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L’ansia nei bambini e negli adolescenti

13 Agosto 2020 | Autore:
L’ansia nei bambini e negli adolescenti

Quali sono i sintomi e le cause dell’ansia in età infantile e adolescenziale? Quali sono le ripecussioni sulla vita quotidiana? Come combattere il disturbo?

Ultimamente, hai notato alcuni comportamenti in tuo figlio, ormai adolescente, che ti hanno insospettito. Non vuole più andare a scuola, si sente spesso a disagio, non vuole uscire con gli amici, ha rinunciato persino all’iscrizione in palestra (eppure, prima adorava praticare sport).

Oppure, tuo figlio è ancora in tenera età e fa fatica a staccarsi da te nel momento in cui è arrivato il tempo di iniziare la scuola dell’infanzia. Pensi sia normale, è ancora piccolo ed è sempre stato in compagnia della sua mamma. Tutti i bambini fanno i capricci. Ma, ormai, dopo un paio di mesi, immagini che dovrebbe essersi abituato, eppure ha ancora difficoltà a separarsi da te e dal suo papà. Come mai? Hai provato a chiedergli spiegazioni e lui ti ha chiaramente detto di aver paura che possa succedervi qualcosa durante la vostra separazione, oppure teme che gli altri compagni di classe possano prenderlo in giro, umiliarlo. Si sente paralizzato e non riesce a sbloccarsi.

Magari ti dice di avvertire un po’ di mal di pancia. Tu credi sia una scusa per restare a casa ed evitare di seguire le lezioni. Attenzione, non sottovalutare i segnali che ti comunica tuo figlio; potrebbero essere i sintomi di un disturbo d’ansia. Il consiglio è parlarne subito con il tuo pediatra ed eventualmente seguire un percorso terapeutico che possa richiedere anche l’ausilio di un neurospischiatra infantile e di uno psicologo.

I bambini possono raccontare i loro timori, rifiutarsi di svolgere alcune attività, avere manifestazioni comportamentali o somatiche che sono l’espressione di una preoccupazione intensa. Esistono differenti forme d’ansia a seconda dell’età del bambino.

Per maggiori informazioni, abbiamo intervistato il dr. Stefano Vicari e la dr.ssa Maria Pontillo, autori del libro “L’ansia nei bambini e negli adolescenti“, una guida che aiuta a comprendere quali sono le cause e le forme dell’ansia, nonché gli interventi più appropriati per fronteggiarla. Il dr. Stefano Vicari è professore ordinario di Neuropsichiatria Infantile all’Università Cattolica del Sacro Cuore e responsabile Neuropsichiatria dell’Infanzia e della Adolescenza all’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù. La dr.ssa Maria Puntillo è una psicoterapeuta cognitivo comportamentale.

A seguire troverai l’intervista, dopodiché ti parlerò della violenza psicologica a scuola da parte di un insegnante.

Cos’è l’ansia?

Dr. Stefano Vicari: «L’ansia è un disturbo di natura neuropsichiatrica. Quindi, appartiene alla categoria dei disturbi mentali. L’ansia è caratterizzata principalmente da un eccesso di preoccupazione rispetto a una serie di eventi che possono riguardare la propria salute, il proprio stato fisico, quello che gli altri possono nutrire e pensare nei nostri confronti, le prestazioni che ci attendono ogni giorno e così via. Quindi, possiamo dire che l’ansia è l’espressione esasperata di qualcosa che caratterizza tutti noi. La paura e la preoccupazione sono emozioni che appartengono alla specie umana. E’ quando tutto questo carico diventa eccessivo e, in qualche modo, ci paralizza, ci condiziona fortemente che noi parliamo di un disturbo».

Può farci qualche esempio?

Dr. Stefano Vicari: «Immaginiamo il rapporto che c’è tra tristezza e depressione. La tristezza è un’emozione che viviamo tutti. In qualche modo, ci appartiene e ci caratterizza come persone. Quando questa diventa così marcata da impregnare ogni nostro pensiero, ogni nostra azione, allora diventa un disturbo e noi la chiamiamo depressione. Siamo portati a pensare che tutti questi disturbi che riguardano il funzionamento della mente siano una caratteristica soprattutto degli adulti. Noi viviamo l’infanzia e l’adolescenza come un periodo molto spensierato. Questo è vero nella maggior parte dei casi, ma in realtà molti dei disturbi mentali che vediamo in età adulta, iniziano in età adolescenziale o, addirittura, in età infantile. L’ansia è uno di questi».

Quando si manifesta l’ansia?

Dr. Stefano Vicari: «L’ansia tende a comparire molto precocemente. Quindi, se siamo degli adulti ansiosi è molto probabile che siamo stati dei bambini ansiosi. Il disturbo comincia in epoca molto precoce, intorno ai 5 o ai 6 anni. Esistono molte forme d’ansia. Non sono suddivisi in maniera schematica, ma potremmo dire che l’ansia assume forme diverse a seconda dell’età».

Quali sono le diverse forme d’ansia?

Dr.ssa Maria Pontillo: «Per comodità, tendiamo a distinguere i disturbi d’ansia tra le forme infantili (che sono soprattutto il mutismo selettivo e il disturbo d’ansia da separazione) e forme che hanno un esordio un po’ più tardivo. Quindi, parliamo di adolescenza e pre-adolescenza, in cui troviamo il disturbo d’ansia generalizzata che consiste essenzialmente in un’eccessiva preoccupazione per le proprie prestazioni scolastiche e/o sportive; per eventuali lesioni personali (la sensazione di essere in pericolo); per catastrofi naturali».

Quali sono i disturbi d’ansia più frequenti?

Dr.ssa Maria Pontillo: «Una forma d’ansia che noi stiamo riscontrando frequentemente sulla base della nostra esperienza clinica è il disturbo d’ansia sociale».

Come e quando si manifesta l’ansia sociale?

Dr.ssa Maria Pontillo: «Il disturbo d’ansia sociale si manifesta soprattutto in adolescenza e in preadolescenza, nella fase in cui già il confronto con l’altro è delicato rispetto al passaggio esistenziale che l’adolescente vive. Ultimamente, molti adolescenti sviluppano proprio la paura del giudizio che possono ricevere dall’altro. Questo è critico in quanto le conseguenze di questa paura tendono ad esplicitarsi nell’abbandono scolastico. Ci sono ragazzi che rifiutano la scuola proprio per evitare di confrontarsi con l’altro. Loro la definiscono come la paura di essere derisi ed esclusi dal gruppo. Noi parliamo di disturbo d’ansia sociale quando la difficoltà ad accettare il giudizio altrui limita così tanto l’adolescente da abbandonare la scuola e le attività sportive o ricreative che prima venivano assolutamente amate. L’ansia che si manifesta precocemente e non viene trattata è un grande fattore di rischio per lo sviluppo di disturbi psichiatrici successivi».

Cosa mi dice a proposito dell’ansia da separazione?

Dr.ssa Maria Pontillo: «Ci sono delle fasi di vita del bambino in cui essa è fisiologica. Al momento dell’ingresso a scuola, è assolutamente prevedibile che il bambino non voglia separarsi dal genitore. Il problema nasce quando questa difficoltà persiste per periodi lunghi. Quindi, superato il primo mese di scuola, sia che si tratti di scuola materna che di scuola elementare, la difficoltà del bambino persiste, allora abbiamo un vero e proprio disturbo d’ansia da separazione».

L’ansia da separazione può essere legata ad un evento traumatico?

Dr.ssa Maria Pontillo: «Sicuramente, ci sono dei fattori che favoriscono l’ansia da separazione come la malattia di un genitore. Ad esempio, se un bambino ha vissuto la malattia della mamma, teme che possa accaderle qualcosa di brutto. Ma questi eventi non sono delle cause determinanti. Di solito, l’ansia da separazione è dovuta ad un insieme di circostanze».

L’ansia può scaturire dalle pressioni di genitori troppo apprensivi o ansiosi?

Dr.ssa Maria Pontillo: «Si, potrebbe. Bisogna fare una precisazione. Non c’è una colpa dei genitori. Tuttavia, ci sono degli atteggiamenti educativi che possono favorire l’insorgenza del disturbo d’ansia. Per esempio, un genitore ipercontrollante che lascia poca autonomia al bambino, involontariamente lo predispone ad una struttura ansiosa. Quindi, i genitori hanno un ruolo nella misura in cui adottano atteggiamenti ipercontrollanti (si spaventano se il bambino prova a cimentarsi in qualcosa di nuovo) oppure sono ipercritici (standard prestazionali molto elevati possono indurre nel bambino l’ansia da prestazione). Tuttavia, non siamo sulla strada della colpevolizzazione dei genitori».

Dr. Stefano Vicari: «I genitori non sono la causa del disturbo d’ansia, non sono determinati. Ma come spesso accade per quasi tutti i disturbi mentali, sono dei modulatori. Ciò significa che nei bambini che hanno una loro predisposizione biologica, i genitori possono favorire i comportamenti ansiosi e, quindi, forzarli e farli diventare predominanti».

Quanto è diffusa l’ansia nella popolazione in generale e nell’infanzia?

Dr. Stefano Vicari: «Il disturbo d’ansia è molto frequente. Alcune statistiche dicono che fino al 10% della popolazione generale soffre d’ansia. Forse, è un dato sovrastimato, ma non è molto lontano dalla realtà. Nei bambini si parla di almeno un 5%. Qualcuno dice fino all’8%. Ciò significa che l’ansia è uno dei disturbi più frequenti in assoluto che riguardano l’età evolutiva. Non c’è solo un aspetto categoriale, come diciamo noi psichiatri, ma anche dimensionale. Ci sono forme molto gravi che sono paralizzanti. Pensa agli attacchi di panico. Ci sono, invece, altre forme più modulabili che si adattano maggiormente al contesto. Ad esempio, l’ansia legata agli spostamenti, alle uscite, al trovarsi in mezzo agli altri. Ci sono alcuni che restano paralizzati al manifestarsi di queste possibilità ed altri che, nonostante le avvertano come grande limitazione, riescono in qualche modo a fronteggiarla. Noi lo chiamiamo livello o grado di disfunzionalità, cioè quanto impatta quella caratteristica di disturbo sul vivere quotidiano».

Come riconoscere l’ansia nei bambini? Quali sono i segnali inequivocabili?

Dr. Stefano Vicari: «L’ansia è un eccesso di preoccupazione che può essere verbalizzata (cioè raccontata) o meno dai bambini. Ad esempio, il bambino dice di aver paura di andare a scuola. Magari, in modo consapevole rifiuta alcune cose. Possono anche esserci manifestazioni fisiche che accompagnano il disturbo d’ansia come i famosi mal di pancia. L’ansia l’abbiamo sperimentata tutti. Chi è che all’esame non ha avuto una crisi di diarrea? Oppure quando ti trovi a fare qualcosa che temi molto, inizi a sudare, avere dei piccoli tremori, sensazioni di vertigini, pallore. Questo è graduato a seconda della gravità e dell’impatto che quell’evento ha sulla nostra vita. Quindi, ci sono anche delle manifestazioni somatiche che si possono associare all’agitazione. Un senso di inquietudine interna che può manifestarsi nell’ansia. I comportamenti dei bambini sono spesso comportamenti di rifiuto e di contrasto nei confronti dei genitori, degli educatori, degli insegnanti e così via. Talvolta, possono assumere forme di aggressività oppure forme di ritiro, di chiusura; tant’è che, a volte, vengono confuse con manifestazioni di depressione».

Come viene diagnosticata l’ansia nei bambini e negli adolescenti?

Dr. Stefano Vicari: «I genitori non dovrebbero mai sottovalutare le richieste di aiuto dei bambini. Quindi, bisogna parlare sempre con il pediatra di questi segnali ed eventualmente ricorrere al neuropsichiatra infantile oppure ad uno psicologo dello sviluppo. Meglio ricorrere ad una équipe in cui sono presenti entrambe le figure».

Come vengono trattati i disturbi d’ansia nei bambini e negli adolescenti?

Dr.ssa Maria Pontillo: «Una volta fatta questa valutazione, il bambino deve seguire un percorso terapeutico. Il bambino viene incluso in un percorso di psicoterapia cognitivo-comportamentale, riconosciuto come il più efficace. Tuttavia, il trattamento non deve essere solo incentrato sul bambino. In termini tecnici, è definito multi setting. Bisogna lavorare con il bambino attraverso delle sedute individuali. Poi, è importante attivare il parent training, un percorso rivolto ai genitori nel corso del quale si spiega non solo qual è il disturbo del bambino, qual è il tipo di ansia che il bambino manifesta, ma vengono date ai genitori delle strategie per gestire i momenti difficili del bambino. Ad esempio, si spiega cosa fare quando il bambino si rifiuta di andare a scuola o nel momento in cui ha una crisi, quando chiede aiuto o chiede di essere rassicurato. Quindi, l’intervento prevede il lavoro sul bambino e sui genitori. Se ritenuto necessario dallo psicoterapeuta, è previsto anche il coinvolgimento degli insegnanti. Ad esempio, è il caso del disturbo d’ansia sociale. E’ molto importante concentrarsi sul lavoro di rete».

Può fare un esempio pratico? Cosa viene consigliato ai genitori se il bambino non vuole andare a scuola?

Dr.ssa Maria Pontillo: «Nel momento in cui questo rifiuto di andare a scuola si protrae, è importante chiedere un consulto. Sicuramente, non bisogna forzare il bambino, ma comunicare e chiedergli come si sente in quel tipo di situazioni e cogliere l’ansia. Se il bambino comunica uno stato di disagio rispetto ad un contesto che nella sua rappresentazione è ritenuto minaccioso, non è assolutamente il caso di insultarlo. Vanno sempre accolti gli stati emotivi del bambino».

Violenza psicologica a scuola da parte di un insegnante

Dopo l’intervista al dr. Stefano Vicari e alla dr.ssa Maria Pontillo, ora ti parlerò della violenza psicologica a scuola da parte di un insegnante.

Immagina che tuo figlio non voglia andare più a scuola perché ha sviluppato un disturbo d’ansia e a ciò si aggiunga un clima poco sereno in classe. In particolare, tuo figlio lamenta frasi e toni aggressivi da parte di un insegnante. In più, fa fatica a dirtelo, però, ti confessa che si sono verificati anche episodi di punizioni corporali verso alcuni alunni. Comportamenti che sono stati reiterati, non occasionali. Cerchi di approfondire la situazione e ti confronti con gli altri genitori. Anche loro hanno ricevuto le stesse segnalazioni da parte dei loro bambini. Allora, comprendi che la situazione non è da sottovalutare. Si tratta di violenza psicologica vera e propria e di maltrattamenti. Nel momento in cui alcuni comportamenti generano malesseri psico-fisici nei bambini, vuol dire che hanno superato quei limiti e quella soglia di tollerabilità che si può giustificare ad un insegnante nello svolgimento delle sue funzioni.

In particolare, assume rilevanza ogni comportamento prevaricatore e vessatorio come:

  • l’umiliazione dinanzi agli altri compagni di classe o agli altri insegnanti;
  • la grave ingiuria: offese, parolacce, espressioni volgari;
  • la minaccia;
  • l’aggressività verbale.

Pertanto, è bene comunicare sempre con i propri figli e carpire il loro disagio, affinché sia possibile intervenire tempestivamente. I bambini hanno il diritto di essere protetti da abusi e maltrattamenti da parte degli insegnanti o dei compagni di scuola. Condotte violente, commesse dal corpo docente ai danni dei minori finiscono spesso sul tavolo del dirigente scolastico e, talvolta, della Procura della Repubblica.



6 Commenti

  1. Trovo molto interessante l’analisi degli aspetti relativi alla salute e alla giurisprudenza. Purtroppo, l’ansia non sempre viene ben compresa dalle persone e si arriva a dover fronteggiare varie situazioni sia in campo clinico che legale. Grazie per il lavoro che fate ogni giorno

  2. Mio figlio non voleva mai lasciarmi quando lo accompagnavo all’asilo. Inizialmente, pensavo si trattasse di semplice mancanza di affetto visto che sia io che il papà lavoriamo e cerchiamo di dedicargli più tempo possibile quando siamo a a casa. Mi sono sentita a lungo in colpa perché purtroppo non posso restare a casa con il mio bambino…C’è bisogno di soldi in casa e devo lavorare anche io in famiglia per poter arrivare a fine mese. Facciamo i salti mortali. Insomma, il nostro piccolo aveva vari comportamenti e non voleva andare neppure dai nonni per un certo periodo. Poi, un giorno, l’ho portato con me dal mio medico di base che osservando alcuni suoi capricci mi ha consigliato di rivolgermi ad uno specialista che ci ha indirizzato verso un percorso specifico perché appunto la sua era ansia da separazione.

  3. Bisogna tenere sempre sotto controllo i propri figli. Non finirò mai di dirlo. Può darsi che si tratti di un disagio adolescenziale, di un disturbo o di qualsiasi altra cosa, ma bisogna confrontarsi con loro e non sottovalutare certi segnali.

  4. L’ansia che si può provare da bambini molti, inconsapevolmente, la indicano come voglia di stare sempre attaccati a mamma e a papà. Non è sempre così. Cioè in molti casi può evolvere in un disturbo. Poi, teniamoci adulti con attacchi di panico e domandiamoci il perché si è arrivati a certi comportamenti che potevano essere ben evitati se la diagnosi fosse stata fatta in età precoce

  5. Per un certo periodo mio figlio non voleva più andare a scuola. Ne ho immaginate mille: bullismo, violenza, svogliatezza e mille altre possibilità. Poi, sinceramente, mi sono anche arrabbiata perché pensavo che non volesse affrontare certe situazioni come interrogazioni e compiti in classe. Parlando con le maestre, queste mi dicevano che in realtà era sempre attento e interveniva. Allora, mi domandavo quale fosse il problema. Poi, un bel giorno, ho deciso io di non mandarlo a scuola, dopo aver avvisato l’istituto, e di portarlo qualche giorno in vacanza per potersi rilassare e parlare apertamente con noi. E’ stata una buona idea a quanto pare. Ci ha raccontato i suoi disagi e allora ci siamo rivolti ad un esperto.

    1. Siete GENITORI Speciali! Avete agito bene a sedervi con il bambino e discutere di problemi che potessero metterlo a disagio. Complimenti.
      Maria Lee

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