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Autolesionismo: sintomi, cause, rimedi

15 Agosto 2020 | Autore:
Autolesionismo: sintomi, cause, rimedi

Le ragioni che spingono una persona a procurarsi con frequenza lesioni e dolore fisico; gli strumenti o i metodi a cui ricorre l’autolesionista per farsi del male; le ultime sentenze sull’autolesionismo.

Cosa si nasconde dietro l’autolesionismo? Sicuramente, un profondo malessere. Quali sono le cause dell’autolesionismo? Potrebbe trattarsi di un modo per ridurre la tensione o i sentimenti negativi; di una punizione autoinflitta; di una valvola di sfogo; di una forma di comunicazione del proprio disagio; di una richiesta di aiuto. A volte l’autolesionista si procura dei tagli, altre volte bruciature, altre ancora finisce per grattarsi fino a causare una ferita. L’autolesionismo si manifesta spesso in età adolescenziale ed è frequente tra coloro che sono affetti da altri disturbi come il disturbo borderline della personalità, i disturbi dell’umore, la tossicodipendenza, il disturbo di personalità antisociale, i disturbi alimentari.

L’autolesionismo può essere la conseguenza di traumi fisici (ad esempio, atti di violenza e di abuso sessuale), traumi emotivi (ad esempio, la morte di una persona cara o un aborto spontaneo), problemi sociali (difficoltà relazionali, ostacoli in ambito lavorativo o scolastico, discriminazione per il proprio credo o per il proprio orientamento sessuale).

Con molta probabilità desideri saperne di più sull’autolesionismo: sintomi, cause, rimedi. A seguire, troverai l’intervista al dr. Matteo Pacini, specialista in psichiatria e psicoterapeuta, docente di Medicina delle Dipendenze al Dipartimento di Psichiatria dell’Università di Pisa. Dopodiché, ti parlerò di due casi giurisprudenziali sull’autolesionismo.

Cos’è l’autolesionismo e come si manifesta? 

Letteralmente, l’autolesionismo consiste nel produrre delle lesioni sul proprio corpo, distruggerne o danneggiarne porzioni o elementi, in maniera consapevole e deliberata. I metodi sono vari, da quelli manuali (grattare, strappare peli e capelli, pizzicare e sollevare lembi di pelle fino a strapparli, conficcare le unghie), a quelli mediante agenti esterni o strumenti (bruciature con calore o caustici, tagli, stiramento e pizzicamento, percosse, frustate).

Le lesioni possono essere prodotte per indurre uno stato di soddisfazione o godimento, così come invece rappresentare una perdita di controllo dell’aggressività senza alcuna finalizzazione e con un danno puro e semplice.

Se si dovessero dividere in due grandi categorie, si potrebbe dire che c’è un autolesionismo vissuto positivamente, con desiderio di un effetto piacevole attraverso le lesioni; e un autolesionismo vissuto negativamente, come distruzione di sé associato a emozioni di rabbia, disperazione, delusione, odio.

Per completezza, si include nell’autolesionismo anche la tendenza a produrre dolore senza lesioni permanenti. Il dolore non è sempre associato a lesioni, ma la produzione di dolore spesso è accompagnata da alterazioni minori (infiammazione temporanea) e comunque il dolore è un tipo di sensazione che segnala un rischio imminente di lesione, se lo stimolo che lo genera prosegue o aumenta.

Vi è inoltre una categoria in cui la persona altera la propria struttura corporea per produrre deformità, mutilazioni o cicatrici, in cui la lesione è un modo per ottenere una nuova conformazione.

La prevalenza è difficile da stabilire, perché sono comportamenti che non corrispondono ad una singola diagnosi. Inoltre, spesso si valuta una parte dell’autolesionismo che è satellite ad altro, per esempio le lesioni non mortali che vanno in pronto soccorso come parte di un tentato suicidio. Inoltre, diverse persone non riportano questo aspetto, almeno in una fase iniziale o se transitorio, perché temono susciti allarme e censura.

L’autolesionista si abitua alla sensazione di dolore? Come fa a sopportarlo?

Le lesioni producono dolore, ma il dolore a sua volta coincide con una reazione dell’organismo, che produce sostanze in grado di tamponare il dolore, il cosiddetto “oppio interno”. La funzione di questi analgesici di nostra produzione è varia: consentono di adattarsi allo sforzo. Molti di noi, ad esempio, sanno che durante un esercizio, dopo il primo sforzo, si passa ad una fase di equilibrio in cui si può stancarsi senza sentire il dolore.

Durante una lotta, il dolore per le prime ferite o botte prese permette di non soccombere, così come si fa se siamo in preda ad un dolore, ma di contrattaccare o sopportare lesioni anche gravi, cercando di sopravvivere. Infine, i mediatori dell’analgesia interna permettono di assumere una posizione di riposo assoluto, funzionale al riposo e alla guarigione delle lesioni.

Quando si parla di sostanze oppiacee, oltre al controllo del dolore si pensa automaticamente anche ad altro, e cioè ad una categoria di droghe assunte per il loro effetto inebriante.

Come le persone “imparino” l’effetto del dolore non sempre è chiaro, potrebbe anche essere qualcosa di istintivo, che spinge la persona a lesionarsi in maniera superficiale in momenti di stress e sofferenza senza via d’uscita, come fanno anche alcuni animali.

Cosa prova l’autolesionista dopo gli atti autolesivi?

Sicuramente, molte persone che abitualmente si producono lesioni riferiscono di provare dopo una sensazione di calma o piacevole distacco emotivo.

Altre invece, ed è questa la parte più difficile da censire, identificano la pratica autolesiva come un vero e proprio canale di piacere, magari associandolo ad altre pratiche sessuali o facendone la pratica sessuale centrale. Capita che anche se questo è l’effetto, alcuni si spaventino perché si sono lesionati oltre quello che avevano intenzione di fare.

Ci sono forme di autolesionismo che sono presenti in maniera costante, con varia frequenza. Altre, invece, compaiono in maniera secondaria, solo quando la persona non riesce a mettere in atto altri comportamenti. Un utilizzatore di sostanze può prodursi lesioni quando non ne ha. Ci sono casi di persone affette da bulimia che si producono lesioni come alternativa alla possibilità di sfogarsi sul cibo.

Quali sono i sintomi dell’autolesionismo?

In generale, in un quadro di autolesionismo si trovano:

  • i sintomi che la persona cerca di scacciare tramite le pratiche autolesive;
  • gli altri comportamenti che la persona mette in atto come fonte di auto-stimolazione.

Nella genesi dell’autolesionismo si dovrebbe distinguere una prima fase in cui la persona si misura col dolore, magari in maniera impulsiva, cioè come conseguenza di un impulso del momento a prodursi una lesione. Dopo, si può innescare un rapporto con il gesto autolesivo, per quello che produce, al di là della ragione che ha innescato il primo gesto.

Ci sono forme di autolesionismo minori, come impatto lesivo, tipo il tirarsi i capelli o grattarsi, che iniziano magari per gioco, o per una malattia cutanea che davvero attira l’attenzione su croste o scaglie di pelle, magari pruriginose. Accade che mentre nell’immediato la rimozione di questi residui è normale, dopo diventa prematura (con la riapertura di lesioni non ancora guarite, proprio per il piacere di grattar via la superficie cutanea, o la produzione di un grado di dolore che oscura temporaneamente il prurito).

Se la persona viene interrotta, accade nelle forme più lievi (capelli, peli, lembi di pelle, unghie), la reazione può essere aggressiva.

Questo tipo di aggressività ha due componenti:

  • una per l’interruzione di qualcosa che è fortemente voluto dalla persona in quel momento;
  • l’altra perché la persona è colta in un momento di vulnerabilità, in quanto sta facendo qualcosa di piacevole e si vergognerebbe a doverlo spiegare, specie di fronte a qualcuno che si allarma.

Qual è l’incidenza dell’autolesionismo nella società (età, sesso, peculiarità caratteriali tipiche dell’autolesionista)? 

I comportamenti autolesivi sono più spesso femminili e si associano tipicamente sia ad altri comportamenti impulsivi, all’abuso di sostanze e alcol, a sintomi depressivi e pensieri di morte e di suicidio. Anche se non è esclusivo dell’età giovane, tipicamente si manifesta a partire dall’adolescenza.

Alcuni ricercatori hanno pensato vi fosse un legame con alcune culture giovanili, ad esempio quella “dark” o gotica. In effetti, esiste una correlazione tra quanto un ragazzo si identifica nella cultura dark e la frequenza dell’autolesionismo (sotto l’1% in generale, ma oltre il 50% tra i gotici più “convinti”). E’ stato anche segnalato il fatto che chi aderisce a questa cultura, dopo alcuni anni, ha un rischio maggiore di depressione e autolesionismo. Ciò non indica necessariamente un rapporto di causa-effetto, ma magari semplicemente il fatto che una certa cultura contiene in sé una sistemazione e una rappresentazione poetica di questi elementi di sofferenza.

Autolesionismo per attirare l’attenzione: possibile? Cosa ne pensa? 

Alcuni autolesionisti sono esibizionisti, ovvero amano documentare con immagini le lesioni e diffonderle ad amici o in rete. Questo non significa che lo facciano per attirare l’attenzione, ma magari che abbiano questo tratto di personalità e che quindi traggano piacere dal produrre reazioni di allarme e interesse negli altri.

Con quale frequenza vengono ripetuti i gesti autolesivi? 

Variabile. Naturalmente, per sindromi autolesionistiche si intendono quei casi in cui le pratiche, almeno per un periodo, prendono una cadenza frequente se non abituale. Se gli unici gesti autolesivi sono quelli che una persona compie in coincidenza con un tentativo di suicidio, si fa piuttosto riferimento al suicidio che non all’autolesionismo.

L’autolesionismo può essere associato ad altri disturbi? 

L’associazione più forte è quella con i disturbi dell’umore, specialmente quelli a decorso continuo o che si configurano come una personalità drammatica (tipo B), associata o meno a fasi con sintomi umorali maggiori. In questi quadri, ci sono comportamenti che di per sé favoriscono l’attuazione di comportamenti autolesivi, come l’abuso di sostanze. In una parte dei casi, le lesioni sono prodotte solamente sotto l’effetto delle sostanze.

E’ possibile che il rapporto con il proprio corpo, a cui si provocano alterazioni e cambiamenti di forma, vada dalle pratiche più estreme di piercing e rimodellamento, durante fasi umorali di tipo espanso-euforico, all’autolesionismo durante le fasi a impronta depressiva o agitata.

Che relazione c’è tra autolesionismo e suicidio?

Il legame con il suicidio si potrebbe pensare ovvio. In verità, in uno studio, veniva esaminato un gruppo di persone con alto tasso di autolesionismo (soggetti con personalità borderline) e questo tipo di comportamenti si associava più ad altre condotte impulsive come l’uso di sostanze e a comportamenti “a rischio”, piuttosto che al suicidio.

Potrebbe anche essere che chi inizialmente “esplora” un modo per suicidarsi, ad esempio con un taglio, sia fermato dal dolore ma contemporaneamente scopra un effetto calmante successivo, e quindi sviluppi la tendenza a procurarsi lesioni superficiali a questo scopo, senza alcuna intenzione di suicidio. C’è quindi il rischio di suicidio, ma non sono tipicamente due scalini dello stesso filone comportamentale.

Quali sono le conseguenze dell’autolesionismo?  

Le lesioni che spesso sono motivo di vergogna, o almeno lo sono in ambienti normali, in cui non sono viste come un segno di devianza “in positivo”. Le lesioni da autolesionismo abituale sono riconoscibili, perchè sono spesso in serie, o di piani sovrapposti, con quelle più vecchie quasi invisibili e quelle nuove in evidenza. Inoltre, possono essere anche rivelatrici di pratiche sessuali, e quindi tenute per sé.

Le lesioni in teoria sono sempre a rischio di sovrainfezione e di cicatrizzazione deturpante, o entrambe. Mentre il sanguinamento è, di solito, controllato dalla persona stessa e, se eccessivo, è motivo di allarme e di ricorso alle cure, gli altri aspetti possono essere sottovalutati; in particolare, in lesioni apparentemente richiuse ma infette internamente. Inoltre, alcune tossine batteriche come quella del tetano possono diffondersi senza una visibile infezione, specie nelle lesioni da strumenti a punta.

Quali sono i rimedi per l’autolesionismo?  

Sono noti due metodi, apparentemente opposti, per cambiare la tendenza all’autolesionismo. Si sa per esempio che tendono all’autolesionismo i tossicodipendenti in astinenza, e che i farmaci oppiacei sopprimono questa tendenza insieme al resto del malessere. Altre categorie di farmaci si basano sul controllo dell’umore, inclusi i comportamenti impulsivi che accompagnano fasi umorali depressive o agitate.

Altri ancora hanno un’azione nel rendere meno facile il passaggio all’azione, ovvero un effetto anti-impulsivo a se stante. Se invece lo scopo è di frenare in corsa una persona che si sta procurando una lesione, è stato proposto un farmaco che abbassa la soglia del dolore (naltrexone), anti-oppiaceo, perché in questo modo la persona non evoca la sensazione piacevole e la sensibilità accentuata al dolore tende a frenare il comportamento.

È possibile prevenire l’autolesionismo? 

Prevenire l’autolesionismo è possibile, al di là della cura complessiva, quando per esempio una persona già ha dei disturbi del controllo degli impulsi, tipo la bulimia, l’abuso di alcol etc. In quei casi, all’apparente risoluzione di un aspetto potrebbe comparire un autolesionismo non dichiarato, che magari c’era anni prima e si rifà vivo come compensazione per il blocco di un altro canale di sfogo.

Le ultime sentenze sull’autolesionismo

Dopo l’intervista al dr. Matteo Pacini, ora ti parlerò di due casi sull’autolesionismo che sono approdati nelle aule dei tribunali di Roma e di Firenze. Analizziamo quali sono state le decisioni dei giudici a riguardo.

La responsabilità dell’amministrazione penitenziaria

Spesso, in carcere, i detenuti sono protagonisti di gesti di autolesionismo. Tra gli obblighi di protezione che l’amministrazione penitenziaria assume nei confronti degli internati e delle loro famiglie rientra anche quello di impedire il verificarsi di gesti di autolesionismo.

In particolare, il tribunale di Firenze [1] ha sottolineato che l’obbligo di protezione nei confronti dei detenuti si verifica appena questi fanno il proprio ingresso nella struttura carceraria. Si tratta di un contatto sociale qualificato, ossia idoneo a produrre obbligazioni in conformità dell’ordinamento giuridico [2], in quanto da quel momento, l’amministrazione e il ristretto cessano di essere due estranei e fra loro si instaura un rapporto funzionale a realizzare una finalità costituzionalmente rilevante, vale a dire la rieducazione del detenuto [3].

Danni subiti dall’alunno nell’istituto scolastico

Il tribunale di Roma [4] ha stabilito che per i danni subiti da un alunno durante l’orario di permanenza nella scuola ed a causa di un atto di autolesionismo è chiamato a rispondere l’istituto scolastico secondo i principi della responsabilità contrattuale [5], qualora la custodia e la vigilanza siano state attuate in maniera inadeguata e negligente, in considerazione dell’età del soggetto da sorvegliare.


note

[1] Trib. Firenze sez. II n.1914 del 17.06.2019.

[2] Art. 1173 cod. civ.

[3] Art. 27 co. 3 Cost.

[4] Trib. Roma del 17.02.2003.

[5] Art. 1218 cod. civ.


9 Commenti

  1. Non dobbiamo sottovalutare il malessere delle persone. Ci sono caratteri deboli che non riescono a sopportare certe situazioni o a gestire il dolore e allora le conseguenze possono essere le più tragiche. C’è chi ricorre all’autoesionismo, chi arriva all’uso e abuso di sostanze stupefacenti, c’è chi si dà all’alcolismo. Insomma, piuttosto che provare ad affrontare certe situazioni si trovano escamotage momentanei per sorvolare sui problemi,.

  2. Coloro che arrivano all’autolesionismo, a mio parere, non si vogliono bene, perché non ho mai capito come arrivi a sopportare il dolore fisico dal momento che quello mentale e psicologico diventa insopportabile. L’ideale sarebbe rivolgersi subito ad un esperto quando si capisce che da soli non si è in grado di risolvere alcuni problemi psicologici, prima ancora di arrivare al compimento di alcune azioni rischiose e pericolose

  3. Ho conosciuto una compagna di classe che si tagliava… I primi tempi, quando chiedevo cosa fossero quei segni sul braccio, nascosti dalle lunghe maglie, mi diceva che era colpa del gatto. Ma posso capire una volta, due, tre….Ma capitava troppo troppo spesso e la scusa non reggeva più ad un certo punto. Allora, mi sono rivolta ai suoi genitori, spiegando cosa avevo notato, visto che parlando con questa compagna di scuola lei negava tutto. Poi, loro ne hanno parlato con degli specialisti e piano piano sono riusciti a risolvere quel malessere che attanagliava la giovane ragazza… Non hanno mai finito di ringraziarmi e, dopo anni, lei continua a dirmi che le ho salvato la vita

  4. Io non ho mai capito quelli che si infliggono punizioni di questo tipo. Ma se soffri così tanto cerca una valvola di sfogo che sia diversa. Magari fai pugilato, sport di combattimento, vai in palestra, fai arti marziali. Cioè trova una distrazione che possa aiutarti a buttare fuori tutti i sentimenti negativi e, al tempo stesso, ti aiuta a tenerti in forma. Perché spesso alcune persone che ho conosciuto e si tagliavano, si sfogavano anche sul cibo e poi a questo si aggiungevano altri problemi di salute legati a sovrappeso e obesità

  5. Un genitore deve osservare i comportamenti dei figli e deve cercare sempre il dialogo. Bisogna aiutare i propri figli soprattutto quando i segnali di disadattamento, tristezza e cambiamento di umore sono inequivocabili e poi se sei un genitore presente e comprensivo tuo figlio arriva a confidarti i suoi problemi e disagi, non te li nasconde e, a mio parere, non ci arriva all’autolesionismo o ad alcune dipendenze. Ad esempio, dipendenze dall’alcol, dal cibo, dalla droga. Bisogna offrire sempre il proprio aiuto e far capire che questi ragazzi non sono soli ma hanno genitori a cui fare affidamento e a cui rivolgersi quando le cose vanno male. E se non avete pazienza con i vostri figli e non volete stargli vicino, allora non mettete al mondo bambini senza curarvene

  6. La vita è una e una soltanto. A prescindere dalle brutte esperienze che si vivono, le persone dovrebbero trovare la forza e il coraggio di rialzarsi, nonostante tutto sembra che vada per il verso sbagliato. Ci sono situazioni che ti segnano per tutta la vita e tu puoi pensare che non esista alcuna ragione per combattere, però la cosa migliore da fare è non arrendersi e se pensi di non farcela allora chiedi aiuto ai tuoi genitori, ad amici, parenti, professionisti. Nulla vale la fine della tua vita. Non sprecare questo dono prezioso per vicende che possono averti ferito o che ti stanno ferendo. Cerca altre soluzioni salutari che possano consentirti di ricominciare

  7. Molti giovani sono disorientati e pensano di trovare le scappatoie facili in gesti disperati. Ma dico io, questi ragazzi come fanno anche a sapere come si arriva a farsi del male? Ai miei tempi, io non sapevo neanche cosa fosse l’autolesionismo. Non sapevo quali fossero questi strumenti che i ragazzi arrivano oggi ad usare per farsi del male. Ma dove siamo arrivati?! UN tempo, noi vivevamo in condizioni pessime ed oggi che i ragazzi davvero hanno tutto e non potrebbero lamentarsi proprio fanno queste cose terribili spezzando il cuore dei genitori. Allora, si è anche vero che molti genitori non sono presenti, ma magari si fanno in quattro per offrire tutti gli agi che hanno questi giovani, per garantirgli un futuro. Ma allora, dico che questi ragazzi sono ingrati oltre che incoscienti. Se qualcosa non vi sta bene ditelo chiaramente e non arrivate a soluzioni tragiche ed estreme

  8. Ma se volete calmarvi e trovare un po’ di distacco mentale dal dolore andate a svolgere qualche attività di volontariato che così aiutate chi soffre ed ha bisogno di aiuto e al tempo stesso ne traete giovamento voi stessi nell’umore e forse capite cosa significa davvero trovarsi in condizioni in cui si lotta tra la vita e la morte

  9. Una mia parente stava vivendo situazioni di grave disagio psicologico e noi, essendo distanti, non sapevamo niente. Poi, dopo anni, ci ha raccontato cosa stava vivendo e dopo un certo punto si è rivolta a degli esperti su consiglio del suo medico di fiducia. Dire di stare male non è segno di debolezza. A volte, le persone non riescono a superare autonomamente alcune situazioni e allora la cosa migliore da fare sarebbe rivolgersi a degli esperti in materia che possano fornire un aiuto professionale e aiutarti ad uscire da questo vortice di negatività

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