Diritto e Fisco | Articoli

Come giustificare spese elevate?

24 Maggio 2020
Come giustificare spese elevate?

Tenore di vita alto: si può evitare l’accertamento fiscale tramite redditometro dimostrando di vivere con familiari benestanti.

Niente accertamento fiscale ai figli di papà. 

Certo, detto così, potrebbe sembrare una ingiustizia bell’e buona. Perché mai agevolare il giovane disoccupato, i cui genitori sono benestanti, rispetto a quello che ha invece il padre e la madre con un reddito basso? La ragione è semplice: perché scopo del fisco è verificare solo se le spese sostenute da chi non dichiara alcuna entrata possono essere in qualche modo giustificate da una fonte lecita. E se tale fonte è costituita dalle ricchezze dei genitori, non c’è allora alcun divieto a spendere più di quanto si guadagna. 

In buona sostanza, una volta che il reddito dei genitori è stato regolarmente tassato, ben può essere oggetto di donazioni ai figli affinché siano loro a spenderlo. Ma, all’atto pratico, come giustificare spese elevate? In questo articolo daremo alcuni chiarimenti alla luce di una recente pronuncia della Cassazione [1].

Giustificare spese elevate con il reddito dei genitori conviventi

Prima di addentrarci nella parte tecnica, facciamo un paio di esempi per chiarire meglio la situazione. 

Luca è disoccupato. Ha 40 anni ma non sente l’esigenza di trovare lavoro. A lui, infatti, pensano i suoi genitori che, ricchi proprietari terrieri, hanno un patrimonio di tutto rispetto. Nell’attesa di diventare erede, Luca spende ciò che il padre e la madre gli versano mensilmente sul conto corrente. Un giorno Luca compra un’auto di lusso. L’acquisto fa suonare l’allarme all’Agenzia delle Entrate che chiede al giovane proprietario giustificazioni in merito al denaro usato per comprare il bolide, denaro incompatibile con la sua personale situazione economica. Luca però mostra che, dallo stato di famiglia, è ancora convivente con i genitori e dichiara di ricevere da questi continue donazioni. Luca così si salva dall’accertamento.

Matteo ha uno stipendio mensile di 500 euro. La madre non lavora e il padre svolge attività occasionali. Matteo un giorno acquista una moto da 15mila euro. Anche in questo caso l’Agenzia delle Entrate chiede spiegazioni al giovane contribuente: «con quali soldi hai comprato il veicolo se guadagni così poco?», domanda il funzionario dell’ufficio delle imposte. Matteo sostiene che il denaro gli sarebbe stato regalato dai genitori ma la scusa non attacca e il fisco invia un accertamento. 

In entrambi i casi, i contribuenti a cui è stato notificato l’accertamento si sono posti la medesima domanda: Come giustificare spese elevate? 

Nel primo caso, però, il contribuente ha validamente motivato la disponibilità di una ricchezza superiore a quella da lui dichiarata: ricchezza lecita perché già dichiarata dai suoi genitori e, quindi, tassata. 

Nel secondo caso, invece, il contribuente non ha fornito tale prova: anche i suoi genitori, difatti, non hanno le capacità per l’acquisto del bene di lusso. 

Ecco dunque la sintesi della questione: prima di avviare un accertamento fiscale basato sul redditometro – l’algoritmo dell’Agenzia delle Entrate che controlla il volume delle spese e lo confronta con il reddito dichiarato – viene valutata non solo la ricchezza del contribuente ma anche quella dei suoi familiari conviventi. 

Questo però non significa che chi ha genitori non benestanti non possa ricevere da loro del denaro in regalo. Qualora, però, questi dovesse sostenere che i maggiori acquisti sono frutto di elargizioni da parte dei familiari, dovrà documentarlo. Il che richiede quindi l’utilizzo di strumenti tracciabili come il bonifico bancario o l’assegno non trasferibile.

Quindi, il succo della questione è questo: chi spende più di quanto guadagna può giustificare il suo tenore di vita richiamando semplicemente le condizioni dei propri genitori conviventi. Chi, invece, non riesce a fornire tale prova (perché magari i genitori non sono conviventi oppure non hanno un reddito elevato) dovrà fornire la prova scritta (con data certa) della provenienza del denaro, cosa che solo un pagamento tracciabile riesce a fornire con certezza.

Leggi anche “Tenore di vita alto: che rischi col fisco se spendi“. 

Sulla base di questi principi, la Cassazione [1] ha di recente cancellato l’accertamento a carico di una donna, frutto di alcuni esborsi di denaro non compatibili con la mancanza di lavoro e di entrate. A salvarla è stata la convivenza coi genitori e la possibilità di attingere al loro corposo patrimonio.  

Vita facile per i ‘bamboccioni’ – con genitori ricchi – nella battaglia col fisco. Nella vicenda che ha dato origine alla pronuncia in commento, l’Agenzia delle Entrate ha contestato a una donna un imponibile non dichiarato pari a circa 63mila euro alla luce di «spese sostenute per l’acquisto di un’automobile, per la detenzione di un’altra vettura, per il pagamento di due premi assicurativi e per il conferimento di capitale in una Srl».

La donna si è difesa sostenendo che le spese in discussione erano state affrontate grazie a denaro proveniente dalla sua famiglia. Costei, infatti, faceva parte di un nucleo familiare in cui i genitori gestivano un ristorante da cui avevano ricavato un cospicuo patrimonio e avevano venduto immobili con un ricavo di 450mila euro. 

Anche per la Cassazione sono fondamentali «le documentate vicende patrimoniali e di reddito del nucleo familiare» della donna. Primo dato certo è che all’epoca «la contribuente conviveva con i suoi genitori e non svolgeva attività lavorativa». Subito dopo «è stato documentato che la sua famiglia non solo gestiva un rinomato ristorante ma soprattutto era entrata nella disponibilità di un cospicuo capitale liquido – certamente superiore all’importo dell’imponibile contestato alla donna – proveniente dalla vendita di cespiti immobiliari».

Correttamente, quindi, osservano i giudici della Cassazione, «a fronte di questo patrimonio familiare, si è ritenuto che le spese contestate alla contribuente potessero trovare giustificazione nell’intervento finanziario dei genitori».

Giustificare spese elevate in altri modi

Oltre al caso appena rappresentato, però, ci sono altri modi per giustificare le spese più elevate del reddito dichiarato. Ad esempio, si può dimostrare di aver ricevuto donazioni da altre persone, dando prova con bonifici o assegni. Si può dimostrare di aver venduto dei beni usati, come un’auto o una casa ereditata. Si può anche documentare il fatto di aver vinto al gioco, trattandosi di redditi già tassati alla fonte. 


note

[1] Cass. ord. n. 9332/20 del 21.05.2020.

Corte di Cassazione, sez. Tributaria, ordinanza 18 dicembre 2019 – 21 maggio 2020, n. 9332

Presidente Crucitti – Relatore Gilotta

Rilevato che

Con l’accertamento in oggetto l’Agenzia delle Entrate contestò a Gl. Fo., per l’anno 2005, imponibile non dichiarato per Euro 63.164,78, calcolato col metodo sintetico di cui all’art. 38, comma 4, D.P.R. 600/73, per spese sostenute per l’acquisto di un’autovettura, per la detenzione di un’altra vettura, per il pagamento di due premi assicurativi e per il conferimento di capitale in una s.r.l.

L’accertamento, impugnato davanti alla Commissione Tributaria Provinciale di Milano, fu da questa annullato essendosi ritenuto provato che quelle spese erano proveniente dalla famiglia della ricorrente.

La sentenza della Commissione Tributaria Provinciale, appellata dall’Agenzia, è stata confermata dalla Commissione Tributaria Regionale.

Per la cassazione di questa sentenza ricorre, su quattro motivi, l’Agenzia delle Entrate.

La contribuente ha resistito con controricorso.

Per la trattazione è stata fissata l’adunanza in camera di consiglio del 18 dicembre 2019, ai sensi degli artt. 375, ult. co., e 380 bis 1, c.p.c. il primo come modificato ed il secondo introdotto dal D.L. 31.08.2016, n.168, conv. in legge n. 168 del 2016.

Considerato che

Secondo quanto emerge dalla sentenza impugnata, La Commissione Tributaria Provinciale aveva accolto il ricorso nel presupposto che la contribuente facesse parte di un nucleo familiare dove i genitori gestivano un ristorante, dal quale avevano ricavato un cospicuo patrimonio, e che avevano venduto immobili con un ricavo di Euro 450.000,00; che una delle due autovetture era stata venduta anni prima e che l’altra era stata acquistata l’anno successivo, nel giugno 2006; che il padre aveva provveduto al pagamento dei due premi assicurativi e all’esborso per l’acquisto delle quote della Ristorante Fo. s.r.l.

La sentenza era stata appellata dall’Agenzia delle Entrate “per carenza di motivazione e insussistenza di prove idonee a vincere la presunzione derivante dall’applicazione del redditometro ad eccezione di quella relativa alla BMW 320 I CA T venduta alcuni anni prima”.

La stessa sentenza ha rigettato l’appello dell’Ufficio “per due ordini di motivi. Il primo, in quanto la sentenza di primo grado deve ritenersi adeguatamente motivata perché in essa vengono esplicitati, anche se sinteticamente, i motivi posti a base della decisione. Il secondo, in quanto l’Ufficio nel procedere all’accertamento sintetico, non ha tenuto conto della disponibilità degli altri componenti della famiglia, atteso che la contribuente è componente del nucleo familiare di origine priva di redditi propri, come risulta dimostrato da idonea documentazione”.

Con il primo motivo l’Agenzia delle Entrate denuncia <<360 n. 4 cod. proc. civ. – Violazione art. 132 cod. proc. civ.>> perché la sentenza ha ritenuto “adeguatamente motivata la sentenza appellata perché in essa erano stati esplicitati i motivi posti a base della decisione”: motivazione che potrebbe sorreggere qualunque sentenza, e che è perciò apparente e quindi nulla.

Con il secondo motivo denuncia <<360 n 4 cod. proc. civ. – art 112 cod. proc. civ.>> perché la sentenza aveva omesso di pronunciarsi sul motivo di carenza di motivazione, dedotto in appello.

Questi due primi motivi vanno trattati congiuntamente perché strettamente connessi.

Essi sono infondati.

In seguito alla riformulazione dell’art. 360, comma 1, n. 5, c.p.c, disposta dall’art. 54 del D.L. n. 83 del 2012, conv., con modif., dalla L. n. 134 del 2012, non è più deducibile quale vizio di legittimità il semplice difetto di sufficienza della motivazione, pur continuando i provvedimenti giudiziari soggetti all’obbligo di motivazione previsto in via generale dall’art. 111, sesto comma, Cost. e, nel processo civile, dall’art. 132, secondo comma, n. 4, c.p.c. Tale obbligo è violato qualora la motivazione sia totalmente mancante o meramente apparente, ovvero essa risulti del tutto inidonea ad assolvere alla funzione specifica di esplicitare le ragioni della decisione (per essere afflitta da un contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili oppure perché perplessa ed obiettivamente incomprensibile) e, in tal caso, si concreta una nullità processuale deducibile in sede di legittimità ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 4, c.p.c. (Cass., 22598/’18; Cass., 23940/’17).

In questo caso, la sentenza della Commissione Tributaria Regionale non può dirsi né carente di motivazione né dotata di motivazione puramente apparente, perché nella sua parte espositiva aveva riportato la motivazione della sentenza appellata e i motivi dell’appello dell’Ufficio e nella parte motiva aveva ritenuto di condividerla anche in ragione del fatto che la contribuente aveva dimostrato la provenienza familiare delle risorse impiegate per le spese sostenute

Con il terzo motivo denuncia <<360 n 4 cod. proc. civ. – art 132 cod. proc. civ.>> perché la sentenza della Commissione Tributaria Regionale restava immotivata anche ove letta in relazione alla motivazione della sentenza di primo grado, che avevano ritenuto “di rilevante incidenza ai fini della effettività dei “compensi NON percepiti” (e NON dichiarati dalla contribuente/ricorrente ed oggetto dell’avviso di accertamento operato dall’Ufficio locale dell’Agenzia delle Entrate) … le documentate vicende “patrimoniali” e di “reddito” del nucleo familiare del quale fa incontestabilmente parte la odierna ricorrente, dedotte ed argomentatamente svolte dalla difesa della ricorrente…”.

Il motivo è infondato.

In proposito occorre richiamare la giurisprudenza di questa Corte (Cass., 7757/’18; Cass., 6396/’14) secondo la quale in tema di accertamento sintetico del reddito, ai sensi dell’art. 38, comma 6, del D.P.R. n. 600 del 1973, ove il contribuente deduca che la spesa sia il frutto di liberalità o di altra provenienza, la relativa prova deve essere fornita con la produzione di documenti, dai quali emerga non solo la disponibilità all’interno del nucleo familiare di tali redditi, ma anche l’entità degli stessi e la durata del possesso in capo al contribuente interessato dall’accertamento, pur non essendo lo stesso tenuto, altresì, a dimostrare l’impiego di detti redditi per l’effettuazione delle spese contestate, attesa la fungibilità delle diverse fonti di provvista economica.

Nel caso in esame non è contestato dalla ricorrente che la contribuente convivesse con i suoi genitori e che non svolgesse attività lavorativa. Inoltre è stato documentato che la sua famiglia non solo gestisse un rinomato ristorante (che da solo tuttavia – va rilevato – non poteva giustificare acquisti di tale entità) ma soprattutto che era entrata nella disponibilità di un cospicuo capitale liquido – certamente superiore all’importo dell’imponibile contestato a Gl. Fo. – proveniente dalla vendita di cespiti immobiliari. A fronte di questo patrimonio familiare, la Commissione Tributaria Regionale ha ritenuto che le spese contestate alla contribuente potessero trovare giustificazione nell’intervento finanziario dei genitori, come del resto ammesso – quanto meno fino all’importo di 23.000 Euro – dall’Ufficio.

Secondo la giurisprudenza sopra indicata, poi, non essendo richiesto al contribuente di dimostrare specificamente l’effettivo impiego delle risorse occorrenti per le spese contestate risorse, la doglianza della ricorrente, che punta su questo specifico tema, non è fondata.

Il quarto motivo, dove si denuncia l’omesso esame di un fatto decisivo controverso fra le parti, e dove il fatto decisivo sembra essere costituito dalle spese sostenute dalla ricorrente e formanti base imponibile, è inammissibile, perché il fatto, cui fa riferimento la nuova formulazione dell’art. 360, comma 1, n. 5, cod. proc. civ., è un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia: Cass. 27415/2018; Cass., 14802/’17): tale non è l’imponibile contestato, che è res probanda.

In ogni caso, si tratterebbe di motivo assorbito dal rigetto del terzo.

Le spese seguono la soccombenza.

Nei casi di impugnazione respinta integralmente o dichiarata inammissibile o improcedibile, l’obbligo di versare, ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater, del d.p.r. n. 115 del 2002, un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, non può trovare applicazione nei confronti delle Amministrazioni dello Stato che, mediante il meccanismo della prenotazione a debito, sono esentate dal pagamento delle imposte e tasse che gravano sul processo (Cass., 1778/2016; Cass., 5955/2014).

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna l’Agenzia delle Entrata alla rifusione delle spese, che liquida in Euro 2.500,00, oltre al 15% per spese generali, i.v.a. e contributi.

 


Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non hanno ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube