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Bonafede resta al suo posto (e il governo pure)

20 Maggio 2020
Bonafede resta al suo posto (e il governo pure)

Niente sfiducia per il ministro della Giustizia, bocciate entrambe le mozioni.

Alfonso Bonafede resta ministro della Giustizia, almeno per ora. Il Senato, oggi, ha respinto entrambe le mozioni di sfiducia, presentate dal centrodestra e da +Europa e altri, che chiedevano il passo indietro del titolare del dicastero di via Arenula. La prima ha ottenuto 131 voti favorevoli, 160 contrari e un astenuto (297 presenti, 292 votanti); la seconda, con Emma Bonino come prima firmataria, è stata appoggiata da 124 senatori, contrari 158, 19 gli astenuti (presenti 203, votanti 301).

Una discussione intensa, andata avanti per l’intera mattinata e conclusasi con la votazione nel primo pomeriggio. L’esito, in ogni caso, era pressoché scontato dopo l’annuncio, da parte dell’ex premier Matteo Renzi, di non votare le mozioni di sfiducia (leggi l’articolo: Governo: Renzi salva Bonafede e Conte dalla crisi): il suo partito Italia Viva era decisivo ai fini del computo dei senatori che avrebbero potuto remare contro Bonafede e l’Esecutivo. Perché, per quanto imprevedibili siano gli esiti di certe vicissitudini politiche dove tutto può accadere, sfiduciare il ministro della Giustizia poteva equivalere ad aprire la crisi. Questo aveva dichiarato, ieri, il capogruppo Pd alla Camera Graziano Delrio. Questo sosteneva il reggente attualmente in carica del Movimento 5 Stelle Vito Crimi, nel dichiarare che “chi vota la sfiducia a Bonafede, vota la sfiducia al governo”.

Senza i voti di Italia Viva le mozioni non avevano speranze. E si trattava di mozioni molto diverse, sul piano dei contenuti. Quella delle opposizioni poggiava su tre assi portanti. Uno era la vicenda ‘Di Matteo’, innescata dopo l’intervento del magistrato, membro del Csm, alla trasmissione “Non è l’Arena” di Massimo Giletti, dove Di Matteo ha – indirettamente ma esplicitamente – accusato Bonafede di non averlo voluto a capo del Dipartimento di amministrazione penitenziaria (Dap) su pressioni della mafia. La seconda questione era la gestione delle carceri e, in particolare, della sanguinosa rivolta di inizio marzo, con 14 vittime tra i detenuti. La terza e ultima era la cosiddetta “scarcerazione di 376 boss“, com’è stata da molti definita. Si tratta di 3 detenuti al 41 bis (due dei quali malati e che avrebbero finito di espiare la pena tra pochi mesi) e 373 in reparti di alta sicurezza: 180 condannati definitivi, 196 in attesa di giudizio.

L’altra, la mozione garantista, in nome di Enzo Tortora, era stata presentata pochi giorni fa dalla fondatrice di +Europa, da Matteo Richetti di ‘Azione’ e vari senatori di Forza Italia, tra cui tutti i componenti della commissione Giustizia di palazzo Madama. Verteva sulla giustizia giusta, sul giusto processo, sulla prescrizione – che la riforma Bonafede blocca dopo la sentenza di primo grado – e sul rifiuto di un populismo penale di cui il ministro è espressione, secondo Bonino e i firmatari.

“Sappiamo – aveva detto la leader di +Europa stamattina in aula – che della malattia della giustizia italiana lei è solo un sintomo e non un rimedio. Contribuisce a renderla cronica, diffondendo la paura della giustizia. Voglio una giustizia che restituisca ai cittadini la fiducia nel giusto processo”.


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