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Naspi dopo cassa integrazione

26 Maggio 2020
Naspi dopo cassa integrazione

Lo Stato eroga delle prestazioni econoiche sia a favore dei lavoratori sospesi in cassa integrazione sia in favore dei lavoratori che perdono involontariamente il lavoro.

Nei periodi di difficoltà economica le aziende possono richiedere allo Stato, al ricorrere di determinate condizioni, l’accesso agli ammortizzatori sociali. In questo modo, i datori di lavoro possono ridurre il costo di lavoro senza ricorrere ai licenziamenti.

Dal punto di vista psicologico, tuttavia, essere messo in cassa integrazione significa per il lavoratore iniziare a nutrire delle preoccupazioni sullo stato di salute dell’impresa in cui lavora e nei confronti del proprio futuro occupazionale. Proprio per questo, molto spesso, i lavoratori in cassa integrazione si guardano intorno per cercare un nuovo impiego o cominciano a chiedersi cosa succederà alla fine del periodo di cassa integrazione. In particolare, ci si chiede se è possibile fruire della Naspi dopo cassa integrazione.

Come vedremo, infatti, la fruizione dell’indennità di disoccupazione è subordinata al possesso di determinati requisiti che, nel caso in cui la disoccupazione intervenga dopo un lungo periodo di sospensione in cassa integrazione, potrebbero non risultare soddisfatti e mettere quindi in discussione la possibilità di prendere la disoccupazione.

Che cos’è la cassa integrazione?

In questi giorni, a causa dell’emergenza epidemiologica da Covid-19, molte aziende hanno dovuto abbassare le saracinesche. Altre, pur non essendo state chiuse da parte dei provvedimenti delle autorità, hanno registrato un brusco calo della domanda di beni e servizi ed hanno, dunque, in ogni caso, dovuto sospendere o ridurre fortemente la propria attività lavorativa.

Il Covid-19 è solo uno dei tantissimi fattori che possono determinare una drastica riduzione, se non un totale azzeramento, dell’attività lavorativa dell’impresa. Basti pensare alle fluttuazioni del mercato, ad eventi meteorologici, a emergenze di ordine pubblico, a provvedimenti dell’autorità, ad emergenze sanitarie, a crisi aziendale, alla riorganizzazione dell’azienda e molto altro.

In tutti questi casi, l’attività lavorativa dell’impresa viene fortemente ridotta o completamente sospesa. Per evitare che il datore di lavoro, al fine di ridurre i costi dell’azienda nel periodo di crisi, proceda al licenziamento dei propri dipendenti, lo Stato mette a disposizione dei datori di lavoro e dei lavoratori la cassa integrazione guadagni. Si tratta di un ammortizzatore sociale che consiste nell’erogazione, da parte dello Stato, ai lavoratori ai quali sia stato sospeso o ridotto l’orario di lavoro, di un trattamento di integrazione salariale che mira a coprire almeno in parte la retribuzione persa.

Quali sono le tipologie di cassa integrazione?

Nel nostro ordinamento, non esiste un’unica tipologia di cassa integrazione, ma ce ne sono diverse. Il motivo di questa diversificazione consiste nella volontà del legislatore di offrire strumenti di integrazione salariale il più possibile rispondenti alle specifiche caratteristiche dei vari settori economico-produttivi.

Le principali tipologie di cassa integrazione previste dall’attuale normativa in materia di ammortizzatori sociali [1] sono le seguenti:

  • Cassa integrazione guadagni ordinaria (Cigo);
  • Cassa integrazione guadagni straordinaria (Cigs);
  • Fondo di integrazione salariale (Fis);
  • Fondi di integrazione salariale bilaterali;
  • Cassa integrazione guadagni in deroga(Cigd).

Ogni azienda conosce perfettamente a quale tipologia di cassa integrazione appartiene in quanto, in sede di assegnazione della matricola previdenziale Inps, l’azienda viene associata ad una specifica tipologia di integrazione salariale.

Questo significa che l’azienda deve pagare proprio a quella tipologia di integrazione salariale i propri contributi (infatti, una quota dei contributi previdenziali serve a finanziare il fondo della cassa integrazione) e che, in caso di esigenza, è proprio a quella tipologia di integrazione salariale che l’azienda deve fare domanda per ottenere il trattamento di cassa integrazione.

Cassa integrazione quanto spetta?

In linea generale, il trattamento di integrazione salariale ammonta all’80% della retribuzione che sarebbe spettata al lavoratore tra il limite dell’orario contrattuale di lavoro e le zero ore.

Tuttavia, non tutti i lavoratori percepiranno effettivamente un trattamento di integrazione salariale pari all’80% della retribuzione persa a causa della riduzione o sospensione dell’orario di lavoro. Ciò in quanto esiste un tetto massimo erogabile mensilmente dall’Inps a titolo di integrazione salariale detto massimale Cig. Il valore di questo importo viene aggiornato annualmente dall’Inps sulla base degli scostamenti dell’inflazione registrati dall’Istat.

Nel 2020, gli importi del massimale Cig definiti dall’Inps [2] sono i seguenti:

  • 939,89 euro mensili netti (su cui occorre comunque calcolare le tasse) per i lavoratori la cui retribuzione è inferiore o uguale a 2.159,48 euro;
  • 1.129,66 euro mensili netti (su cui occorre comunque calcolare le tasse) per i lavoratori la cui retribuzione è superiore a 2.159,48 euro.

Il trattamento economico del lavoratore durante la cassa integrazione dipende, dunque, dalla percentuale di riduzione dell’orario di lavoro disposta dal datore di lavoro. Infatti, durante la Cig, non tutti i lavoratori sono necessariamente sospesi a zero ore ma il datore di lavoro può adottare la cassa integrazione anche solo sotto forma di riduzione dell’attività lavorativa. In questo caso, i lavoratori possono subire una mera riduzione dell’attività di lavoro. Da ciò consegue che, in caso di sospensione a zero ore, il lavoratore percepirà unicamente il trattamento di integrazione salariale Inps.

Viceversa, in caso di riduzione dell’attività lavorativa il datore di lavoro erogherà regolarmente lo stipendio con riferimento alle ore di lavoro effettivamente prestate; invece, con riferimento alle ore perse a causa della riduzione di orario, il lavoratore riceverà l’integrazione salariale a carico dell’Inps.

Che cos’è la Naspi?

A partire dal 2015, è stata introdotta una nuova indennità di disoccupazione, in sostituzione delle precedenti, detta nuova assicurazione sociale per l’impiego, meglio conosciuta con l’acronimo Naspi.

In generale, nel nostro ordinamento, sono sempre stati presenti dei sussidi per coloro che perdono involontariamente il lavoro. Infatti, è la nostra Costituzione [3] a stabilire che lo Stato debba intervenire a sostegno di coloro che risultano colpiti dalla disoccupazione involontaria.

La Naspi consiste in un assegno mensile che viene erogato direttamente dall’Inps ai lavoratori che hanno perso involontariamente il lavoro.

Naspi: i requisiti

Per poter accedere alla Naspi occorre possedere tre fondamentali requisiti:

  • il primo è la perdita involontaria del lavoro. lo Stato, infatti, sostiene il lavoratore solo se ha perso il lavoro contro la sua volontà. Ne consegue che la Naspi spetta solo in caso di licenziamento e non spetta in caso di dimissioni o risoluzione consensuale del rapporto di lavoro. Fanno eccezione a questa regola una serie di casi in cui il rapporto di lavoro non si è chiuso con il licenziamento ,a, in ogni caso, la perdita del lavoro è comunque involontaria. E’ il caso, ad esempio, della risoluzione consensuale del rapporto di lavoro a seguito del rifiuto del lavoratore al trasferimento presso una sede di lavoro che dista più di 50 km dalla propria residenza oppure è il caso delle dimissioni per giusta causa;
  • requisito contributivo: per poter ottenere la Naspi il lavoratore deve aver accumulato, nei quattro anni che precedono la data di cessazione del rapporto, almeno 13 settimane di contribuzione Inps;
  • requisito lavorativo: per poter ottenere la Naspi, negli ultimi 12 mesi che precedono la cessazione del rapporto il lavoratore deve aver lavorato almeno trenta giornate di lavoro effettivo.

Inoltre, per non predere il diritto alla Naspi, il lavoratore non deve rioccuparsi e deve partecipare attivamente alle iniziative del centro per l’impiego per la riqualificazione professionale.

Naspi dopo cassa integrazione

Come abbiamo detto, essere messi in cassa integrazione suscita, spesso, delle preoccupazioni sul futuro occupazionale del lavoratore. Per questo, durante la cassa integrazione, il lavoratore inizia a pensare a cosa può succedere dopo la fine del periodo di cassa integrazione.

Potrebbe accadere che la crisi dell’impresa si dimostra più profonda del previsto e che, dopo la cassa integrazione, l’azienda decide di licenziare il dipendente. In questo caso occorre chiedersi se il periodo di cassa integrazione che ha preceduto il licenziamento possa pregiudicare la futura fruizione della Naspi. Infatti, come abbiamo visto, per ottenere la Naspi occorre aver effettivamente lavorato per almeno 30 giorni durante i 12 mesi che precedono la cessazione del rapporto.

Nel caso di cassa integrazione con sospensione a zero ore il lavoratore non si reca al lavoro e, soprattutto nel caso di una cassa integrazione prolungata, questo potrebbe teoricamente incidere sul diritto alla Naspi.

L’Inps ha precisato [4] che, ai fini della determinazione del quadriennio per la ricerca del requisito contributivo minimo e per il requisito lavorativo delle 30 giornate di lavoro effettivo nei 12 mesi che precedono la cessazione del rapporto, sia i periodi di cassa integrazione in deroga con sospensione a zero ore, sia i periodi di sospensione a zero ore per cassa integrazione ordinaria e straordinaria sono da considerarsi neutri con corrispondente ampliamento sia del periodo di osservazione per la ricerca della contribuzione utile alla prestazione di disoccupazione sia del periodo di 12 mesi per la ricerca del requisito dei 30 giorni di effettivo lavoro.

Ne consegue che i periodi di sospensione a zero ore in cassa integrazione non incidono negativamente sulla maturazione dei requisiti per l’accesso alla Naspi.

Il lavoratore, se viene licenziato dopo la cassa integrazione, avrà dunque diritto alla Naspi.


note

[1] D. Lgs. 148/2015.

[2] Inps Circolare n. 20/2020.

[3] Art. 38 Cost.

[4] Inps Circolare n. 142/2015.


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1 Commento

  1. La cassa integrazione non include pagamento delle contribuzione INPS? In altre parole, se qualcuno ha solo lavorate uno o due mesi prima del lockdown/cassa integrazione (e non affatto negli 4 anni precedenti) e ha perso il lavoro dopo la cassa integrazione, e possibile che non ha il diritto al NASPI perche mancano contribuizione INPS? Grazie.

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