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Opzione donna: si può ricalcolare la pensione?

27 Maggio 2020 | Autore:
Opzione donna: si può ricalcolare la pensione?

Una volta liquidato il trattamento anticipato con opzione contributiva per le lavoratrici è possibile aumentare la pensione?

In questo periodo di forte crisi del mercato del lavoro, sono numerose le aziende che gestiscono gli esuberi del personale spingendo quanti più dipendenti possibile al pensionamento, o al prepensionamento.

Le forme di prepensionamento attualmente fruibili, cioè di trattamento di accompagnamento alla pensione, sono in verità poche e coinvolgono un numero ristretto di lavoratori: tra quelle che possono essere richieste a prescindere dalle dimensioni dell’azienda- datore di lavoro abbiamo difatti soltanto l’Ape sociale, fruibile dai 63 anni di età, che però riguarda gli appartenenti a particolari categorie tutelate (invalidi dal 74%, caregivers, disoccupati di lungo corso e addetti ai lavori usuranti), con 30 o 36 anni di contributi alle spalle (salvo una riduzione del requisito contributivo di massimo due anni per le donne con più figli). Per i lavoratori delle aziende più grandi, oppure appartenenti a specifiche categorie, vi sono poi l’assegno di solidarietà e l’isopensione, che consentono un anticipo dall’uscita dal lavoro sino a un massimo di 7 anni.

Molte aziende utilizzano, quale prepensionamento per le lavoratrici, anche il trattamento con opzione donna [1]: questa prestazione economica consente di uscire dal lavoro con un forte anticipo, con un minimo di 58 anni di età e 35 anni di contributi, in cambio del ricalcolo contributivo dell’assegno. Pensionistico.

Ma con opzione donna si può ricalcolare la pensione? In altri termini, visto che il trattamento di pensione è penalizzato dal calcolo interamente contributivo, una volta maturati “virtualmente” i requisiti per la pensione anticipata o di vecchiaia è possibile che l’assegno aumenti ed il “taglio” sia cancellato?

Al riguardo bisogna fare attenzione: opzione donna è una vera e propria pensione, non un assegno di accompagnamento alla pensione. Di conseguenza, una volta liquidato l’assegno, non si può più tornare indietro: il calcolo è definitivo.

Il sistema di calcolo contributivo della pensione, difatti, non comporta una penalizzazione percentuale dell’assegno, penalizzazione che quindi potrebbe essere ritirata dando luogo ad un emolumento più alto. Questo sistema di calcolo, invece, risulta penalizzante in quanto basato sulla contribuzione accreditata e rivalutata in base al Pil e sull’età pensionabile. Questo, a differenza di ciò che avviene per il calcolo retributivo della pensione, che invece si fonda:

  • sugli ultimi stipendi o redditi, rivalutati non secondo la variazione del Pil ma sulla base dell’indice dei prezzi al consumo;
  • sui periodi contribuiti fino al 1992, per una quota di pensione, e fino al 1995 al 2011 per la seconda quota (il sistema di calcolo varia, comunque, in base alla gestione previdenziale di appartenenza).

C’è comunque un modo di rimediare alla penalizzazione inflitta da opzione donna, che consiste nella possibilità di ottenere una pensione supplementare oppure un supplemento di pensione. Ma procediamo con ordine.

Quali sono i requisiti per opzione donna?

In base alle recenti modifiche apportate dalla legge di bilancio 2020, allo stato attuale opzione donna può essere ottenuto con:

  • un minimo di 35 anni di contributi accreditati entro il 31 dicembre 2019;
  • il compimento di 58 anni di età (59 anni per le lavoratrici autonome o con contribuzione mista) entro la stessa data;
  • l’attesa di una finestra, dalla maturazione dei requisiti sino alla decorrenza della pensione, Paria 12 mesi per le lavoratrici dipendenti ed a 18 mesi per le lavoratrici autonome.

La penalizzazione di opzione donna

Come abbiamo inizialmente osservato, il calcolo della pensione contributivo con opzione donna nella maggior parte dei casi risulta penalizzante rispetto al calcolo effettuato con il sistema retributivo o misto: il calcolo contributivo, difatti, si basa esclusivamente sui contributi accreditati e non sugli ultimi stipendi o redditi come il retributivo, oltre a contare su una rivalutazione minore della contribuzione, rispetto a quella applicata ai redditi o alle retribuzioni.

Ma a quanto ammonta la penalizzazione? Purtroppo, è impossibile a priori prevedere quanto si perda con il calcolo contributivo; peraltro, in alcuni particolari casi il metodo contributivo può addirittura risultare più favorevole del retributivo.

Questo può avvenire quando la retribuzione negli ultimi 10 anni di carriera si abbassi parecchio, influendo dunque negativamente sulla retribuzione media pensionabile. Nonostante la legge abbia previsto numerosi meccanismi di neutralizzazione dei redditi più bassi, non sempre queste agevolazioni riescono a eliminare lo svantaggio sul trattamento pensionistico dovuto al calo delle retribuzioni.

Ipotizzando, invece, una carriera continuativa con una crescita costante della retribuzione, la penalizzazione relativa al ricalcolo contributivo dovrebbe attestarsi attorno al 20%; se si riscontra una buona crescita della retribuzione alla fine della carriera, ecco che la penalizzazione nel ricalcolo contributivo può elevarsi anche al 30%, fino a picchi del 40%.

Se, invece, lo stipendio, considerando anche le rivalutazioni da applicare anno per anno, resta costante nel tempo o in leggero calo, ecco che allora opzione donna ed il calcolo contributivo in genere non si rivela più penalizzante.

Per capire meglio, si consiglia la lettura della Guida al calcolo contributivo e della Guida al calcolo retributivo.

Come recuperare la penalizzazione di opzione donna?

Nell’ipotesi in cui la lavoratrice abbia scelto per la liquidazione della pensione con opzione donna e questa si sia rivelata piuttosto penalizzante, è bene sapere che non si ha più diritto al ricalcolo della pensione (a meno che, ovviamente, non si riscontri un errore di calcolo da parte dell’Inps).

Tuttavia, qualora l’interessata continui a lavorare ed il nuovo lavoro successivo alla pensione dia diritto all’accredito di nuova contribuzione presso la stessa gestione previdenziale che eroga il trattamento pensionistico, può sorgere il diritto ad un supplemento di pensione. In pratica, l’assegno pensionistico può essere incrementato grazie alla nuova contribuzione accreditata, che dà luogo ad un ricalcolo della pensione.

Se, invece, il nuovo lavoro successivo alla pensione dà diritto all’accredito di nuova contribuzione presso una diversa gestione previdenziale, l’interessata può aver diritto a una pensione supplementare, cioè a una pensione aggiuntiva rispetto a quella principale- opzione donna. Attenzione però: non tutte le gestioni di previdenza riconoscono la pensione supplementare. Risulta “generosa”, da questo punto di vista, la gestione separata Inps, che riconosce la pensione supplementare a tutti, a prescindere dalla cassa in cui è liquidata la pensione principale. è generalmente richiesto, per il diritto alla pensione supplementare, il compimento dell’età pensionabile, cioè dell’età per la pensione di vecchiaia ordinaria vigente presso la gestione previdenziale.


note

[1] Introdotta nel nostro ordinamento dalla cd. legge Maroni, L. 243/2004, opzione donna ha subito diverse modifiche, da ultimo ad opera dell’art. 16 DL 4/2019 e della L. 160/2019.


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