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Quando si può richiedere la disoccupazione?

21 Maggio 2020
Quando si può richiedere la disoccupazione?

Lo Stato protegge i lavoratori dal rischio della perdita involontaria del lavoro assicurando loro una tutela economica.

Ha cambiato molte volte nome nel corso degli anni, ma la sostanza resta la sempre la stessa. Ci si riferisce alla indennità di disoccupazione, vale a dire, un trattamento economico che il lavoratore ha diritto a ricevere quando perde involontariamente il lavoro.

Il sistema di protezione sociale che caratterizza gli stati sociali come quello italiano, infatti, prevede delle forme di assicurazione contro eventi come la perdita del lavoro, partendo dal presupposto che senza lavoro non si può vivere con dignità.

Ma quando si può chiedere la disoccupazione?

Come vedremo, il diritto del lavoratore ad ottenere la disoccupazione non spetta ogni volta in cui cessa il rapporto di lavoro. Infatti, per poter accedere a questo beneficio, la perdita del lavoro deve essere involontaria. Inoltre il lavoratore deve possedere anche altri requisiti al fine di poter accedere alla disoccupazione. A ciò si aggiunga che per ottenere la disoccupazione occorre attivarsi in tempo, in quanto la domanda di disoccupazione è soggetta a rigidi termini di decadenza.

Che cos’è la disoccupazione?

La Costituzione italiana prevede che lo Stato intervenga economicamente a sostegno dei lavoratori quando si verificano una serie di eventi che non consentono alla persona di procurarsi con il lavoro le risorse necessarie a condurre un’esistenza libera e dignitosa [1].

L’insieme di prestazioni erogate a questo fine costituisce il sistema di protezione sociale.

Tra gli eventi assicurati dal sistema di protezione sociale ci sono, ad esempio, la malattia del dipendente, l’infortunio, la gravidanza, l’inabilità al lavoro, la vecchiaia. Inoltre, in aggiunta ai predetti casi, un altro evento nei confronti del quale lo Stato assicura i lavoratori è la disoccupazione involontaria. Lo strumento attraverso il quale si realizza questa assicurazione è, attualmente, la Naspi, acronimo di nuova assicurazione sociale per l’impiego.

La Naspi, introdotta nel 2015 nell’ambito della complessiva riforma del lavoro chiamata Jobs Act, ha sostituito le precedenti forme di tutela della disoccupazione involontaria (Aspi e Miniaspi e, ancora prima, indennità di disoccupazione).

Si tratta, in sostanza, di un contributo economico che viene riconosciuto al lavoratore in caso di perdita involontaria del lavoro.

Il presupposto su cui si fonda la tutela contro la disoccupazione involontaria è la tutela sociale del lavoratore il quale, una volta perso il lavoro, si ritroverebbe altrimenti privo di ogni forma di reddito e, dunque, incapace di garantire a sè ed alla sua famiglia quell’esistenza libera e dignitosa che la retribuzione garantisce [2].

Chi ha diritto alla Naspi?

La Naspi non spetta a tutte le persone che perdono il lavoro. Infatti, per poter accedere a questo beneficio, il lavoratore che resta inoccupato deve possedere una serie di requisiti che riguardano, in primis, la tipologia di rapporto contrattuale che legava il lavoratore al suo ex datore di lavoro.

La Naspi, infatti, spetta solo ai lavoratori subordinati assunti con contratto di lavoro subordinato, compresi:

  • lavoratori assunti con contratto di apprendistato;
  • soci lavoratori di cooperative assunti con rapporto di lavoro subordinato dalle cooperative stesse;
  • personale artistico assunto con rapporto di lavoro subordinato;
  • dipendenti assunti con contratto a tempo determinato dalle pubbliche amministrazioni.

Non potranno accedere alla Naspi, dunque, tutti coloro che vengono assunti con contratti diversi da quelli sopra menzionati, tra cui:

  • dipendenti assunti con contratto a tempo indeterminato dalle pubbliche amministrazioni;
  • operai agricoli assunti con contratto a tempo determinato e indeterminato;
  • lavoratori extracomunitari in possesso di permesso di soggiorno per lavoro stagionale, per i quali la normativa specificamente prevista;
  • lavoratori che hanno già maturato i requisiti per l’accesso al pensionamento di vecchiaia o anticipato;
  • lavoratori che sono titolari di assegno ordinario di invalidità, a meno che non optino per la Naspi.

Oltre a queste categorie, sono esclusi dalla Naspi tutti coloro che vengono assunti in azienda con contratti di lavoro autonomo, ossia le cosiddette partite Iva.

Per quanto riguarda gli assegnisti di ricerca i collaboratori coordinati e continuativi è stata, di recente, introdotta una tipologia specifica di disoccupazione chiamata Dis-coll.

Oltre alla tipologia del rapporto, la concessione della Naspi è subordinata anche ad un altro requisito: la perdita involontaria del lavoro. La legge esige, per avere accesso alla Naspi, che il rapporto di lavoro non sia cessato per volontà del lavoratore ma sia, invece, stato terminato dal datore di lavoro senza la volontà del dipendente. Ne consegue che la Naspi non spetta in caso di dimissioni volontarie del lavoratore.

Viceversa, la Naspi spetta nei seguenti casi:

  • licenziamento disciplinare;
  • licenziamento per giustificato motivo oggettivo;
  • dimissioni per giusta causa;
  • risoluzione consensuale del rapporto di lavoro determinata dal rifiuto del lavoratore di essere trasferito presso una sede di lavoro ubicata ad oltre 50 km dalla propria residenza e/o raggiungibile con i mezzi pubblici con un tempo superiore a 80 minuti;
  • risoluzione consensuale del rapporto sottoscritta presso l’Ispettorato territoriale del lavoro nell’ambito della procedura di licenziamento per giustificato motivo oggettivo.

Aldilà di queste ipotesi, la Naspi non spetta in caso di risoluzione consensuale del rapporto di lavoro in quanto, anche in questa tipologia di cessazione del rapporto, è presente la volontà del lavoratore.

Per quanto riguarda le dimissioni per giusta causa, pur essendo il lavoratore a prendere l’iniziativa di terminare il rapporto, in questo caso la perdita del lavoro è comunque involontaria in quanto il lavoratore decide di chiudere il rapporto a causa di un gravissimo comportamento del datore di lavoro che non consente la prosecuzione nemmeno provvisoria del rapporto di lavoro [3].

La giurisprudenza ha individuato che sussiste la giusta causa quando le dimissioni del lavoratore sono determinate:

  1. dal mancato pagamento della retribuzione;
  2. dall’aver subito molestie sessuali nei luoghi di lavoro;
  3. dalle modificazioni peggiorative delle mansioni lavorative;
  4. dal cosiddetto mobbing, ossia di crollo dell’equilibrio psico-fisico del lavoratore a causa di comportamenti vessatori da parte dei superiori gerarchici o dei colleghi (spesso, tra l’altro, tali comportamenti consistono in molestie sessuali o “demansionamento”, già previsti come giusta causa di dimissioni);
  5. dalle notevoli variazioni delle condizioni di lavoro a seguito di cessione ad altre persone (fisiche o giuridiche) dell’azienda;
  6. dallo spostamento del lavoratore da una sede ad un’altra, senza che sussistano le comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive previste dalla legge;
  7. dal comportamento ingiurioso posto in essere dal superiore gerarchico nei confronti del dipendente.

Naspi: requisiti per ottenerla

Oltre alla perdita involontaria del lavoro e alla natura giuridica del rapporto di lavoro, per poter avere accesso alla Naspi occorre avere altri due requisiti: il requisito contributivo ed il requisito lavorativo.

Il requisito contributivo consiste nell’avere almeno 13 settimane di contribuzione Inps nel quadriennio precedente la data della cessazione del rapporto. Essendo la Naspi basata su una logica di tipo assicurativo, infatti, si vuole evitare che un lavoratore che ha versato un ammontare esiguo di contributi previdenziali possa avere accesso alla tutela.

Il requisito lavorativo, invece, consiste nell’ aver effettuato almeno 30 giorni di lavoro effettivo nei 12 mesi che precedono la cessazione del rapporto.

Con riferimento a questo requisito occorre precisare che il verificarsi di eventi che sospendono il rapporto di lavoro come la malattia, la gravidanza, l’infortunio, etc. comportano un allargamento del periodo di riferimento per un numero di giorni pari a quelli di assenza del lavoratore per le predette causali. Ciò comporta che tali eventi non pregiudicano il requisito lavorativo ma sono neutralizzati.

Naspi: quando fare domanda?

La legge fissa al lavoratore che perde involontariamente il lavoro un termine perentorio entro il quale fare domanda di Naspi, a pena di decadenza. Il termine è di 68 giorni dalla data di cessazione del rapporto di lavoro.

La domanda di Naspi può essere inoltrata all’Inps direttamente dal lavoratore, accedendo direttamente al portale Inps con le proprie credenziali. In caso contrario, il lavoratore potrà presentare la domanda di Naspi tramite un intermediario autorizzato come, ad esempio, i patronati.

Naspi per quanto tempo spetta?

La Naspi viene erogata dall’Inps mensilmente tramite accredito sul conto corrente bancario alle coordinate indicate dal lavoratore nella domanda.

Per quanto concerne il periodo di fruizione del beneficio, occorre verificare quante settimane contributive ci siano nel quadriennio che precede la data di cessazione del rapporto di lavoro. Infatti, la Naspi viene pagata al lavoratore per un numero di settimane pari alla metà delle settimane di contribuzione registrate dal lavoratore nei 4 anni che precedono il rapporto di lavoro. Ne consegue che il periodo massimo di fruizione della Naspi è pari a 24 mesi.

Per quanto concerne l’ammontare, la Naspi viene erogata dall’Inps in percentuale rispetto alla retribuzione ordinaria del lavoratore. E’, comunque, previsto un tetto massimo, detto massimale, che viene rivalutato annualmente dall’Inps con una propria circolare.

Negli ultimi anni gli importi del massimale Naspi sono stati i seguenti: per il 2017 un importo pari a 1.300 euro, per il 2018 un importo pari a 1.314,30 euro e per il 2019 un importo pari a 1.328,76 euro. L’importo dell’assegno è soggetto ad una riduzione percentuale del 3% per ogni mese a partire dal sesto mese di fruizione. Ciò anche al fine di stimolare il disoccupato a trovare un nuovo impiego e anon “cullarsi” sugli allori.


note

[1] Art. 38 Cost.

[2] Art. 36 Cost.

[3] Art. 2119 cod. civ.


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