Diritto e Fisco | Articoli

Come licenziare il dipendente che sta su internet durante il lavoro

22 Maggio 2020
Come licenziare il dipendente che sta su internet durante il lavoro

Lavoratore sorpreso a chattare o a navigare su Facebook e altri social durante il proprio turno: come si fa a dimostrare che perde tempo?

Un nostro lettore ci espone il caso di un lavoratore scoperto più volte, dai colleghi, a navigare su internet e, in particolare, a chattare o a “scrollare” le pagine dei social network durante il proprio turno. L’episodio è stato più volte segnalato a voce all’interessato: questi, infatti, è stato scoperto anche dagli stessi superiori ma, sinora, non è stato preso alcun provvedimento disciplinare nei suoi confronti. Ci chiede pertanto come licenziare il dipendente che sta su internet durante il lavoro.

Proveremo a fornire un breve consulto sulla base della più recente giurisprudenza che, sul punto, si è formata in questi ultimi anni. 

Si può licenziare il dipendente che sta su Facebook e internet durante il lavoro?

Il licenziamento deve essere sempre “l’ultima spiaggia”: esso è legittimo solo quando il rapporto di fiducia tra datore e dipendente si è ormai irrimediabilmente compromesso e non può più essere ricucito. 

Vien da sé che una violazione dei doveri comportamentali da parte del dipendente che non rappresenta tuttavia una grave colpa o comunque non compromette il patrimonio o l’immagine dell’azienda andrà sanzionata con provvedimenti disciplinari di tipo “conservativo”, ossia più lievi del licenziamento.

In passato, è stato ritenuto legittimo il licenziamento della segretaria scoperta a navigare su Facebook per molte ore durante il proprio turno, così sottraendo al datore di lavoro la prestazione da questi retribuita. 

La durata del tempo trascorso su internet, quindi, deve avere un peso determinante nella valutazione relativa al licenziamento. Per qualche rapida “sbirciatina” sullo smartphone o per la risposta a qualche messaggio privato su WhatsApp non è possibile disporre la risoluzione del rapporto di lavoro. Il datore può, tuttavia, procedere con richiami scritti o verbali. L’ammonizione scritta, peraltro, ha il merito di garantire una traccia e, in caso di recidiva, valere come prova della reiterazione del comportamento. Il dipendente reso consapevole dei rischi del proprio comportamento potrà, in un momento successivo, contestare con maggiore difficoltà il licenziamento. 

È solo il caso di ricordare che, dopo l’approvazione del Jobs Act, il datore di lavoro può controllare i computer aziendali, tracciando la cronologia delle pagine di navigazione, senza dover chiedere l’autorizzazione ai sindacati o alla direzione territoriale del lavoro, salvo solo la comunicazione preventiva al dipendente che deve essere informato di ciò. 

È dunque legittimo il licenziamento per il troppo tempo trascorso su internet (anche dallo smartphone personale). Il datore di lavoro deve provvedere solo nei casi più gravi tenendo conto del tempo sottratto alle mansioni e dell’eventuale sussistenza di precedenti avvertimenti.

Con la sentenza n. 14862/2017, la Cassazione ha ritenuto legittimo il licenziamento di un dipendente che aveva abusato della connessione internet messagli a disposizione dall’azienda. Il lavoratore era stato sorpreso a navigare su internet dal computer aziendale per fini strettamente personali, non in modo sporadico o eccezionale ma, al contrario, del tutto sistematico: nell’arco di soli due mesi lo stesso dipendente aveva infatti effettuato ben 27 connessioni, della durata complessiva di 45 ore. 

Come si licenzia il dipendente su internet?

Sorge a questo punto il problema, in caso di contestazione del licenziamento da parte del lavoratore, della prova che l’azienda deve fornire del comportamento illecito. In altri termini, come dimostrare che il dipendente sta su internet durante il proprio turno? 

Ci sono diversi modi per provvedere in tal senso. Ci sarebbe la prova testimoniale del collega che ha visto il comportamento incriminato, spesso però di non facile reperimento. Meglio allora sfruttare altri strumenti.

Come detto, il datore di lavoro può installare sistemi di controllo sui pc aziendali che tracciano il traffico e il tempo trascorso su ciascun sito, previa informativa ai lavoratori.

Spesso, però, la navigazione avviene dai dispositivi personali (lo smartphone ad esempio) che non possono essere ovviamente sottoposti a verifiche. 

In passato, la Cassazione ha ritenuto legittimo il comportamento del datore che, dopo aver creato un account Facebook falso con le sembianze di una bella ragazza, ed aver chiesto l’amicizia al dipendente fannullone, lo abbia intrattenuto in lunghe chat durante il lavoro. Queste conversazioni sono la prova della violazione del dovere di prestare la propria attività.

In altri casi, si è ricorso all’attestazione del notaio che abbia conferito una data certa a uno screenshot con uno o più post pubblicati dal lavoratore fannullone su Facebook. 

Nella maggior parte dei casi, però, i giudici chiedono la collaborazione ai gestori delle piattaforme social (ad esempio, Facebook stesso) per certificare le attività svolte dal soggetto in questione in un determinato momento. Il problema, in questo caso, sono però i lunghi tempi di attesa che, spesso, non garantiscono neanche una risposta certa (le piattaforme tendono a tutelare la privacy dei propri iscritti anche dinanzi agli ordini del giudice). 

Il tribunale potrebbe, infine, richiedere una perizia tecnica di tipo informatico. 


Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube