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I costi di pagamento con carta di credito o bancomat non possono gravare sul cliente

25 Ottobre 2013
I costi di pagamento con carta di credito o bancomat non possono gravare sul cliente

Le aziende dell’Unione Europea non possono scaricare sui consumatori i costi per i pagamenti avvenuti con carta di credito o altri circuiti; ciò vale anche per le società di telefonia mobile.

Si chiama “surcharging” ed è la commissione che il venditore è tenuto a versare (a soggetti come Mastercard, Paypall, American Express) per usufruire di servizi di pagamento tramite carta di credito, bancomat, circuiti bancari, ecc.

Nella ormai costante pratica commerciale, l’azienda beneficiaria del pagamento scarica questo costo sul proprio cliente, nascondendolo nel prezzo. Un minimo aggravio che non viene spesso percepito da chi paga.

Esiste però una direttiva comunitaria (la direttiva sui servizi di pagamento) che consente agli Stati Membri di vietare o limitare la pratica di tali maggiorazione a discapito dei consumatori.

Tale divieto può essere applicato a qualsiasi attività commerciale, sia pure alle società di telefonia mobile. È quanto emerge dalle conclusioni pronunciate dall’avvocato generale della Corte di giustizia europea in un giudizio che si sta concludendo in questi giorni [1].

Il rischio insito nelle pratiche di surcharging è che vi siano forti abusi nei confronti dei consumatori e l’assenza di trasparenza nei prezzi al consumo. Proprio per questa ragione, la direttiva in commento, accorda agli Stati membri la facoltà di proibire del tutto le maggiorazioni.

Tale direttiva è stata, per esempio, completamente attuata in Austria dove vige il divieto, per tutte le aziende, di addebitare, sui propri clienti, i costi amministrativi per i pagamenti.

Secondo l’avvocato generale Melchior Wathelet, la facoltà che la direttiva offre agli Stati membri di vietare la maggiorazione si applica, non solo alle normali attività commerciali, ma anche nei rapporti tra le compagnie di telefonia mobile e i propri clienti.


note

[1] Nella causa C616/11.


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