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Conti correnti controllati da Agenzia Entrate

25 Maggio 2020
Conti correnti controllati da Agenzia Entrate

Valido l’accertamento fiscale quando il contribuente non fornisce chiare spiegazioni sulle movimentazioni bancarie.

Sbaglia chi crede che i conti correnti controllati da Agenzia Entrate siano solo quelli di professionisti e imprenditori. Tutte le categorie di contribuenti possono essere oggetto di verifica fiscale e, in particolare, quella mediante l’accertamento delle movimentazioni di denaro versato sul c/c. 

Non solo: non si può sfuggire alle sanzioni dell’ufficio delle imposte se non si forniscono valide spiegazioni in merito ai versamenti di contanti o ai bonifici ricevuti. 

Sono questi i punti focali di due importanti sentenze emesse di recente dalla Cassazione [1]. La Corte è ritornata su un tema sempre attuale: quello delle prove che il contribuente deve procurarsi per vincere le cosiddette “presunzioni” dell’ufficio delle imposte, presunzioni che scattano in presenza di movimentazioni sospette sui conti. Mai come in questo caso, al fisco è dato sospettare, al cittadino invece spetta difendersi. 

Ma quali sono le categorie di contribuenti più esposti a rischio? Quali i conti correnti controllati da Agenzia Entrate? Nell’analizzare le due pronunce della Cassazione, forniremo le risposte a tali interrogativi.

In cosa consistono i controlli sui conti correnti?

Tutte le volte che, sul conto corrente, viene effettuata una movimentazione in entrata o in uscita, l’Agenzia delle Entrate ne viene a conoscenza grazie alla cosiddetta Anagrafe dei conti correnti, un database alimentato dalle informazioni che le stesse banche e la Posta devono comunicare periodicamente al fisco. In tale database, finiscono non solo gli estremi dei conti accesi presso l’intermediario finanziario, ma anche il saldo, i movimenti attivi (versamenti, bonifici) e passivi (pagamenti, prelievi), i titoli di credito depositati presso l’istituto, i libretti di risparmio, le carte di credito prepagate, le cassette di sicurezza, ecc.

In presenza di bonifici ricevuti o di versamenti di contanti, l’Agenzia delle Entrate può presumere che si tratti di somme derivanti da attività lavorativa e, pertanto, da dichiarare. A prevederlo è la stessa legge [2]. Ecco perché, se di tali importi non vi è traccia nella dichiarazione dei redditi del correntista, per quest’ultimo scatta un accertamento fiscale. 

Spetta allora al contribuente fornire la prova contraria e dimostrare che il denaro accreditato sul conto provenga da fonte esente (ad esempio, una donazione o un risarcimento) o già tassata alla fonte (ad esempio, una vincita al gioco).

Così, ricorda la Corte, in materia di accertamenti fiscali sui conti correnti, il contribuente ha l’onere di superare la presunzione a lui contraria disposta dalla legge, dimostrando in modo analitico che ciascuna delle operazioni risultante dall’estratto conto non è imponibile, non deriva cioè da una fonte reddituale. 

Come detto è la stessa legge a prevedere una presunzione a favore del fisco, in base alla quale versamenti e accrediti operati sui conti correnti bancari vanno imputati a ricavi. 

Luca versa sul conto corrente 5.000 euro frutto di alcuni risparmi accumulati negli anni a casa. L’Agenzia delle Entrate però, rilevando l’accredito, può presumere che si tratti di una retribuzione e, pertanto, poiché tali importi non sono stati riportati nella dichiarazione dei redditi di Luca, invia al contribuente un accertamento fiscale.

Come difendersi dai controlli sui conti correnti?

La prova contraria può essere solo documentale e munita di una data certa. Questo significa che, se un contribuente volesse dimostrare che le somme versate o ricevute sul conto derivano da fonti non reddituali non potrebbe limitarsi a fornire una testimonianza. Il più delle volte, la prova contraria è costituita dalla tracciabilità della movimentazione (un bonifico) o da un atto notarile. 

Quali conti correnti sono controllati da Agenzia Entrate?

La regola appena vista non si applica solo ai contribuenti imprenditori e professionisti ma a tutte le categorie. La Cassazione ha infatti detto che la presunzione legale relativa alla disponibilità di maggior reddito desumibile dai versamenti di contanti sul conto o dai bonifici ricevuti non è riferibile solo ai titolari di reddito di impresa o di lavoro autonomo ma si estende alla generalità dei contribuenti [3]. E ciò vale sia per i rapporti bancari che per quelli accesi presso Poste Italiane. Non c’è peraltro alcuna differenziazione tra conti e carte prepagate.

Non solo. Da tali presunzioni può scaturire anche una condanna penale per evasione fiscale se non si riesce a smentire l’esisto delle indagini condotte dalla Finanza sui conti i banca. È vero: nel penale costituiscono solo dati di fatto le presunzioni tributarie secondo cui a prelievi e versamenti corrispondono ricavi. E il giudice ha bisogno di riscontri per ritenere sussistente la condotta addebitata all’imputato. Ma è proprio quest’ultimo a dover fornire una spiegazione sui movimenti di denaro o una diversa ricostruzione rispetto a quella presunta dal Fisco. 


note

[1] Cass. sent. n. 9512/2020, n. 8509/2020.

[2] Art. 32 d.P.R. n. 600/1973 e art. 51 d.P.R. n. 633/1972.

[3] Cass. sent. n. 29572/2018, n. 1519/2017.


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