato per i diritti e le libertà delle persone» perché chi ha aperto le domande altrui erano quasi tutti residenti in regioni diverse e, quindi, si sono trovati quelle schede per caso, senza aver fatto una ricerca mirata. Sarà. Ma il fatto è che quell’errore può costare una multa da 20 milioni di euro. All’Inps, certo. Cioè a tutti i cittadini che pagano le tasse e i contributi per tenerlo in piedi.



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