Ecco quali prezzi aumentano con la riapertura dei negozi

20 Maggio 2020 | Autore:
Ecco quali prezzi aumentano con la riapertura dei negozi

Caffè e cappuccino al bar, taglio e colore dal parrucchiere, generi alimentari: così gli esercenti cercano di recuperare i costi della crisi.

Da qualche parte bisognerà recuperare. Molti esercenti hanno pensato di farlo ritoccando al rialzo, senza pensarci troppo, i prezzi della loro merce o del loro servizio, che si tratti di un cappuccino, di un taglio di capelli o di un chilo di zucchine. Le associazioni dei consumatori ci hanno messo un paio di giorni appena per capire quali prezzi aumentano con la riapertura dei negozi. I consumatori stessi ci hanno messo molto di meno: il tempo di tornare al bar o dal parrucchiere non appena hanno rialzato la saracinesca dopo due mesi di chiusura obbligatoria.

Chi ama prendere il caffè al bar dovrà mettere un po’ più di zucchero, perché la sorpresa è amara dopo il lockdown. A Milano, ad esempio, secondo il Codacons, dove prima si pagava 1 euro la tazzina ora si paga 1,30 o 1,40 fino ad arrivare addirittura ai 2 euro in centro. Al bancone, nemmeno al tavolino. E non solo all’ombra della Madonnina: a Firenze alcuni locali hanno portato il costo dell’espresso a 1,70 euro, mentre a Roma si arriva a pagare 1,50 euro, 1,20 euro di Genova. Ci sono delle città dove si sono creati dei veri e propri «cartelli»: a Vicenza, ad esempio, una cinquantina di baristi si sono messi d’accordo per alzare tutti insieme il prezzo del caffè al bancone a 1,30 euro e quello del cappuccino a 1,80 euro.

I rincari non riguardano soltanto i bar ma, ad esempio, anche i parrucchieri. Dopo mesi di trepidante attesa, chi si è recato dal parrucchiere per tagliare i capelli, farsi una tinta o una messa in piega ha scoperto che gli stessi servizi ora costano di più. Da Milano a Roma, c’è chi ha pensato di far lievitare i costi per i consumatori per compensare i mancati introiti causati dal lockdown e le spese per la sanificazione dei locali piuttosto che per pagare il personale che dovrà rinunciare alla chiusura della domenica e del lunedì, gli asciugamani monouso, il materiale usa e getta. Qualche parrucchiere lo dice senza mezzi termini: «Inseriremo queste voci nel conto, ma l’aumento sarà di pochi euro».

Scontrino più pesante anche quando si va a fare la spesa. E questo, forse, è il capitolo che fa venire gli incubi peggiori, perché si può decidere di rinunciare al caffè o di far crescere i capelli bianchi, ma non si può non mangiare. Secondo l’Istat, ad aprile i prezzi del cibo sono aumentati in media di quasi il 3%. A Caltanissetta, ad esempio, si è sfiorato il picco del 6% su base annua, quindi circa il doppio rispetto alla media nazionale. Poi, ci sono Trieste e Palermo. I rincari, quindi, si registrano da Nord a Sud. Più contenuti gli aumenti a Siena e a Macerata, dove non si arriva all’1%. A livello regionale, i bocconi più cari sono quelli che si mandano giù in Friuli (+4,8%), Liguria e Umbria (+3,6%) e Sicilia (+3,4%). Conviene di più mangiare nelle Marche, dove i rialzi sono tutto sommato contenuti.

Quanto costa ai consumatori la decisione degli esercenti di recuperare i costi sul portafoglio dei clienti? Secondo il Codacons, siamo nell’ordine di 536 euro a famiglia. Perché alle attività già citate se ne potrebbero aggiungere altre: ristoranti, trasporti, alberghi. Il Codacons invita i negozianti ad una riflessione: aumenti troppo evidenti potrebbero allontanare i consumatori dai locali, facendo diventare la strategia del rincaro un boomerang per il commercio al dettaglio.



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