Coronavirus, perché non possiamo sperare nel caldo per fermarlo

19 Maggio 2020
Coronavirus, perché non possiamo sperare nel caldo per fermarlo

È una delle tesi più dibattute: il Covid-19 può essere rallentato o indebolito dalle alte temperature? Un nuovo studio dice di no, almeno per ora.

Contrordine: nessuna prova che le alte temperature possano darci una mano nella lotta al Coronavirus. Almeno non in questo momento, in cui la pandemia è ancora all’inizio. È uno di quegli aspetti della malattia evidentemente non compreso a pieno se, a cadenza quasi giornaliera, si cambia idea. Avevamo quasi sperato che la calura estiva ci aiutasse a debellare, o quantomeno a indebolire, il Covid-19. L’idea si era fatta strada presto, dal momento che pare sia tendenza generale la perdita di vigore dei virus d’estate. Oggi, la doccia fredda che ci spiega perché non possiamo fare affidamento su questa teoria – almeno per ora – arriva da uno studio americano di cui ci parla l’agenzia di stampa Adnkronos.

Improbabile che il clima influenzi una pandemia in fase iniziale

I ricercatori sostengono sia “improbabile” che le variazioni del clima incidano sulla prima ondata di Covid-19. È stato un team dell’università di Princeton a investigare sul tema, con un articolo pubblicato su Science. I ricercatori affermano che, dato il vasto numero di persone ancora vulnerabili a Sars-CoV-2, e la velocità con cui si diffonde il virus, le condizioni climatiche al momento non riusciranno a incidere più di tanto sul tasso di infezione.

“Prevediamo che climi più caldi o più umidi non rallenteranno il virus, almeno nella fase iniziale della pandemia – ha dichiarato la prima autrice dello studio, Rachel Baker, del Princeton Environmental Institute (Pei) -. Vediamo una certa influenza del clima sulla dimensione e sui tempi della pandemia. Ma in generale, poiché c’è ancora una larga fetta di popolazione vulnerabile, il virus si diffonderà rapidamente, indipendentemente dalle condizioni climatiche”.

La veloce diffusione del Covid in Brasile, Ecuador, Australia e altre nazioni nei tropici e nell’emisfero australe – dove il virus è arrivato in estate – indicano inoltre che temperature più calde faranno davvero poco per fermare la pandemia, ha aggiunto Baker. “Non sembra che il clima stia regolando la diffusione in questo momento. Naturalmente non sappiamo ancora dal punto di vista scientifico in che modo la temperatura e l’umidità influenzino la trasmissione del virus, ma riteniamo improbabile che questi fattori possano arrestarne completamente la trasmissione, in base a ciò che vediamo negli altri virus”, ha detto.

Stagionale solo quando endemico

L’esperienza con altri virus suggerisce inoltre che, senza un vaccino o altre misure di controllo, Covid-19 diventerà probabilmente sensibile ai cambiamenti stagionali solo dopo la riduzione del numero ‘ospiti’ vulnerabili, ha spiegato il coautore Bryan Grenfell.

“I Coronavirus umani noti, come quello del comune raffreddore, dipendono fortemente da fattori stagionali, con un picco in inverno al di fuori dei tropici – ha ricordato Grenfell -. Se, come sembra probabile, il nuovo Coronavirus è allo stesso modo stagionale, potremmo aspettarci che si stabilizzi per diventare un virus invernale man mano che diventa endemico nella popolazione”.

L’andamento della pandemia nei prossimi mesi sarà influenzata dunque da “fattori introdotti dall’uomo, come gli interventi non farmaceutici per ridurre il contatto”, ma anche da elementi ancora incerti “come la forza e la durata dell’immunità dopo l’infezione”, ha aggiunto Grenfell. “Con lo sviluppo della conoscenza della risposta immunitaria, speriamo di essere in grado di prevedere gli effetti della stagionalità in modo più accurato”.

I ricercatori hanno eseguito delle simulazioni su come la pandemia reagirebbe ai vari climi in tutto il mondo, ipotizzando tre scenari. Nel primo, il nuovo Coronavirus ha la stessa sensibilità climatica dell’influenza, nel secondo e nel terzo scenario a Sars-CoV-2 è attribuito lo stesso ‘comportamento’ dei Coronavirus umani Oc43 e Hku1, causa del comune raffreddore. In tutti e tre gli scenari, il clima è diventato un fattore rilevante solo quando ampie porzioni della popolazione umana erano diventate immuni o resistenti al virus. “Più aumenta l’immunità nella popolazione, più ci aspettiamo che aumenti la sensibilità del patogeno al clima”, ha concluso Baker.


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