L’esperto | Articoli

Appendicite: ultime sentenze

4 Luglio 2020 | Autore:
Appendicite: ultime sentenze

Sintomi, cause, trattamento dell’infiammazione dell’appendice. Le più recenti pronunce giurisprudenziali su: responsabilità civile; verifica del nesso causale tra condotta omissiva e fatto dannoso; errata diagnosi; danno subito dal paziente.

Cos’è l’appendicite? Quali sono i sintomi? Quali sono le cause? L’appendicite è un’infiammazione acuta dell’appendice. Come precisa il ministero della Salute, l’appendice è una struttura simile ad un lombrico; ha una lunghezza che varia da una persona all’altra (in media 5-10 cm); è collegata alla prima parte dell’intestino crasso (parte infero-mediale del cieco), nella parte inferiore destra dell’addome.

Nell’appendice ostruita, i batteri iniziano a moltiplicarsi e attirano i globuli bianchi, così il lume dell’appendice si riempie di pus e le sue pareti si gonfiano fino a scoppiare. In tal modo, viene rilasciato il contenuto purulento e infetto nell’addome e questo può provocare un’infezione e la formazione di ascessi. Di solito, l’appendicite è causata dall’intrappolamento di feci o altro materiale nell’appendice.

I sintomi dell’appendicite possono essere confusi con quelli della cistite, del morbo di Crohn, con problemi a livello delle ovaie o con una gastrite. I sintomi sono: dolore al centro della pancia (addome), la cui intensità tende ad aumentare nel corso del tempo e a spostarsi sul lato destro. Palpando quest’area si tende a fare un colpo di tosse. Tra gli altri sintomi: diarrea, stipsi, nausea, vomito, febbre oltre i 38°.

In genere, il trattamento dell’appendicite richiede la rimozione chirurgica.

Per saperne di più sull’appendicite, leggi le ultime sentenze.

Terapia chirurgica di appendicite

È da ammettere una diretta correlazione tra un’infermità epatica ed i fattori tossici connessi con la terapia chirurgica di appendicite manifestatasi durante il servizio, tanto più se non si sia trattato di epatite virale e le analisi di laboratorio relative alla funzionalità epatica abbiano fatto propendere per una epatopatia tossica.

Corte Conti sez. IV, 06/02/1985, n.66592

Omessa diagnosi di appendicite acuta

In tema di responsabilità civile, la verifica del nesso causale tra condotta omissiva e fatto dannoso si sostanzia nell’accertamento della probabilità positiva o negativa del conseguimento del risultato idoneo ad evitare il rischio specifico di danno, riconosciuta alla condotta omessa, da compiersi mediante un giudizio controfattuale, che pone al posto dell’omissione il comportamento dovuto.

Tale giudizio deve essere effettuato sulla scorta del criterio del “più probabile che non”, conformandosi ad uno standard di certezza probabilistica, che, in materia civile, non può essere ancorato alla determinazione quantitativa-statistica delle frequenze di classi di eventi (cd. probabilità quantitativa o pascaliana), la quale potrebbe anche mancare o essere inconferente, ma va verificato riconducendone il grado di fondatezza all’ambito degli elementi di conferma (e, nel contempo, di esclusione di altri possibili alternativi) disponibili nel caso concreto (cd. probabilità logica o baconiana).

(Nel dare applicazione al principio, in un caso in cui alla omessa diagnosi di appendicite acuta era comunque seguita la risoluzione della patologia mediante intervento chirurgico, all’esito del quale era peraltro insorto uno stato di coma con pericolo di vita, la S.C. ha affermato che, sostituendo alla omessa diagnosi la corretta rilevazione della patologia, sarebbe rimasto immutato, nella sequenza sopra indicata, il segmento causale successivo, posto che l’intervento chirurgico aveva trovato il diretto antecedente causale nella malattia non altrimenti trattabile e il successivo stato di coma aveva costituito un evento del tutto anomalo ed eccezionale, la cui genesi eziologica era stata assorbita nella efficienza deterministica esclusiva della condotta gravemente imperita dell’anestesista nel corso dell’intervento).

Cassazione civile sez. III, 27/09/2018, n.23197

Esclusione della dipendenza da causa di servizio

Va esclusa la dipendenza da causa di servizio in ordine alla infermità gastrite, colite spastica e appendicite poiché, essendo esse legate a fattori endogeno costituzionali o a patogenesi neuroendocrina, la loro insorgenza ed evoluzione sono scarsamente influenzate da eventi esterni (fatti di servizio).

Corte Conti sez. IV, 07/02/1982, n.61023

Appendicite acuta: visita e intervento chirurgico 

Commette il delitto di rifiuto di atti d’ufficio, ai sensi dell’articolo 328 comma 1, del Cpp, il primario addetto al servizio di pronto soccorso, in servizio di reperibilità, che rifiuti di raggiungere l’ospedale per sottoporre a visita e intervento chirurgico un soggetto affetto da appendicite acuta, prestazione richiestagli da altro sanitario.

Trovandosi infatti in situazione di servizio di reperibilità, il sanitario è comunque tenuto a recarsi in servizio presso la struttura sanitaria e intervenire prontamente, configurandosi in tali casi l’urgenza e l’obbligo di intervenire in termini formali, senza alcuna possibilità di sindacato a distanza da parte del chiamato.

Corte di Cassazione, Sezione 6, Penale, Sentenza, 24/06/1996, n. 6328

Nesso causale tra danno subito e trattamento sanitario

Affinché un evento dannoso possa ricondursi ad un atto medico colposo, è necessario che sussista tra i due elementi un nesso causale non in termini di certezza, né di mera possibilità, ma di rilevante probabilità.

In definitiva, in ossequio alla regola del più probabile che non, occorre che il comportamento commissivo od omissivo del singolo sanitario o della struttura abbia causato il danno lamentato dal paziente con un grado di efficienza causale così alto da rendere più che plausibile l’esclusione di altri fattori concomitanti od addirittura assorbenti.

È onere del paziente dimostrare il danno subito ed il nesso causale tra lo stesso ed il trattamento sanitario; viceversa, per andare esente da responsabilità, il sanitario ovvero la struttura in cui lo stesso opera sono tenuti a provare di aver correttamente e diligentemente eseguito la prestazione medica e quindi l’assenza di colpa, imprudenza od imperizia.

(Nella fattispecie, stante le risultanze della ctu, veniva riscontrato un errore diagnostico cui eziologicamente doveva essere ricondotto l’aggravamento delle condizioni del paziente. Il ritardo nella diagnosi aveva, infatti, portato alla trasformazione di un’appendicite acuta in un processo di “gangrena appendicolare con peritonite ed ascesso pelvico”, sì da dover necessariamente intervenire con accesso laparotomico piuttosto che laparoscopico, meno invasivo. Veniva, pertanto, accolta la domanda di risarcimento dei danni patiti dal paziente).

Tribunale Taranto, Sezione 3, Civile, Sentenza, 4/01/2016, n. 21

Nesso causale tra la prima errata diagnosi e il successivo danno

Il sig. Caio si recava presso il nosocomio X per forti dolori addominali ove veniva dimesso per “colica renale destra”. Persistendo i dolori si recava presso l’ospedale Y ove gli veniva diagnosticata “appendice acuta retrocecale con ascesso concomitante” ove veniva operato con urgenza. Nell’occorso i sanitari dell’ospedale Y causavano un danno a Caio per malpractise.

Il Tribunale ha ritenuto responsabile il nosocomio X perché il danno di Caio trovava causa efficiente nell’inadempimento (mancata corretta diagnosi di appendicite) realizzatosi durante la prima degenza, con la possibilità di azione di regresso nei confronti dell’ospedale Y. La Corte ritiene di non condividere la condanna.

Deve essere indagata la problematica sottesa all’art. 41 cpv. c.p., ed alla cosiddetta interruzione del nesso causale. Le Sezioni Unite della Suprema Corte (con sentenza n. 38343, 24 aprile 2014, Rv. 261103), evocando la precedente giurisprudenza, hanno posto in luce che il garante è il gestore di un rischio; che la diversità dei rischi interrompe, per meglio dire separa, le sfere di responsabilità; che un comportamento è “interruttivo” non perché “eccezionale”, ma perché eccentrico rispetto al rischio che il garante è chiamato a governare; che tale eccentricità renderà magari in qualche caso (ma non necessariamente) statisticamente eccezionale il comportamento ma ciò è una conseguenza accidentale e non costituisce la reale ragione dell’esclusione dell’imputazione oggettiva dell’evento; che l’effetto interruttivo può essere dovuto a qualunque circostanza che introduca un rischio nuovo o comunque radicalmente esorbitante rispetto a quelli che il garante è chiamato a governare.

Consegue che il fatto illecito altrui non esclude in radice l’imputazione dell’evento al primo agente, che avrà luogo fino a quando l’intervento del terzo, in relazione all’intero concreto decorso causale dalla condotta iniziale all’evento, non abbia soppiantato il rischio originario. L’imputazione non sarà invece esclusa quando l’evento risultante dal fatto del terzo possa dirsi realizzazione sinergica anche del rischio creato dal primo agente. Tali principi trovano applicazione anche quando la prima condotta illecita sia costituita dalla condotta terapeutica inappropriata di un primo medico. Di regola, ciò non comporta l’interruzione del nesso causale: il rischio terapeutico resta solitamente il medesimo, anche se diversamente declinato.

Possono tuttavia verificarsi situazioni nelle quali ad un primo errore, ne segua altro che innesca “un rischio nuovo”. Nel caso in esame i sanitari del Pronto Soccorso di X hanno errato omettendo gli approfondimenti strumentali volti all’esatta individuazione dell’entità della patologia ed al suo monitoraggio, ma tali errori avrebbero potuto assumere rilevanza se avessero avuto un ruolo nel corso dell’esecuzione dell’ intervento operatorio, come invece non si è verificato. Accadde invece che all’Ospedale Y venne successivamente effettuata la corretta diagnosi, di appendicite acuta, ma nel trattamento chirurgico della patologia vennero eseguiti “‘colpevoli errori che, di per sé soli, cagionarono un ben più protratto iter clinico e, più ancora, la condizione patologica, tuttora presente, di sindrome dell’intestino corto … se i chirurghi dell’Ospedale Y avessero correttamente agito, la patologia sarebbe stata risolta con la sola appendicectomia, e non vi sarebbe stato l’ulteriore negativo seguito”.

È ben vero che a tale appendicectomia si sarebbe potuto procedere anche presso X, se Caio fosse stato ivi trattenuto in osservazione, e dunque, se ciò fosse avvenuto “non si sarebbe innescato l’ulteriore, negativo, iter clinico”, ma nessun elemento viene evidenziato in CTU per affermare che gli errori della seconda struttura siano stati determinati da quelli della prima; anzi, il problema riscontrato presso l’ospedale X, di errata diagnosi, veniva, in ragione del progredire della patologia, immediatamente superato presso l’ospedale Y, né vi sono indicazioni in CTU per affermare che la progressione della patologia conseguente all’imprudente dimissione dei sanitari del Pronto Soccorso di X abbia avuto un qualche effetto nel determinare gli errori commessi presso l’Ospedale Y, dove ancora, nonostante il ritardo derivato dalla condotta dei sanitari di X, si sarebbe potuto procedere ad una ordinaria appendicectomia senza complicazioni. (P.Ca.)

Corte d’Appello Milano, Sezione 2, Civile, Sentenza, 4/05/2016, n. 1743



Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube