Coronavirus, le 3 regole veramente utili per le riaperture

26 Maggio 2020
Coronavirus, le 3 regole veramente utili per le riaperture

Secondo l’epidemiologo Donato Greco, la maggior parte delle prescrizioni per riprendere le attività commerciali non serve. Sono pochissime le indicazioni davvero efficaci per limitare i contagi da Covid.

Una lunga serie di linee guida per traghettare esercizi commerciali, palestre e luoghi aperti al pubblico dalla Fase 1 alla Fase 2 dell’emergenza Coronavirus. Eppure la stragrande maggioranza, a detta di un esperto, sono inutili. L’esperto in questione è Donato Greco, per trent’anni direttore del laboratorio di Epidemiologia dell’Istituto superiore di sanità (Iss), per poi passare a coordinare l’ufficio Prevenzione del ministero della Salute (2004-2008); oggi è consulente dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). L’Adnkronos Salute lo ha intervistato. E lui si è mostrato parecchio scettico su molte delle precauzioni che gli esercenti dovrebbero prendere, secondo l’esecutivo, per limitare i contagi da Covid: tra le tante ha salvato solo alcune di queste. Vediamo quali.

Le vere armi per combattere il virus

Greco promuove solo “le mascherine, la distanza di sicurezza e il lavaggio delle mani” e si chiede “che ce ne facciamo dei disinfettanti e delle sanificazioni a tutto spiano? Bisogna distinguere l’ambiente sanitario, l’ospedale, dalla nostra casa, dal luogo di lavoro, dai parchi giochi dei bambini? Le regole necessarie non sono le stesse”, ammonisce.

La probabilità di infettarsi toccando superfici, oggetti, tastiere di computer, sedili, borse della spesa, abiti, spiega Greco, “è infinitamente piccola e risibile nella vita reale”. “Sars-CoV-2 – fa presente l’esperto – è un virus a trasmissione respiratoria e, col suo respiro, un infetto, anche asintomatico, emette miliardi delle ormai famose ‘droplets’, le microgoccioline di vapore acqueo che possono anche veicolare cellule epiteliali del nostro apparato boccale, cioè un epitelio in continuo rinnovamento. Queste goccioline restano sospese nell’aria per un certo tempo per poi cadere a terra o sulle superfici che circondano l’infetto. Alcune di queste goccioline contengono anche cellule dove è attiva la replicazione del virus”.

“Un malcapitato – esemplifica Greco – può avere la sfortuna di raccogliere con le mani queste goccioline fresche, prima che si disidratino con la conseguente morte del loro contenuto. E tuttavia raccoglierle con le mani ancora non garantisce l’infezione, nemmeno se lo sfortunato si mette le mani in bocca: infatti il virus non si trasmette per via cutanea né per via orale, basta la saliva a farlo fuori. Tuttavia il nostro sfortunato cittadino potrebbe creare inavvertitamente un aerosol sbattendo le mani (o in altro modo a me sconosciuto) o, meglio ancora, potrebbe sfregarsi gli occhi, allora sì permettendo l’introduzione nel suo organismo di cellule ancora vive (ma quante?). Insomma, infettarsi raccogliendo il virus da una superficie richiede una sequenza di improbabili, eccessive, sfortunatissime, rare combinazioni“.

Sanificazioni superflue 

Greco boccia senza appello le “sanificazioni, con tanto di marziani in tuta bianca ‘armati’ di idro-fucili nebulizzatori, l’uso di disinfettanti chimici, spesso nocivi per la salute, l’uso dei guanti di lattice, per non parlare di pratiche quali ‘l’imbustamento’ imposto ai parrucchieri di borse o effetti personali del cliente”. E spiega: “L’Oms ci dice che basta continuare a lavare ogni giorno tavoli, sedie e scrivanie come si faceva prima e non serve a nulla acquistare costosi macchinari di disinfezione o contattare ditte specializzate”, aggiunge Greco, riferendosi a proprietari e gestori di uffici, bar, negozi di parrucchiere, ristoranti e così via. “Io – afferma – in un bar dove il ‘marziano bianco’ ha ‘sanificato’ il bancone, con tanto di bicchieri appesi sopra, non ci vado perché rischio di bermi una bella quantità di disinfettante“.

I guanti? Potenziale moltiplicatore di infezione

E ancora: i guanti di lattice imposti nei negozi? “L’uso è consigliato negli ambienti sanitari – sottolinea l’epidemiologo – non per il pubblico, al posto del lavaggio delle mani. I guanti di lattice, gomma o cellophane non ammazzano il virus, anzi raccolgono e trasportano le cellule potenzialmente infettate dal virus come le mani nude ma, a differenza delle mani nude, sono meno lavati e provocano un accumulo di sudore delle mani fastidioso e non fisiologico. In ambito chirurgico/sanitario sono essenziali perché si toccano direttamente materiali biologici, mentre in ambiente sociale sono un rito inutile, dannoso per l’ambiente e costoso”.

Per Greco, dunque, “usare i guanti per portare a spasso il cane o per comprare un giocattolo al nipotino è ridicolo. Per non parlare poi di “sovrascarpe, cuffie per capelli eccetera: non c’è uno straccio di pubblicazione che ne sostenga l’uso al di fuori dell’ospedale”. Infine i danni ambientali che tutto ciò comporterà: “Chi pensa allo smaltimento di queste tonnellate di lattice, plastiche, buste, mascherine, divisori?”, chiede.

Termoscanner inutili

L’esperto è contrario anche ai termoscanner, “questi aggeggini da una cinquantina d’euro ormai al portone di molti edifici, fabbriche, uffici. Anche qui – osserva – non sarebbe difficile una rapida stima delle probabilità di intercettare un infetto da Covid-19, in quanto sensibilità, specificità e potere predittivo sono a livelli ignobili, con probabilità reali vicine allo zero”. A tal proposito, aggiunge, “sarebbe utile sapere: quanti infetti sono stati identificati nelle centinaia di migliaia di misurazioni quotidiane?”.

Un esempio che depone a favore di questa tesi è recente: parliamo della paziente arrivata da Londra in Italia, a Palermo, con scalo a Roma, che ha superato tutti i test al termoscanner in aeroporto. È stata ricoverata dopo aver avuto problemi respiratori. È positiva al Covid, ma evidentemente senza sintomi.

“Da tempo sappiamo che la nostra sicurezza non dipende dall’odore di alcool o varechina, e nemmeno dalla corsa ad analisi immunologiche o speranze vaccinali – conclude Greco – ma dalla pronta risposta dei servizi territoriali, su cui dobbiamo investire per identificare, isolare e tracciare i contatti della persona sospetta infetta. Insomma, dalla dimenticata epidemiologia di campo che pure tanto ha contributo alla nostra migliore qualità di vita”.



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