Cronaca | News

Fase 2: «Se il Covid riparte, non potremo richiudere tutto»

25 Maggio 2020
Fase 2: «Se il Covid riparte, non potremo richiudere tutto»

Il virologo Palù riflette sulle conseguenze che si potrebbero avere a seguito di un possibile aumento dei casi di Coronavirus e parla di una sorveglianza biologica.

L’Italia è in piena fase 2 dell’emergenza coronavirus e i dati per ora confortano. Ma se l’epidemia dovesse ripartire, cosa bisognerà fare? Si dovrà chiudere di nuovo tutto? «Non possiamo permettercelo, sarebbe la morte economica», ammonisce in un’intervista a ‘La Verità’ Giorgio Palù, virologo che ci tiene a definirsi così «di fronte a tanti sedicenti tali che non ho mai conosciuto» Vari «personaggi da talk show che parlano l’uno contro l’altro senza avere mai pubblicato un lavoro su una rivista di virologia».

L’esperto, che è stato presidente della Società europea di virologia, nonché fondatore e presidente della Società italiana di virologia, riflette sul primo lockdown e conferma che andava fatto: «La riprova è la diminuzione di casi. Era un virus nuovo, pandemico», mentre «nessun coronavirus conosciuto è mai stato pandemico», ricorda in una nota riportata dall’agenzia di stampa Adnkronos.

Sottolineando anzi che sulla chiusura di marzo si è perso tempo: «Per 20 giorni – osserva – i nostri politici hanno discusso se mettere in quarantena i cinesi, ma non si poteva farlo per non discriminarli come i migranti. Hanno chiuso i voli dalla Cina, ma nessuno ha voluto controllare gli europei che tornavano da laggiù. Il buonismo ci ha condannati», dice il virologo.

Se Covid-19 rialzerà la testa non potremo tornare al lockdown, ribadisce Palù, ma sarà necessario «avere prudenza e tracciare i contatti. Quando si scopre un positivo bisogna risalire a chi è venuto in contatto con lui non per chiudere altre zone rosse, ma per isolare immediatamente queste persone». A casa «o in qualche albergo vuoto. Non certo negli ospedali – puntualizza – come ha fatto la Lombardia che ha ricoverato il 70% dei positivi contro il 20% del Veneto. Il modello – insiste – è avere presidi territoriali, controlli, tracciabilità, un sistema epidemiologico regionale in grado di raccogliere i dati dai presidi di igiene e sanità locali, dai medici di medicina generale o del lavoro, dalle industrie».

«Bisogna avere una sorveglianza biologica», continua l’esperto. «In Veneto c’è già stato un trial con una decina di industrie e la percentuale di positivi non ha mai superato l’1%. Significa che i nostri industriali sono molto accorti in quello che fanno», evidenzia, avvertendo tuttavia come – a parte gli anziani che restano i più vulnerabili – i più esposti a un nuovo contagio sono «i lavoratori, a partire dai medici. Molti ne sono stati veicoli inconsapevoli, lavorando senza protezioni. E’ stata una grave ignoranza», commenta Palù. «Colpevole – aggiunge – perché la Sars ci aveva insegnato come circolano i coronavirus».



Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube