Le telecamere in città adesso puntano al riconoscimento facciale

22 Maggio 2020 | Autore:
Le telecamere in città adesso puntano al riconoscimento facciale

Nelle aree urbane a rischio sicurezza potrebbero presto arrivare sistemi in grado di riconoscere i volti dei passanti: manca solo un Decreto e il Garante privacy apre uno spiraglio.

La videosorveglianza urbana è presente da tempo nelle grandi città e ormai si è estesa anche a molti piccoli Comuni. Le telecamere, sempre più potenti e di elevata qualità, grazie alla loro alta risoluzione riescono ad inquadrare benissimo i volti dei passanti, rendendoli facilmente riconoscibili quando si guardano le immagini ed i filmati.

A Como si è verificato un caso pilota: il Comune ha installato un sistema di videosorveglianza di ultima generazione, dotato di una tecnologia che consente il riconoscimento facciale. Ha posizionato le telecamere, in via sperimentale, in un parco di fronte alla stazione ferroviaria, in modo da consentire alla polizia locale di intervenire in caso di individuazione di persone sospette.

Non solo, quindi, un deterrente, ma una possibilità per le forze dell’ordine di intervenire in tempo reale o a posteriori, per agevolare le attività di contrasto e repressione dei reati e le investigazioni per individuare gli autori dei crimini.

Il Comune ha dovuto effettuare la valutazione obbligatoria di impatto sulla privacy ed ha chiesto un parere preventivo al Garante, sottoponendogli l’innovazione. L’Authority ha detto stop, per ora ed allo stato attuale, ma ha lasciato aperto un grosso spiraglio che presto potrebbe colmarsi.

Nel provvedimento [1] il Garante ha innanzitutto ritenuto che i dati acquisiti dalle telecamere costituiscono indubbiamente dati biometrici ai sensi della normativa sulla privacy [2] perché le immagini facciali consentono «l’identificazione univoca» del soggetto ripreso ed ha osservato che la videosorveglianza effettuata mediante questo telecontrollo risulta legittima [3] in ragione dei fini perseguiti dal Comune; ma sul riconoscimento facciale c’è un ostacolo.

Nel quadro normativo delineato, manca proprio una norma che consenta la raccolta, il trattamento e la conservazione di dati biometrici [4] mediante strumenti elettronici, come questi impianti di videosorveglianza e telecontrollo. Questa apposita previsione normativa – necessaria perché si tratta di una particolare categoria di dati personali [5] – a giudizio del Garante «non appare rinvenibile».

Però – e qui si apre lo spiraglio – «tale previsione potrebbe eventualmente anche essere contenuta e adeguatamente circoscritta, quanto a presupposti di ammissibilità, nel D.P.R. di prossima adozione» [6].  Proprio questo Decreto in arrivo potrà regolare la materia e consentire questo trattamento, disciplinandone le modalità e le condizioni. Con il vantaggio – osserva il Garante privacy – di «uniformare le condizioni per il (e le garanzie nel) ricorso a dati biometrici da parte degli enti territoriali, in particolare per le funzioni di polizia giudiziaria riservate alla polizia locale».

In conclusione, il Garante privacy non ha autorizzato il Comune ad attivare il suo sistema di riconoscimento facciale, ma ha lasciato capire che il nuovo Decreto potrà consentirlo in via generale, perché fornirà la base normativa necessaria e idonea a disciplinare questa raccolta, utilizzo e conservazione delle immagini ritraenti i volti dei passanti. A quel punto anche gli Enti locali, attraverso la loro polizia, potranno farne uso per i fini di sicurezza e ordine pubblico che consentono già l’installazione delle normali telecamere.

note

[1] Garante per la protezione dei dati personali, parere n.54/2020 del 26 febbraio 2020.

[2] Art. 2, comma 1, lettera o), del D. Lgs. 30 giugno 2003, n. 196, come modificato dal D.Lgs. 10 agosto 2018, n. 101 (“Codice in materia di protezione dei dati personali“.

[3] Ai sensi del D.Lgs. n.51/2018 del 18 maggio 2018 “Protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali da parte delle autorità competenti a fini di prevenzione, indagine, accertamento e perseguimento di reati o esecuzione di sanzioni penali, nonché alla libera circolazione di tali dati“.

[4] Cfr. l’art. 6, comma 7, del D.L. n. 11/2009 del 23 febbraio 2009, “Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale, nonché in tema di atti persecutori“.

[5] Art. 7 del D.Lgs. n. 51/2018 del 18 maggio 2018: “Il trattamento di dati di cui all’articolo 9 del regolamento UE è autorizzato solo se strettamente necessario e assistito da garanzie adeguate per i diritti e le libertà dell’interessato e specificamente previsto dal diritto dell’Unione europea o da legge o, nei casi previsti dalla legge, da regolamento, ovvero, ferme le garanzie dei diritti e delle libertà, se necessario per salvaguardare un interesse vitale dell’interessato o di un’altra persona fisica o se ha ad oggetto dati resi manifestamente pubblici dall’interessato”.

[6] Art. 5, comma 2, del D.Lgs. n. 51/2018 del 18 maggio 2018.


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