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Coronavirus: «Non è detto che la fase 2 funzioni»

18 Maggio 2020 | Autore:
Coronavirus: «Non è detto che la fase 2 funzioni»

L’infettivologo dell’ospedale Sacco di Milano, Massimo Galli: «Il tentativo andava fatto, ma attenzione ai rischi in famiglia e alle uscite in gruppo».

«Non c’è la prova provata che il sistema di riapertura che stiamo mettendo in atto, basato principalmente su mascherine e distanziamento sia efficace, ma non sono scettico». Così l’infettivologo dell’ospedale Sacco di Milano, Massimo Galli in un’intervista al quotidiano La Repubblica, a proposito dell’ulteriore passo in avanti fatto oggi nella fase 2 dell’emergenza coronavirus. «Quello che è fondamentale – continua – è che ogni cittadino si senta responsabile. Nessuno può sapere oggi se funzionerà. Il tentativo va fatto, anche se molte indicazioni potrebbero essere modificate in corso d’opera, in base all’evoluzione del contagio».

Per Galli, «in una situazione tecnicamente ideale, prima dell’apertura ci sarebbero dovute essere altre cose. Per esempio, sarebbe stato estremamente più opportuno individuare prima e meglio i positivi, non in senso poliziesco o inquisitorio, ma per dar loro supporto sanitario, soprattutto a chi è chiuso in casa con l’infezione. Ma, in ogni caso, il tentativo bisogna farlo».

In questa fase, spiega l’infettivologo, «il luogo di maggiore contagio è il contesto familiare. Il rischio è che si prenda il virus fuori e lo si porti in casa. Anche le aziende possono esserlo, molte si sono attrezzate autonomamente per limitare i focolai».

Galli racconta la sua prima passeggiata ieri al Parco Sempione di Milano. «Ho trovato moltissime persone in giro, e questo non mi stupisce. È normale che la gente sia ormai portata a farlo, anche se benissimo non va: ho visto tanti giovani in gruppo, più o meno ammassati, qualcuno senza mascherina. Questo non va bene».

Il problema è cosa accadrà tra 15 giorni, se ci sarà un’impennata dopo la riapertura. «Nutro una speranza, che non è una certezza», conclude Galli: «Che alcuni dei positivi possano avere una forza contagiosa più bassa. È un’ipotesi, che con prudenza mi dà ottimismo».



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