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Rifugiato e riconoscimento della protezione umanitaria

26 Maggio 2020
Rifugiato e riconoscimento della protezione umanitaria

Permesso per motivi umanitari per omosessualità, fame, prostituzione, persecuzione. 

Sempre più spesso, la Cassazione è chiamata a pronunciarsi sulle vicende di immigrati clandestini che richiedono lo stato di rifugiato e il riconoscimento della protezione umanitaria. Recenti pronunce analizzano alcuni dei casi più emblematici, quello ad esempio collegato all’omosessualità, alla prostituzione, alla fame. Qui di seguito faremo una sintesi di tali sentenze per comprendere come si muove l’attuale panorama giurisprudenziale in merito. 

Ricordiamo innanzitutto che la protezione umanitaria spetta in caso di «atti di persecuzione»; deve cioè sussistere una condizione di «grave lesione dei diritti umani fondamentali che si consumerebbe nel Paese di origine» e, quindi, in caso di rimpatrio.

La nozione di rifugiato riguarda la condizione del cittadino straniero che, per il timore fondato di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o opinione politica, si trova fuori dal territorio del Paese di cui ha la cittadinanza e non può o, a causa di tale timore, non vuole avvalersi della protezione di tale Paese.

Ma procediamo con ordine e vediamo, più nel dettaglio, in quali situazioni è possibile richiedere lo stato di rifugiato e il riconoscimento della protezione umanitaria.

Omosessualità e riconoscimento della protezione per lo straniero

La legge «vieta l’espulsione o il respingimento verso uno Stato in cui lo straniero possa essere oggetto di persecuzione anche per motivi di orientamento sessuale». 

Per «persecuzione» deve intendersi una forma di lotta radicale contro una minoranza che può anche essere attuata sul piano giuridico e specificamente con la semplice previsione del comportamento che si intende contrastare come reato punibile con la reclusione. «Tale situazione si concretizza allorché le persone di orientamento omosessuale sono costrette a violare la legge penale del proprio Paese e a esporsi a gravi sanzioni per poter vivere liberamente la propria sessualità, sì che ben si può ritenere che ciò costituisca una grave ingerenza nella vita privata dei cittadini omosessuali che compromette grandemente la loro libertà personale».

In sintesi, lo straniero che, a causa della sua condizione di omosessualità, viene perseguitato nel Paese di origine ha diritto allo stato di rifugiato e al riconoscimento della protezione umanitaria in Italia. Ma questo beneficio non è così automatico. 

Di recente, la Cassazione ha posto una serie di paletti [1]. Spetta al richiedente asilo dimostrare una serie di circostanze che danno diritto alla protezione. Innanzitutto, questi deve dimostrare una condizione di omosessualità conclamata (due sole relazioni gay, specie in epoca remota, non hanno alcun peso). 

La Corte ha richiesto anche una prova documentale della condizione di omosessualità dello straniero.

Ci devono essere prove dell’esistenza di un eventuale procedimento penale in patria o di «attività di ricerca da parte della polizia, o di atti persecutori nei suoi confronti».

La Cassazione ha negato la protezione a un giovane cittadino del Senegal che, una volta approdato in Italia, ha chiesto protezione, spiegando di «non voler far ritorno in patria per il timore di subire ritorsioni da parte delle autorità del suo Paese per avere avuto un rapporto sessuale con un uomo per motivi di denaro – comportamento considerato lì reato e punito con una pena detentiva – pur non essendo omosessuale» [2]. Ciò perché da un lato il racconto fatto dallo straniero è stato ritenuto poco credibile e dall’altro, comunque, «difettava la prova di una persecuzione personale».

In sostanza, non vi erano elementi per ipotizzare «una specifica situazione di vulnerabilità personale» né per presumere «l’esistenza di un potenziale grave danno in caso di ritorno nel Paese d’origine».

Dall’altro lato, però, il racconto poco credibile fatto dallo straniero non è sufficiente per negargli la protezione, se egli si è dichiarato gay, se nel suo Paese l’omosessualità è considerata reato e se lo Stato non garantisce, ovviamente, protezione da minacce provenienti da soggetti privati [3].

Sottolinea la Corte che, «per escludere il diritto di conseguire la protezione da parte dello straniero che si dichiara omosessuale, non è sufficiente neppure verificare che nello Stato di provenienza l’omosessualità non sia considerata alla stregua di un reato, dovendo altresì essere accertata la sussistenza, in tale Paese, di un’adeguata protezione da parte dello Stato, a fronte di gravissime minacce provenienti da soggetti privati».

Fame, povertà e riconoscimento della protezione per lo straniero

Chi è a rischio di sopravvivenza nel proprio Paese, perché non ha i soldi per mangiare, può ottenere la protezione in Italia. Per la Cassazione, però, è necessario [4] che lo straniero provi in modo chiaro che il ritorno in patria comporterebbe una vita non dignitosa. Non è sufficiente, invece, il mero richiamo alla condizione di povertà del Paese. 

Insomma, la fame vissuta in patria può giustificare la concessione della protezione in Italia. A patto, però, che il cittadino straniero metta sul tavolo prove concrete su vulnerabilità e pericoli connessi al ritorno nel Paese di origine.

«L’abbandono del Paese di provenienza, motivato da condizioni generali di povertà, non può giustificare in sé il rilascio di un ‘permesso’ per motivi umanitari» e «quella di povertà è una situazione tendenzialmente generalizzata nei Paesi del continente africano», mentre «il presupposto della protezione umanitaria si caratterizza per la specificità della condizione personale di particolare vulnerabilità dello straniero, da valutarsi in relazione alla sua situazione psico-fisica attuale e al contesto culturale e sociale di riferimento».

Prostituzione 

Ultimo è il caso della prostituta che scappa dal proprio Paese per essere stata costretta a vendere il proprio corpo. La donna, però, deve vivere in una condizione di sfruttamento e avere subito, in patria o in Italia, minacce da parte di chi le ha pagato il viaggio. Per la Cassazione, se manca questo presupposto, è impossibile lo stato di rifugiato [5]. Non bastano i richiami «alla condizione di povertà» della donna e «alla mancanza di un lavoro in patria, oltre che a problemi di salute». Se, infatti, manca lo sfruttamento della prostituzione è esclusa l’ipotesi di una vulnerabilità della escort. In sostanza, presupposto fondamentale è «una condizione di grave lesione dei diritti umani fondamentali che si consumerebbe nel Paese di origine» e, quindi, in caso di rimpatrio.


note

[1] Cass. ord. n. 7623/20 del 31.03.2020.

[2] Cass. ord. n. 8683/20 dell’8.05.2020.

[3] Cass. ord. n. 9581/20 del 25.05.2020.

[4] Cass. ord. n. 9158/20 del 19.05.2020.

[5] Cass. ord. n. 9531/20 del 22.05.2020.

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Corte di Cassazione, sez. I Civile, ordinanza 15 gennaio – 19 maggio 2020, n. 9158

Presidente De Chiara – Relatore Terrusi

Rilevato che:

Av. St., nigeriano, ha proposto ricorso per cassazione contro la sentenza della corte d’appello di Genova, di rigetto del gravame finalizzato a ottenere la protezione internazionale;

il Ministero dell’Interno ha depositato un semplice atto di (asserita) costituzione finalizzato all’ eventuale partecipazione all’udienza pubblica.

Considerato che:

col primo motivo il ricorrente denunzia la violazione o falsa applicazione degli artt. 14, lett. b) e c), del D.Lgs. n. 251 del 2007 e 8 del D.Lgs. n. 25 del 2008, per non avere la corte d’appello correttamente applicato la normativa sulla protezione sussidiaria in relazione alla situazione del paese di provenienza; il motivo è inammissibile giacché la corte d’appello ha in fatto accertato che il richiedente aveva lasciato il suo paese per “mere ragioni di ordine economico” e che non era stata neppure allegata, a sostegno della domanda di protezione, una condizione di minaccia grave alla vita o alla persona derivante da violenza indiscriminata in situazione di conflitto armato; dopodiché, peraltro, ha anche escluso l’esistenza di una simile condizione in base alle fonti ufficiali di conoscenza della zona di provenienza del medesimo (Edo State);

col secondo e col terzo motivo il ricorrente denunzia, rispettivamente, la violazione o falsa applicazione degli artt. 32 del D.Lgs. n. 25 del 2008 e 5 del t.u. imm., e il vizio di motivazione, per avere la corte d’appello non correttamente applicato la normativa in materia di protezione umanitaria e non esaminato elementi decisivi allegati in giudizio;

i motivi sono inammissibili;

la corte d’appello ha escluso che il ricorrente fosse da considerare in sé persona vulnerabile, alla luce delle condizioni soggettive attuali parametrate a quelle del paese di provenienza; nei motivi di ricorso si assume che la corte del merito non avrebbe effettuato una concreta opera di comparazione e che codesta opera, ove anche fatta, non avrebbe preso in considerazione gli effettivi elementi utili a una corretta decisione; tali elementi avrebbero dovuto condurre a ritenere che il richiedente, fuggito dalla propria terra per fame, in caso di rimpatrio, sarebbe stato privato della titolarità e dell’esercizio di diritti umani al di sotto del nucleo ineliminabile dello statuto della dignità della persona;

deve osservarsi che una simile critica è del tutto generica, non risultando specificato in qual modo, a fronte delle risultanze della sentenza, sarebbe stata in effetti dedotta nel giudizio di merito una situazione soggettiva concretamente rilevante nel senso indicato; l’abbandono del paese di provenienza motivato da condizioni generali di povertà non può giustificare in sé il rilascio di un permesso per motivi umanitari, dal momento che quella di povertà è una situazione tendenzialmente generalizzata nei paesi del continente africano, mentre il presupposto della protezione umanitaria si caratterizza per la specificità della condizione personale di particolare vulnerabilità del richiedente, da valutarsi in relazione alla sua situazione psico-fisica attuale e al contesto culturale e sociale di riferimento (di recente Cass. n. 13088-19);

questa Corte, a sezioni unite, ha validato il principio secondo cui, ai fini del riconoscimento della protezione, occorre operare la valutazione comparativa della situazione soggettiva e oggettiva del richiedente con riferimento al paese di origine in raffronto alla situazione d’integrazione raggiunta nel paese di accoglienza, senza che abbia rilievo l’esame del livello di integrazione raggiunto in Italia, isolatamente e astrattamente considerato (da ultimo Cass. Sez. U n. 29459-19);

ciò ad avviso del collegio non toglie che possa esser considerata in sé vulnerabile, in senso oggettivo, la persona che, per fame, in patria si trovi costretta a vivere in condizioni assolutamente incompatibili coi limiti propri della dignità umana; resta tuttavia il fatto che l’accertamento di una tal condizione è devoluto al giudice del merito sulla base degli elementi specifici dell’allegazione, e nel caso concreto la corte d’appello ha escluso, con valutazione in fatto motivata, la ricorrenza della situazione soggettiva di vulnerabilità; di modo che le attuali doglianze, per come genericamente formulate, non superano la soglia del tentativo di revisione della anzidetta valutazione in fatto; l’atto di costituzione del Ministero non assume dignità di controricorso, donde non devesi provvedere sulle spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater, del D.P.R. n. 115 del 2002, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello relativo al ricorso, se dovuto.


Corte di Cassazione, sez. I Civile, ordinanza 31 ottobre 2019 – 25 maggio 2020, n. 9581

Presidente Petitti – Relatore Scotti

Fatti di causa

1. Con ricorso ex art.35 bis D.Lgs.25/2008 Al. Di., cittadino della Guinea Conakry, ha adito il Tribunale di Campobasso – Sezione specializzata in materia di immigrazione, protezione internazionale e libera circolazione dei cittadini UE impugnando il provvedimento con cui la competente Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale ha respinto la sua richiesta di protezione internazionale, nelle forme dello status di rifugiato, della protezione sussidiaria e della protezione umanitaria.

Il richiedente, nato in Guinea, a Conacry, di etnia wolof e di religione musulmana, aveva raccontato di aver frequentato un corso per elettricista; di avere la madre e due fratelli più piccoli, avendo perduto il padre e il fratello maggiore, uccisi durante le manifestazioni di protesta del 2007; che in data 2/9/2011 un suo zio e i suoi figli lo avevano picchiato a casa sua e legato a una sedia; che il giorno successivo lo zio lo aveva denunciato alla polizia come omosessuale; che la madre lo aveva incoraggiato a lasciare il paese; di aver sentito alla radio di essere ricercato; di essere omosessuale e di aver sempre avuto amici gay; che la cosa non creava problemi alla madre e ai fratelli, che pure erano musulmani; di aver avuto anche relazioni omosessuali a pagamento con il provento delle quali era riuscito a pagarsi il viaggio.

Con decreto del 31/8/2018, il Tribunale di Campobasso -Sezione specializzata in materia di immigrazione, protezione internazionale e libera circolazione dei cittadini UE ha rigettato il ricorso, ritenendo la non sussistenza dei presupposti per il riconoscimento della protezione internazionale e umanitaria.

2. Avverso il predetto decreto ha proposto ricorso Al. Di., con atto notificato il 29 /9/2018, svolgendo formalmente due motivi di ricorso.

L’intimata Amministrazione dell’Interno non si è costituita.

Ragioni della decisione

1. Nella parte espositiva del ricorso, prima di formalizzare gli apparenti due mezzi di ricorso, il ricorrente articola una ulteriore critica preliminare al provvedimento impugnato, tale da configurare un vero e proprio motivo, e lamenta la mancata considerazione da parte del Tribunale dei motivi prospettati nel ricorso come atti persecutori ex art.7 D.Lgs.251/2007.

Inspiegabilmente il Tribunale aveva sostenuto che nell’ultimo rapporto sul Paese non si parlava di carcerazioni o persecuzioni di omosessuali, pur dando atto a pagina 4 dell’incriminazione prevista dall’art.325 del locale codice penale (come del resto riconosciuto anche dalla Commissione territoriale) e di recenti arresti e irrogazioni di sanzioni penali.

Il ricorrente in sede di audizione aveva riferito nel dettaglio del proprio orientamento e delle proprie relazioni omossessuali, anche a pagamento, così accreditando il pericolo rappresentato dopo essere stato denunciato dallo zio.

Vi era quindi il rischio di sottoposizione a trattamenti inumani e degradanti, a cui sarebbe esposto il ricorrente per la sua condizione di omosessuale e la sua giovane età.

Il ricorrente inoltre osserva che, contrariamente a quanto sostenuto dal Tribunale, la Guinea presentava una particolare situazione di tensione socio-politica, co/me emergeva dallo stesso rapporto di Amnesty International 2017-2018 citato dal Tribunale, in cui si parlava dell’azione di gruppi armati, di scontri armati e atti intimidatori, nonché di violazione dei diritti umani.

Ciò emergeva dalla stessa fonte citata dal Tribunale a pagina 4 del decreto, ossia il sito

viaggiare sicuri del Ministero degli Esteri.

Era mancata poi, ai fini della richiesta protezione umanitaria, la necessaria comparazione fra il contesto di vita del richiedente asilo nel Paese di origine e quello in Italia, sotto il profilo della vulnerabilità scaturente da una incolmabile sproporzione nel godimento dei diritti umani fondamentali.

2. Con il primo motivo di ricorso, proposto ex art.360, n.3 e n.4, cod.proc.civ., il ricorrente denuncia violazione dell’art.8 del D.Lgs. 25/2008 per il mancato esercizio del dovere di cooperazione istruttoria che incombe sul Giudice e lamenta inoltre omessa pronuncia sulla richiesta di protezione sussidiaria.

L’asserita inverosimiglianza del racconto non costituisce ragione di esclusione della protezione sussidiaria in caso di rischio di danni gravi scaturenti da situazioni di violenza indiscriminata da conflitto armato interno.

La carenza di indagine e la conseguente violazione dell’art.8 si poteva cogliere dalla genericità delle informazioni relative alla condizione generale della Guinea, indicate nel decreto.

Il Giudice aveva mal valutato il contenuto del rapporto 2017-2018 di Amnesty International, come pure non aveva completamente considerato quanto indicato nel sito viaggiaresicuri.it del Ministero degli Esteri.

3. Con il secondo motivo, proposto ex art.360, n.5 e n.4, cod.proc.civ. il ricorrente deduce omesso esame di fatto decisivo perché il Tribunale non aveva valutato la situazione personale del richiedente (e in particolare il suo orientamento sessuale in relazione ai dettami religiosi e giuridici esistenti nel suo Paese) e la documentazione prodotta in atti e aveva omesso di pronunciare sulla richiesta protezione umanitaria.

4. Il ricorso merita accoglimento con riferimento al motivo preliminare di cui al § 1.

4.1. Il Tribunale non ha affatto escluso -e per vero neppure valutato – l’allegato orientamento omosessuale e i riferiti comportamenti omosessuali del ricorrente, limitandosi a ritenere molto genericamente non credibile il suo racconto della vicenda, ma senza prender posizione sull’elemento fondamentale, ossia l’omosessualità del ricorrente.

Nell’ultimo capoverso di pagina 2 e nel primo paragrafo di pag.3 il Tribunale si esprime solo sulla attendibilità, contraddittorietà e incoerenza del racconto, senza prender posizione sull’orientamento sessuale del ricorrente, come avrebbe dovuto.

Un giudizio non implica l’altro e ben potrebbe rispondere al vero l’omosessualità del ricorrente, pur avendo egli raccontato una vicenda personale implausibile.

4.2. In secondo luogo, il Tribunale ha inspiegabilmente affermato a pagina 2, penultimo capoverso, che i motivi prospettati nel ricorso non erano riconducibili ad atti di persecuzione rilevanti ex art.7 D.Lgs.251/2007.

La nozione di «rifugiato», di cui all’art.2, comma 1, lett.e), D.Lgs.251/2007, quale «cittadino straniero il quale, per il timore fondato di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o opinione politica, si trova fuori dal territorio del Paese di cui ha la cittadinanza e non può o, a causa di tale timore, non vuole avvalersi della protezione di tale Paese» ricomprende grazie al riferimento al «determinato gruppo sociale» anche i timori di persecuzione collegati all’orientamento sessuale.

Inoltre il primo comma dell’art.19, D.Lgs.286/1998 vieta l’espulsione o il respingimento verso uno Stato in cui lo straniero possa essere oggetto di persecuzione anche per motivi di orientamento sessuale.

Secondo la giurisprudenza di questa Corte, l’orientamento sessuale del richiedente (nella specie, l’omosessualità) costituisce fattore di individuazione del «particolare gruppo sociale» la cui appartenenza, ai sensi dell’art. 8, comma 1, lett. d), D.Lgs. n. 251 del 2007, costituisce ragione di persecuzione idonea a fondare il riconoscimento dello status di rifugiato, pur se dedotta per la prima volta solo davanti al tribunale. (Sez. 6 – 1, n. 27437 del 29/12/2016, Rv. 641909 – 01; Sez.1, n.13083 del 15/5/2019).

Questa Corte ha inoltre affermato che per persecuzione deve intendersi una forma di lotta radicale contro una minoranza che può anche essere attuata sul piano giuridico e specificamente con la semplice previsione del comportamento che si intende contrastare come reato punibile con la reclusione; tale situazione si concretizza allorché le persone di orientamento omosessuale sono costrette a violare la legge penale di questo paese e a esporsi a gravi sanzioni per poter vivere liberamente la propria sessualità, si che ben si può ritenere che ciò costituisca una grave ingerenza nella vita privata dei cittadini omosessuali che compromette grandemente la loro libertà personale (Sez. 6 – 1, n. 15981 del 20/09/2012, Rv. 624006 – 01)

Al fine di escludere il diritto di conseguire la protezione internazionale, o sussidiaria, da parte dello straniero che si dichiara omosessuale, non è sufficiente neppure verificare che nello Stato di provenienza l’omosessualità non sia considerata alla stregua di un reato, dovendo altresì essere accertata la sussistenza, in tale Paese, di un’adeguata protezione da parte dello Stato, a fronte di gravissime minacce provenienti da soggetti privati (Sez. 1, n. 11176 del 23/04/2019, Rv. 653880 – 01)

In tema di protezione internazionale del cittadino straniero, la dichiarazione del richiedente di avere intrattenuto una relazione omosessuale, ove la valutazione circa la credibilità del dichiarante, secondo i parametri indicati nell’art. 3 del d. Igs. n. 251 del 2007, si sia fondata esclusivamente sull’omessa conoscenza delle conseguenze penali del comportamento, impone al giudice del merito la verifica, anche officiosa, delle conseguenze che la scoperta di una tale relazione determina secondo la legislazione del Paese di provenienza dello straniero, perché qualora un ordinamento giuridico punisca l’omosessualità come un reato, questo costituisce una grave ingerenza nella vita privata dei cittadini, che ne compromette la libertà personale e li pone in una situazione di oggettivo pericolo. (Sez. 6 – 1, n. 26969 del 24/10/2018, Rv. 651511 – 01).

4.3. Il Tribunale non solo non ha revocato in dubbio che la Guinea Conakry reprima penalmente l’omosessualità, ma ha espressamente riconosciuto, richiamando il più recente rapporto di Amnesty International, che l’art.325 del vigente codice penale incrimina come reato gli atti sessuali consenzienti fra persone dello stesso sesso, ha segnalato che la Guinea non ha accettato le raccomandazioni riguardanti la depenalizzazione e ha dato atto di recenti incriminazioni e condanne per questo genere di reato.

L’unico punto da chiarire atteneva alla valutazione della veridicità delle dichiarazioni del ricorrente circa il suo orientamento e i suoi comportamenti sessuali, accertamento questo totalmente omesso.

5. Il ricorso deve quindi essere accolto con riferimento al primo motivo non numerato preliminare (come individuato nel § 1), assorbiti gli altri, con rinvio al Tribunale di Campobasso, in diversa composizione, anche per le spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte

accoglie il ricorso nei sensi di cui in motivazione, e rinvia al Tribunale di Campobasso, in diversa composizione, anche per le spese del giudizio di legittimità.


Corte di Cassazione, sez. I Civile, ordinanza 31 gennaio – 8 maggio 2020, n. 8683

Presidente Giancola – Relatore Fidanzia

Fatti di causa

La Corte d’Appello di Milano, con sentenza depositata il 12.6.2018, ha confermato il provvedimento di primo grado di rigetto della domanda di Sa. Di., cittadino del Senegal, volta ad ottenere il riconoscimento della protezione internazionale o, in subordine, della protezione umanitaria.

E’ stata, in primo luogo, rigettata la domanda per il riconoscimento in capo al ricorrente dello status di rifugiato, in relazione alla ritenuta non credibilità del suo racconto e difettando, comunque, la prova di una persecuzione personale e diretta ai sensi della Convenzione di Ginevra (il richiedente aveva riferito di non voler far ritorno in Senegal per il timore di subire ritorsioni da parte della autorità del suo paese per aver avuto un rapporto sessuale con un uomo per motivi di denaro – comportamento considerato reato punito con una pena detentiva – pur non essendo omosessuale).

Inoltre, con riferimento alla richiesta di protezione sussidiaria, la Corte d’Appello di Milano ha evidenziato l’insussistenza del pericolo del ricorrente di essere esposto a grave danno in caso di ritorno nel paese d’origine.

Infine, il ricorrente non è stato altresì ritenuto meritevole del permesso per motivi umanitari, non essendo stata allegata una specifica situazione di vulnerabilità personale.

Ha proposto ricorso per cassazione Sa. Di. affidandolo a due motivi. Il Ministero dell’Interno non ha svolto difese.

Ragioni della decisione

1. E’ stata dedotta la violazione degli artt. 3,5,7,8 e 14 D.Lgs. n. 251/07, degli artt. 8 e 26 D.Lgs. n. 25/08, dell’art. 5 comma 6. D.Lgs. n. 286/1998 e 3 CEDU, nonché l’omesso esame di fatto decisivo ex art. 360 n. 5 cod. proc. civ. in relazione alla protezione umanitaria.

Contesta, in primo luogo, il ricorrente la valutazione di non credibilità del suo racconto, fondandosi tale giudizio su una valutazione del tutto parziale delle dichiarazioni dai medesimo rilasciate.

Espone, inoltre, il ricorrente che la circostanza che il Senegal sanzioni con una pena detentiva il compimento di atti omosessuali costituisce un atto di persecuzione. In particolare, la previsione di una sanzione penale per gli atti omosessuali costituisce una violazione del diritto fondamentale di vivere liberamente il proprio orientamento sessuale.

Appare quindi fondato timore del ricorrente di persecuzione nel paese d’origine a causa del suo comportamento sessuale, con conseguente necessità di riconoscere allo stesso lo status di rifugiato.

In subordine, il ricorrente ha chiesto il riconoscimento della protezione sussidiaria a norma dell’art. 14 D.Lgs. n. 251/07, in ragione del fondato timore di subire un danno grave e, segnatamente, il rischio di incarcerazione in patria per l’atto sessuale compiuto e comunque trattamenti inumani e degradanti.

In ulteriore subordine, il ricorrente ha rivendicato il diritto al riconoscimento della protezione umanitaria in virtù della sua condizione di vulnerabilità.

2. Con il secondo motivo è stata dedotta la violazione degli artt. 3 comma 3. e 4. D.Lgs. n 25/2007 e 8 e 27 D.Lgs. n. 25/08.

Lamenta il ricorrente che la Corte d’Appello si è astenuta dal compiere le verifiche istruttorie richieste dalla legge nell’esame delle domande di protezione internazionale.

3. Entrambi i motivi, da esaminare unitariamente in relazione alla stretta connessione delle questioni trattate sono inammissibili.

Va preliminarmente osservato che, in ordine alla domanda per il riconoscimento dello status di rifugiato, la Corte d’Appello ha rigettato il gravame sulla base di due autonome rationes decidendi, avendo ritenuto, da un lato, la mancanza di credibilità dell’intera vicenda narrata dal richiedente, e, dall’altro, che comunque l’atto sessuale asseritamente posto in essere dal medesimo apparterrebbe alla sfera privata, avendo egli stesso affermato di non essere omosessuale.

Orbene, le censure svolte dal ricorrente sulla prima ratio decidendi (non credibilità del narrato) si appalesano inammissibili.

In proposito, va osservato che, anche recentemente, questa Corte ha statuito che la valutazione in ordine alla credibilità del racconto del cittadino straniero costituisce un apprezzamento di fatto rimesso al giudice del merito, il quale deve valutare se le dichiarazioni del ricorrente siano coerenti e plausibili, ex art. 3, comma. 5, lettera c) del D.Lgs. n. 251 del 2007. Tale apprezzamento di fatto è censurabile in cassazione solo ai sensi dell’art. 360, comma 1, n. 5 c.p.c. come omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, come mancanza assoluta della motivazione, come motivazione apparente, come motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile, dovendosi escludere la rilevanza della mera insufficienza di motivazione e l’ammissibilità della prospettazione di una diversa lettura ed interpretazione delle dichiarazioni rilasciate dal richiedente, trattandosi di censura attinente al merito. (Cass. n. 3340 del 05/02/2019).

Nel caso di specie, il ricorrente ha solo genericamente contestato la valutazione di non credibilità effettuata dal giudice di merito, non allegando neppure eventuali gravi anomalie motivazionali del provvedimento impugnato (nei termini sopra illustrati dalla giurisprudenza di questa Corte), che sono le uniche attualmente denunciabili nei ristretti limiti consentiti dall’attuale formulazione dell’art. 360 comma 1. n. 5 cod. proc. civ..

Inoltre, il ricorrente, con l’apparente censura della violazione da parte del Tribunale di norme di legge, ovvero l’art. 3 comma 5. D.Lgs. n. 251/2007 e l’art. 8 D.Lgs. n. 25/2008, ha, in realtà, svolto delle censure di merito, in quanto finalizzate a prospettare una diversa lettura delle sue dichiarazioni.

L’accertata inammissibilità delle censure attinenti la prima ratio decidendi determinano l’inammissibilità anche di quelle vertenti sulla seconda ratio.

In proposito, è orientamento consolidato di questa Corte che qualora la decisione di merito si fondi su di una pluralità di ragioni, tra loro distinte e autonome, singolarmente idonee a sorreggerla sul piano logico e giuridico, la ritenuta infondatezza o inammissibilità delle censure mosse ad una delle “rationes decidendi” rende inammissibili, per sopravvenuto difetto di interesse, le censure relative alle altre ragioni esplicitamente fatte oggetto di doglianza, in quanto queste ultime non potrebbero comunque condurre, stante l’intervenuta definitività delle altre, alla cassazione della decisione stessa (vedi Cass. n. 11493 del 11/05/2018).

Quanto alla domanda di protezione sussidiaria ex art. 14 lett. b) D.Lgs. n. 251/07, va osservato che avendo il ricorrente fondato il timore per la propria incolumità sulla rappresentazione di una situazione soggettiva personale ritenuta non credibile dal giudice di merito, le censure svolte sul punto dallo stesso richiedente si appalesano inammissibili in quanto finalizzate a sollecitare una diversa ricostruzione dei fatti rispetto a quella operata dai giudici di merito.

Analogo ragionamento deve svolgersi con riferimento alla richiesta protezione umanitaria, avendo il ricorrente dedotto una situazione di vulnerabilità legato al suo rischio di incarcerazione che si fonda sempre sulla vicenda narrata ritenuta non attendibile.

Né, infine, può rilevare il dedotto livello di integrazione raggiunto nel paese d’accoglienza, elemento che, secondo il costante orientamento di questa Corte, può essere si considerato in una valutazione comparativa al fine di verificare la sussistenza della situazione di vulnerabilità, ma non può, tuttavia, da solo esaurirne il contenuto (vedi sempre Cass. n. 4455 del 23/02/2018).

La declaratoria di inammissibilità del ricorso non comporta la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali, non essendosi il Ministero costituito in giudizio.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi dell’art. 13 comma 1 quater del D.P.R. 115 del 2002, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, se dovuto, a norma del comma 1. bis dello stesso articolo 13.


Corte di Cassazione, sez. I Civile, ordinanza 17 gennaio – 31 marzo 2020, n. 7623

Presidente Genovese – Relatore Di Marzio

Fatti di causa

1. – So. Mo. ricorre per un unico articolato motivo, nei confronti del Ministero dell’interno, contro la sentenza del 28 maggio 2018 con cui la Corte d’appello di Ancona, pronunciando su appello dell’amministrazione ed in riforma della sentenza di primo grado, ha rigettato la sua domanda di protezione internazionale o umanitaria, in conformità con quanto aveva inizialmente fatto la competente Commissione territoriale.

2. – Non spiega difese l’amministrazione intimata.

Ragioni della decisione

1. – Il ricorso denuncia, ai sensi dell’articolo 360, primo comma, numero 3, violazione di legge e falsa applicazione degli articoli 3, 7, 8 del decreto legislativo numero 251 del 2007, degli articoli 8, 9, secondo comma, 13, comma 1 bis, e 27, primo comma, del decreto legislativo numero 25 del 2008, violazione e falsa applicazione dei suddetti articoli di legge anche quale conseguenza della violazione dell’articolo 116 c.p.c. violazione dell’obbligo di congruità dell’esame e di cooperazione istruttoria.

Secondo il ricorrente la Corte territoriale avrebbe errato nel ritenere che dalla sua stessa narrazione non potesse desumersi la condizione di omosessualità posta a fondamento della domanda di protezione, risultando che egli avesse intrattenuto soltanto due relazioni omosessuali, una in età adolescenziale, l’altra mercenaria. Il giudice di merito, inoltre, nel valutare come incongruente, generico e non credibile il racconto del richiedente, non aveva indicato le ragioni su cui aveva basato il proprio convincimento, né aveva doverosamente proceduto a richiedere al medesimo gli eventuali chiarimenti ritenuti necessari. Parimenti, la Corte territoriale non avrebbe potuto porre in dubbio l’orientamento sessuale del richiedente per il fatto che, una volta stabilitosi in Italia, egli non risultava aver frequentato ambienti gay. Erronea, ancora, era l’affermazione contenuta in sentenza in ordine all’assenza di una prova documentale della condizione di omosessualità, con l’aggiunta, addirittura, che la narrazione svolta fosse priva di riscontro per la mancanza di prove «dell’esistenza di un eventuale procedimento penale nei suoi confronti, né di attività di ricerca da parte della polizia del Gambia, né di atti persecutori nei suoi confronti». Infine la Corte d’appello avrebbe mancato di approfondire la situazione del Paese di origine.

2. – Il ricorso è inammissibile.

2.1. – L’inammissibilità discende anzitutto dalla violazione dell’articolo 366, numero 6, c.p.c. dal momento che il ricorrente ha posto a sostegno del ricorso le dichiarazioni rese dinanzi alla Commissione territoriale, il provvedimento di quest’organo nonché le argomentazioni difensive rappresentate nell’atto introduttivo del giudizio di fronte al Tribunale: ebbene, nessuno di tali atti è «localizzato» (Cass., Sez. Un., 25 marzo 2010, n. 7161; Cass. 20 novembre 2017, n. 27475), ed anzi non risulta dal ricorso neppure che siano stati prodotti i fascicoli di parte delle fasi di merito.

L’assenza di tale documentazione, d’altronde, non rileva soltanto sul piano, peraltro insuperabile, dell’inosservanza dell’adempimento formale prescritto dalla norma, ma ridonda su quello contenutistico, giacché la Corte di cassazione non è neppure posta in condizioni di scrutinare la doglianza del ricorrente, nel suo nucleo essenziale, laddove egli afferma che il giudice d’appello si sarebbe limitato a richiamare «quanto già dedotto dalla Commissione territoriale» ed avrebbe «completamente omesso di valutare le ragioni introduttive del giudizio e accolte dal Giudice di primo grado».

2.2. – Il ricorso è inoltre inammissibile per violazione del numero 3 dello stesso articolo 366 c.p.c. il quale richiede che il ricorso contenga a pena di inammissibilità l’esposizione sommaria dei fatti di causa.

Si è accennato che, nel caso in esame, il Tribunale aveva accolto la domanda del richiedente, accordandogli «lo status di rifugiato» (tanto riferisce il ricorrente a pagina 5 del ricorso). Orbene, nulla è detto in ricorso né della domanda rivolta al Tribunale, né del contenuto della decisione di quest’ultimo, né del contenuto dell’atto d’appello dell’amministrazione, né delle difese svolte dal So. Mo., né dell’eventuale riproposizione, da parte sua, di domande ed eccezioni non accolte ai sensi dell’articolo 346 c.p.c: sicché questa Corte non è in grado di verificare se le questioni sollevate siano tuttora «vive», ovvero – e questa è la essenziale ragione della previsione normativa – se si tratti di questioni coperte da giudicato o comunque abbandonate.

2.3. – In ogni caso il ricorso è inammissibile perché totalmente versato in fatto.

Nel motivo, difatti, non si discorre affatto del significato e della portata applicativa delle norme richiamate in rubrica, ma solo della concreta applicazione che il giudice di merito ne ha fatto, ritenendo che la narrazione posta dal richiedente a fondamento della domanda fosse generica, scarsamente credibile e stereotipata.

Come è noto, infatti, dalla violazione o falsa applicazione di norme di diritto va difatti tenuta nettamente distinta la denuncia dell’erronea ricognizione della fattispecie concreta in funzione delle risultanze di causa, ricognizione che si colloca al di fuori dell’ambito dell’interpretazione e applicazione della norma di legge. Il discrimine tra l’una e l’altra ipotesi – violazione di legge in senso proprio a causa dell’erronea ricognizione dell’astratta fattispecie normativa, ovvero erronea applicazione della legge in ragione della carente o contraddittoria ricostruzione della fattispecie concreta – è segnato dal fatto che solo quest’ultima censura, e non anche la prima, è mediata dalla contestata valutazione delle risultanze di causa (Cass. 11 gennaio 2016, n. 195; Cass. 30 dicembre 2015, n. 26110; Cass. 4 aprile 2013, n.8315; Cass. 16 luglio 2010, n. 16698; Cass. 26 marzo 2010, n. 7394; Cass., Sez. Un., 5 maggio 2006, n. 10313).

Ciò detto, vale osservare che la Corte territoriale, nel ritenere sostanzialmente implausibile la narrazione del richiedente, ha, contrariamente a quanto da questi sostenuto in ricorso, esplicitato le ragioni del proprio opinamento in modo sintetico, ma ben comprensibile. So. Mo., difatti, aveva sostenuto di essersi sforzato di mantenere segreta la sua relazione omosessuale con un cittadino canadese, e, tuttavia, non si sa come, un mattino si erano presentati presso la sua abitazione uomini delle forze dell’ordine che avevano sparato a sua sorella ed arrestato la madre ed il cittadino canadese, mentre lui era immediatamente scappato: al che la Corte territoriale ha obiettato che siffatti eventi presupponevano la pendenza di un procedimento penale contro di lui, del quale non vi era invece alcuna traccia non solo documentale ma neppure narrativa. Quanto alla situazione del Gambia, la sentenza impugnata ha valorizzato la circostanza del giuramento del nuovo presidente del Paese, in data 18 febbraio 2017, e la sua promessa di democrazia, libertà, progresso e benessere, a chiusura della precedente dittatura. E proprio tale complessiva valutazione di merito il ricorrente ha inammissibilmente attaccato, con lo scopo di ribaltarla.

3. – Nulla per le spese. Sussistono i presupposti per il raddoppio del contributo unificato.

PER QUESTI MOTIVI

dichiara inammissibile il ricorso, dando atto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, articolo 13, comma 1 quater, che sussistono i presupposti per il versamento, a carico della parte ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dello stesso articolo 13, comma 1 bis.

 

Corte di Cassazione, sez. I Civile, ordinanza 28 febbraio – 22 maggio 2020, n. 9531

Presidente De Chiara – Relatore Falabella

Fatti di causa

1. – E’ impugnato per cassazione il decreto del Tribunale di Torino del 7 maggio 2018, con cui è stata respinta la domanda di protezione internazionale proposta da Lo. Os..

Questa aveva dichiarato alla Commissione territoriale di essere fuggita dal proprio paese, la Nigeria, a causa della povertà e di essere stata costretta a prostituirsi in Libia; giunta in Italia, Lo. Os. aveva lasciato il centro di accoglienza e si era stabilita a Torino, ove aveva iniziato in via autonoma la medesima attività che era stata obbligata a praticare in Libia. Aveva quindi negato di vivere in una condizione di sfruttamento e di avere subito, in patria o in Italia, minacce da parte di chi le aveva pagato il viaggio.

Il Tribunale rilevava che la ricorrente non insisteva per il riconoscimento del diritto di asilo correlato allo status di rifugiato e della protezione sussidiaria, già negati dalla Commissione territoriale (la quale aveva anche avviato la procedura di referral, per l’attuazione del programma di emersione, assistenza ed integrazione sociale di cui all’art. 18, comma 3 bis, D.Lgs. n. 286/1998: procedura alla quale tuttavia la richiedente non aveva partecipato, non presentandosi ai colloqui antitratta). Il giudice del merito rigettava la domanda di protezione umanitaria, affermando altresì, che nel procedimento di protezione internazionale davanti alla commissione territoriale non trovava applicazione l’istituto di cui all’art. 18 D.Lgs. n. 286/1998, che prevede uno speciale permesso di soggiorno per motivi di protezione sociale, al cui rilascio è competente il solo questore, su proposta o con il parere favorevole del procuratore della Repubblica. Ritenuto, peraltro, che dagli atti emergevano fondati motivi per ritenere che la richiedente fosse vittima del delitto di cui all’art. 601 c.p., disponeva la trasmissione degli atti al pubblico ministero sia per gli accertamenti da svolgere in sede penale, sia per le valutazioni di competenza ai sensi del richiamato art. 18 cit.

2. – Il ricorso per cassazione si fonda su di un motivo. Il Ministero dell’interno, intimato, non ha svolto difese.

Ragioni della decisione

1. – La ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 5, comma 6, d.g.s. n. 286/1998. Lamenta che il Tribunale abbia respinto la sua domanda di protezione umanitaria nonostante vi fossero fondati motivi per ritenere essa stessa vittima di sfruttamento, perciò disponendo la trasmissione degli atti del procedimento al pubblico ministero per le valutazioni di competenza ai sensi dell’art. 18 D.Lgs. n. 296/1998, il quale regola il rilascio dello speciale permesso di soggiorno per motivi di protezione sociale.

2. – Il motivo non ha fondamento.

Il Tribunale ha respinto la domanda di protezione umanitaria, giudicandola infondata sulla base di quanto dedotto in giudizio e di quanto dichiarato dalla richiedente in sede di audizione: avendo cioè riguardo alla sua condizione di povertà e alla mancanza di un lavoro in patria, oltre che a problemi di salute.

I profili di contraddittorietà in cui sarebbe incorso il giudice del merito, e lamentati nel ricorso per cassazione, sono in realtà insussistenti.

Va anzitutto osservato che il provvedimento di trasmissione di copia degli atti al pubblico ministero – finalizzato agli accertamenti di competenza quanto ai delitti di cui agli artt. 601 c.p. e 3 L. n. 75/1958, ai danni della ricorrente, oltre che alle valutazioni da compiersi quanto alla formulazione della proposta o del parere favorevole relativi al rilascio, da parte del questore, dello speciale permesso di soggiorno per motivi di protezione sociale di cui all’art. 18 D.Lgs. n. 296/1998 – si colloca a valle dell’accertamento del giudice del merito circa l’esistenza delle condizioni per il riconoscimento della protezione umanitaria di cui all’art. 5, comma 6, D.Lgs. n. 286/1998. Il Tribunale ha per l’appunto accertato l’insussistenza di una vulnerabilità della richiedente per i profili dedotti in giudizio: il fatto che nel corso di questo fossero emerse le condizioni per un obbligo di denuncia da parte del giudice civile ex art. 331, comma 4, c.p.p. e l’opportunità di porre il pubblico ministero nelle condizioni di attivarsi per il rilascio di un permesso di soggiorno diverso da quello per motivi umanitari, volto a consentire al soggetto straniero di svincolarsi dai possibili condizionamenti di un’organizzazione criminale e di partecipare al programma di assistenza ed integrazione sociale di cui al cit. art. 18 cit. (sulla base di elementi che facevano solo supporre l’esistenza di condotte delittuose perpetrate in danno dell’odierna istante), non si pone in relazione di antinomia logica con la pronuncia reiettiva vertente sulla protezione umanitaria, in quanto si fonda su obblighi che esulano dal merito della controversia.

Ma la lamentata contraddittorietà è altresì esclusa dall’assenza di una possibile interferenza tra il diritto al riconoscimento della protezione umanitaria e la situazione portata all’esame del Tribunale. Va rammentato che, ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria, occorre operare la valutazione comparativa della situazione soggettiva e oggettiva del richiedente con riferimento al paese di origine, in raffronto alla situazione d’integrazione raggiunta nel paese di accoglienza, senza che abbia rilievo l’esame del livello di integrazione raggiunto in Italia, isolatamente ed astrattamente considerato (Cass. Sez. U. 13 novembre 2019, n. 29459), onde la misura in questione presuppone, anzitutto, una condizione di grave lesione dei diritti umani fondamentali che si consumerebbe appunto nel paese di origine (e di rimpatrio, quindi) del richiedente stesso. Ebbene, una tale situazione è stata nella specie esclusa dalla stessa ricorrente, la quale – come si è visto – ha negato di essere stata vittima di sfruttamento nel suo paese, né ha sostenuto che lo sarebbe in caso di rimpatrio. Ed è da sottolineare, a tale riguardo, che l’attivazione del pubblico ministero è stata del resto sollecitata (non poteva essere altrimenti) proprio in considerazione di un possibile sfruttamento della ricorrente nel nostro paese, e non in Nigeria.

3. – Il ricorso va dunque respinto.

4. – Non vi sono spese processuali da liquidare.

Ricorrono le condizioni per disporre, a tutela dell’istante, la misura di cui all’art. 52, commi 1 e 2, D.Lgs. n. 196/2003.

P.Q.M.

La Corte

rigetta il ricorso; ai sensi dell’art. 13 comma 1 quater, del D.P.R. n. 115 del 2002, inserito dall’art. 1, comma 17, della L. n. 228 del 2012, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso; dispone che in caso di diffusione della presente ordinanza sia omessa l’indicazione delle generalità e dei dati identificativi della ricorrente.

 


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