Epatite C, la migliore strategia per combatterla

21 Maggio 2020
Epatite C, la migliore strategia per combatterla

Non è solo il Coronavirus a porre il problema dei cosiddetti “asintomatici” e quindi di chi ha contratto la malattia senza saperlo: c’è una quota di casi sommersi anche di Hcv.

L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) si è posta un obiettivo ambizioso: eliminare l’epatite C entro il 2030. Il modo più efficace per sconfiggere definitivamente questa patologia, per l’Istituto superiore di sanità (Iss), è lo screening mirato (e non generalizzato), abbinato a terapie all’avanguardia. Gli esperti Iss hanno pubblicato oggi un dossier in cui parlano delle armi vincenti di cui disponiamo contro il virus Hcv, responsabile dei seri danni al fegato all’origine della malattia. La trasmissione avviene attraverso sangue infetto. Il problema di chi ha contratto la malattia e non lo sa è comune agli asintomatici del Coronavirus: non esserne consapevoli aumenta i rischi di contagiare gli altri.

Chi sono le “key population”

Sul tema dell’epatite C, l’Iss ha pubblicato sulla rivista Liver International i risultati di un approfondimento, portato avanti in collaborazione con la facoltà di Economia dell’università di Tor Vergata (Roma) e con esperti internazionali di stime globali dell’infezione Hcv del Polaris Observatory Usa. Oggetto dello studio: valutare il rapporto costo-efficacia di cinque potenziali strategie di screening dell’Hcv nel nostro paese.

“L’Italia può essere orgogliosa dei risultati raggiunti nella lotta contro l’Hcv, avendo trattato oltre 200mila persone, ma per eliminare la malattia dobbiamo agire attraverso lo screening sulle key population e su altri gruppi di popolazione generale dove l’epatite C ha una prevalenza superiore”, dichiara Silvio Brusaferro, presidente dell’Iss.

Quando parla di “key population”, Brusaferro si riferisce a particolari categorie di popolazione ritenute più a rischio, come tossicodipendenti, carcerati, migranti provenienti alcuni paesi in particolare dove la malattia è più diffusa, omosessuali, sex workers. L’istituto calcola che vi siano circa 150mila infezioni tra i tossicodipendenti e circa 80mila tra chi ha fatto trattamenti estetici prima del 2000, per un totale di circa 250-300mila infezioni ‘sommerse’ includendo anche chi ha contratto l’infezione dal dentista o da interventi chirurgici senza, tuttora, saperlo.

Lo screening sul resto della popolazione

Oltre alle key population, lo screening che secondo l’Iss va portato avanti deve riguardare anche in generale la popolazione italiana nata tra gli anni 1948 – 1987. “Auspichiamo – prosegue Brusaferro – che, così facendo, i target dell’Oms per l’eliminazione dell’infezione da virus dell’epatite C possano essere realizzabili in Italia portando a una netta riduzione dei portatori di epatite C, con un impatto importantissimo sulla morbilità e mortalità per malattie del fegato, sulla salute in generale, sulla spesa sanitaria e sulla richiesta di trapianto di fegato. Investire in prevenzione è una delle principali sfide del nostro paese”.

“La strategia basata sullo screening graduato, che identifica prima le popolazioni giovani (coorti di nascita 1968-1987) a rischio di trasmissione dell’Hcv, per poi espandersi a quelle più anziane (coorti di nascita 1948-1967) prima che la malattia progredisca, ha prodotto il profilo di costo-efficacia più favorevole per l’Italia – spiega Loreta Kondili, ricercatrice del Centro nazionale per la salute globale dell’Iss, responsabile scientifico dello studio – ed è risultata dai modelli matematici la più efficace e sostenibile al fine di aumentare le diagnosi a un costo inferiore rispetto allo screening universale. E proprio grazie a questo studio, oltre che al lavoro di società scientifiche e associazioni di pazienti e all’impegno della politica, è stato approvato nel decreto Milleproroghe un emendamento che stanzia 71,5 milioni di euro per lo screening gratuito di particolari gruppi di popolazione in Italia per il biennio 2020-2021″.

La malattia nel mondo e in Italia

L’Hcv è una delle principali cause di morbilità e mortalità epatica. Causa circa 71 milioni di infezioni a livello globale e circa 400mila morti l’anno. Nel 2016, l’Assemblea mondiale della sanità ha approvato una risoluzione per eliminare l’infezione da epatite entro il 2030 e l’Oms ha introdotto obiettivi globali per la cura e la gestione dell’infezione da Hcv, noti come obiettivi della Strategia globale del settore sanitario (Ghss) per l’epatite. La mancanza di pazienti da trattare, perché non coperti da screening e quindi senza diagnosi, è il principale ostacolo per diversi paesi ai fini dell’eliminazione dell’Hcv.

Nel nostro Paese il numero esatto di infezioni non è noto proprio perché molte non sono diagnosticate. Tuttavia, l’Italia è il paese europeo con il più alto tasso di mortalità per epatite C (nel 2016 l’Eurostat ha calcolato 38 decessi per milione di abitanti contro i 13 della media UE) e con uno dei maggiori oneri (con oltre 200mila pazienti trattati dal 2015 ad oggi).

La prevalenza dell’Hcv nel nostro paese è di circa l’1%, anche se studi precedenti hanno stimato tassi fino al 7% nei nati tra il 1935 e il 1944, mentre quelli di 30 anni e più giovani sono meno a rischio di contrarre l’Hcv, con differenze geografiche nella distribuzione della prevalenza e con tassi più elevati nel Sud Italia.

Un gran numero di infezioni, infine, si è verificato tra gli anni Cinquanta e Sessanta a causa dell’uso di materiali non sterilizzati e tra gli anni Ottanta e Novanta per scambi di siringhe tra tossicodipendenti. Dopo gli anni Novanta i trattamenti estetici in condizioni igieniche non adeguate e le infezioni ospedaliere, soprattutto dopo interventi chirurgici, hanno avuto un importante ruolo nella trasmissione dell’infezione secondo i dati del Sistema epidemiologico integrato dell’epatite virale acuta (Seieva).



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