Come il Coronavirus ha cambiato il mondo del lavoro

22 Maggio 2020
Come il Coronavirus ha cambiato il mondo del lavoro

L’impatto della pandemia sulle aziende e la spinta ad adattarsi, reinventarsi e fare meglio.

Non tutto il male vien per nuocere, potremmo dire. Il Coronavirus è senz’altro un male globale ma l’emergenza ha costretto il mondo del lavoro a riorganizzarsi, introducendo anche migliorie e novità di rilievo, che stanno colmando lacune e spingendo verso la digitalizzazione. È quanto sembra suggerire uno studio, di cui ci parla l’Adnkronos, realizzato da Open Evidence, spin off della Universitat Oberta di Catalunya, in collaborazione con Bdi Schlesinger and Group e con ricercatori di varie università (Università degli Studi di Milano, UOC, Universidad Nacional de Colombia, Università degli studi di Trento, Glasgow University). La ricerca scatta una fotografia su come il lavoro e i sistemi produttivi sono cambiati in tre paesi: Italia, Spagna e Regno Unito.

Le imprese si sono trovate di fronte a una sfida inaspettata; la tecnologia ha giocato un ruolo importante, ma non decisivo. Sono stati gli imprenditori, i lavoratori, le persone che hanno individuato soluzioni, hanno modellato un eco sistema produttivo in grado di non fermarsi completamente. Un capitale umano di creatività ed energie che nemmeno il Covid è riuscito ad annientare.

Nella ricerca sono stati coinvolti mille individui, campione rappresentativo della popolazione di età compresa fra i 18 e i 75 anni, per tre settimane consecutive. L’elemento di novità, il nuovo e forse quello che rimarrà dopo questa drammatica esperienza, non è unicamente il ricorso al digitale e alla tecnologia, piuttosto il rimettersi in gioco, il confronto decisionale tra parti sociali. Le aziende, in grande maggioranza, sono diventate delle start up. Una linea di demarcazione profonda rispetto al passato, ben segnata dalla ricerca.

Il massiccio ricorso allo smart working è scontato, oggi. Fino a ieri per numerose imprese è stato un tabù. Ma l’indagine di Open Evidence mette in evidenza dell’altro. In Italia il 60% delle imprese italiane ha distribuito una guida di pratiche virtuose su come lavorare al meglio da casa a tutti gli impiegati (stesso valore in Spagna, 54% nel Regno Unito). Dato interessante che palesa di certo un ritardo tecnologico del nostro paese ma, nello stesso tempo, la volontà di correre ai ripari. Una svolta che difficilmente non lascerà un’eredità per il futuro.

Da segnalare anche un altro importante dato: in Italia e in Spagna la maggioranza delle imprese (57%) hanno lasciato gli impiegati la libertà di decidere come utilizzare le ferie (in UK ci si ferma al 47%). Valore che può essere interpretato come la volontà di non mettere a disagio le persone già provate dalle quarantene e dal lockdown. E infatti tanto si è investito nel sostegno psicologico ai lavoratori. Nel Regno Unito quasi la metà delle imprese, il 49%. Seguono con percentuali un poco inferiori la Spagna (43%) e l’Italia (40%).

Sono state raccolte informazioni in modo informale per capire lo stato mentale degli impiegati (42% in Italia, 51% nel Regno Unito, 53% in Spagna). Le imprese hanno mostrato una volontà di confronto non usuale. In tutti i paesi la stragrande maggioranza ha distribuito check list per avere un giudizio sulle misure prese in merito alla salute e alle finanze (59% in Italia, 57% nel Regno Unito, 65% in Spagna). Un po’ in controtendenza la disponibilità a introdurre dei turni di lavoro per minimizzare il numero di persone presenti sul posto di lavoro: 47% in Italia, 39% nel Regno Unito, 45% in Spagna. L’ondata pandemica ha creato l’ambiente per promuovere nuovi processi che potrebbero diventare la regola per le sfide di domani.



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