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Ramo sulla strada: chi risarcisce i danni per l’incidente?

27 Maggio 2020
Ramo sulla strada: chi risarcisce i danni per l’incidente?

Insidia o trabocchetto: l’ostacolo sull’asfalto non dà sempre diritto al risarcimento.

Non è frequente che un albero cada sulla strada, magari sul tettuccio di un’auto parcheggiata nelle vicinanze. In quel caso, il danneggiato può chiamare in causa l’ente locale che non ha provveduto alla manutenzione della pianta, lasciando che la stessa crollasse sotto il peso della sua età, della neve o della spinta del vento. Diverso è il caso del piccolo ramoscello finito accidentalmente sull’asfalto: se, da un lato, l’evento è tutt’altro che raro, dall’altro è ancora più insidioso, trattandosi di un ostacolo poco visibile. Una recente sentenza della Cassazione [1] si è occupata di questo problema, rispondendo alla seguente domanda: in caso di ramo sulla strada, chi risarcisce i danni per l’incidente? Ecco qual è stata la risposta. 

Responsabilità del proprietario della strada

Una norma del Codice civile, per l’esattezza l’articolo 2051 cod. civ., stabilisce una responsabilità oggettiva, in capo al proprietario o al custode di una cosa, per tutti i danni dalla stessa causati a terzi, a meno che non siano derivati da “caso fortuito”. La sostanza di questa disposizione è facile da spiegarsi anche se, per anni, la giurisprudenza l’ha applicata in modo a volte contraddittorio proprio con riferimento ai sinistri stradali causati da insidie e trabocchetti. 

In pratica, tutte le volte in cui un incidente stradale viene causato da un ostacolo presente sulla carreggiata, la pubblica amministrazione deve risarcire i danni all’automobilista salvo dimostri che l’evento si è verificato per un fattore imprevedibile e inevitabile. 

È “imprevedibile e inevitabile”, ad esempio, la condotta del conducente che proceda in eccesso di velocità quando la stessa sia stata la causa esclusiva del sinistro, oppure un evento climatico di intensità particolarmente forte, senza lasciare il tempo di intervenire rimuovendo l’ostacolo o transennando la strada.

Se, da un’autocisterna, cade dell’olio sulla strada è vero che il Comune deve provvedere alla manutenzione immediata dell’asfalto, ma ciò non toglie che gli si debba dare il tempo per intervenire; per cui gli eventuali incidenti occorsi nell’immediatezza in cui si è verificata l’insidia non saranno addebitabili all’ente locale. L’automobilista, quindi, non avrà diritto al risarcimento.

Se si apre una voragine sulla strada tanto grande da poter essere vista ad occhio nudo, con un minimo di accortezza e prudenza, il Comune non è responsabile per l’incidente, essendo onere di ogni conducente prestare attenzione alla strada che percorre. In tal caso, dunque, il “caso fortuito” che elimina la responsabilità della pubblica amministrazione è costituito dall’eccesso di velocità o dalla distrazione del guidatore.

Gli esempi potrebbero moltiplicarsi a dismisura. Volendo però tracciare una regola generale possiamo dire che l’ente titolare della strada non è responsabile solo quando:

  • si dimostra l’imprudenza dell’automobilista che non ha visto l’ostacolo (pur essendo visibile per dimensione e condizioni di illuminazione della strada) o che procedere violando i limiti di velocità;
  • si dimostra che l’evento si è verificato da pochi minuti, senza consentire all’amministrazione di mettere in sicurezza il tratto stradale.

Ramo sulla strada: il Comune è responsabile?

Immaginiamo ora il caso di una forte raffica di vento che faccia cadere un grosso ramo sulla strada. Un automobilista lo nota subito non appena imboccata la strada e, nel fare una manovra di emergenza per evitare l’ostacolo, va a finire contro la recinzione ai margini della carreggiata. Chi è responsabile per l’incidente?

La risposta non può essere data a priori ma, come anticipato nel paragrafo precedente, è necessario valutare prima tutti i fattori del caso concreto come:

  • velocità del conducente: l’eventuale eccesso di velocità deve aver quantomeno concorso a determinare l’incidente. Ma se risulta che il danno si sarebbe verificato anche tenendo una velocità consona ai limiti, il risarcimento è dovuto anche all’automobilista più imprudente (si pensi a un ramo posto subito dopo una curva, tale così da non poter essere comunque visto in qualsiasi circostanza);
  • condizioni di illuminazione o di conformazione della strada che consentivano di visualizzare l’ostacolo con anticipo. In questo, ha un grosso peso l’orario – diurno o notturno – in cui si verifica l’incidente;
  • dimensione dell’ostacolo: tanto più è grande, tanto più è visibile.

Nel caso di specie deciso dalla Corte, Roma capitale ha dovuto risarcire il guidatore che si è trovato davanti un grosso ramo contro cui è finito rovinosamente.

Nello specifico – come ricordato – si trattava della presenza di un grosso ramo che occupava la sede stradale che non avrebbe lasciato scampo al guidatore. La Corte, poi, rimanendo in tema, ha anche richiamato un precedente in cui un motorino era finito rovinosamente in una buca con seri danni al conducente. In quella circostanza, però, l’ostacolo era ben visibile e, quindi, il sinistro non era stato risarcito per evidente imprudenza e negligenza da parte del guidatore.

Non si può neanche sostenere, aggiungono dalla Cassazione, che «il sinistro sia da addebitare ad un errore di guida del conducente», nonostante «la velocità eccessiva» della vettura.

Come fare ad ottenere il risarcimento?

Per ottenere il risarcimento per l’incidente causato dal ramo caduto sull’asfalto bisogna innanzitutto fotografare l’ostacolo e procurarsi le prove della sua esistenza. Bisogna poi dimostrare il danno, ossia il sinistro stradale (ad esempio, la sbandata contro il guardrail o contro un’altra auto). Infine, bisogna dare la prova dei danni al mezzo ed, eventualmente, anche al conducente.

Fatto ciò, bisogna inviare una raccomandata al Comune chiedendo il risarcimento e, nel caso in cui questi non risponda o risponda negativamente, bisogna avviare un giudizio civile incaricando un avvocato.


note

[1] Cass. sent. n. 9674/20 del 26.05.2020.

Autore immagine: it.depositphotos.com

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 17 dicembre 2019 – 26 maggio 2020, n. 9674

Presidente Armano – Relatore Scrima

Fatti di causa

Roma Capitale ha proposto ricorso per cassazione, basato su tre motivi e illustrato da memoria, nei confronti di Al. D’Av. e avverso la sentenza parziale n. 120 della Corte d’appello di Roma, depositata il 9/01/2015, nonché avverso la sentenza definitiva n. 3664/2017 della predetta Corte, depositata in data 1/06/2017.

Con la prima di tali pronunce, in totale riforma della sentenza n. 156/2010 del Tribunale di Roma – Sezione Distaccata di Ostia, la già indicata Corte territoriale ha dichiarato l’appellato Comune di Roma civilmente responsabile dell’illecito oggetto di giudizio e, per l’effetto, lo ha condannato al risarcimento, in favore dell’appellante Al. D’Av., dei danni da quest’ultimo subiti, da liquidarsi in prosieguo del giudizio, allorché, nel percorrere, a bordo della sua auto, la strada laterale di via (omissis…), si era trovato davanti un grosso ramo di pino ed era stato costretto ad una manovra di emergenza per evitare l’impatto, andando però così ad urtare la recinzione metallica posta al lato della carreggiata.

Con la seconda delle predette sentenze, la medesima Corte ha condannato Roma Capitale al risarcimento dei danni in favore dell’appellante, per il complessivo importo di Euro 17.801,72, oltre interessi, nonché alle spese del doppio grado del giudizio di merito e alle spese di c.t.u..

Ha resistito con controricorso Al. D’Av..

La ricorrente ha pure depositato “nota di deposito” datata 13 giugno 2018, con i relativi allegati.

Con O.I. della Sezione Sesta-3 di questa Corte n. 33528/18, depositata in data 27 dicembre 2018, è stato disposto che il ricorso, in un primo tempo avviato – in applicazione degli artt. 375, 376 e 380-bis cod. proc. civ. – per la trattazione in camera di consiglio, sia trattato in pubblica udienza presso questa Sezione.

In prossimità della presente udienza Roma Capitale ha depositato ulteriore memoria.

Ragioni della decisione

1. Il ricorso deve ritenersi procedibile alla luce del principio affermato dalle Sezioni Unite di questa Corte con la sentenza del 25/03/2019, n. 8312 e secondo cui il deposito in cancelleria, nel termine di venti giorni dall’ultima notificazione, di copia analogica della decisione impugnata predisposta in originale telematico e notificata a mezzo PEC priva di attestazione di conformità del difensore ex art. 9, commi 1-bis e 1-ter, della L. n. 53 del 1994, oppure con attestazione priva di sottoscrizione autografa, non determina l’improcedibilità del ricorso per cassazione laddove il controricorrente (o uno dei controricorrenti), nel costituirsi (anche tardivamente), depositi a sua volta copia analogica della decisione ritualmente autenticata, ovvero non disconosca ex art. 23, comma 2, d.lgs. n. 82 del 2005, la conformità della copia informale all’originale notificatogli; nell’ipotesi in cui, invece, la controparte (o una delle controparti) sia rimasta soltanto intimata, ovvero abbia effettuato il suddetto disconoscimento, per evitare di incorrere nella dichiarazione di improcedibilità il ricorrente ha l’onere di depositare l’asseverazione di conformità all’originale della copia analogica, entro l’udienza di discussione o l’adunanza in camera di consiglio.

Ed invero, nella specie, la ricorrente ha depositato con le note del 13 giugno 2018, prima dell’adunanza camerale fissata dinanzi alla Sezione Sesta-3, copia della sentenza della Corte di merito n. 3664/2017, notificata a mezzo di posta elettronica in data 3 giugno, con la relativa asseverazione di conformità, inizialmente mancante.

2. Il primo motivo è così rubricato: «Sulla falsa applicazione degli artt. 116, 119 e 126 d.lgs. 30/4/1995, n. 285 in relazione agli artt. 2015 e 2043 c.c. in combinato disposto con l’art. 1227 c.c. in merito all’accertamento del nesso di causalità tra il sinistro e la guida con la patente scaduta. In relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c».

Premesso che, in occasione del sinistro di cui si discute in causa, il D’Av. guidava senza avere con sé la patente di guida, poi risultata scaduta, come riportato nel verbale della Polizia municipale, la ricorrente sostiene che, essendosi l’incidente verificato a causa della guida da parte del D’Av. (“in connessione con la circolazione del mezzo”, come affermato dal Tribunale), la Corte di merito «avrebbe dovuto verificare se il danneggiato avesse effettivamente il divieto di guidare con la patente scaduta e quindi verificare, in caso positivo, se il fatto non sarebbe accaduto. Ciò proprio perché l’obbligo di guidare con la patente valida ha la sua causa nella prevenzione dei danni, in mancanza di un accertamento di idoneità del guidatore».

Assume Roma Capitale che lo “scopo” dell’art. 126 C.d.S. «non è quello di regolamentare il rilascio di documenti di identità, ma la verifica di idoneità a seguito di specifico accertamento e quindi in mancanza … di tale accertamento, il D’Av. non avrebbe dovuto mettersi alla guida, perché è proprio la guida che la norma intende inibire in mancanza di idoneità».

Ad avviso della ricorrente, nel caso di specie, la Corte territoriale, affermando che la guida senza patente o con la patente scaduta non fosse «fattore idoneo ad interrompere il nesso di causalità» avrebbe «violato (e falsamente applicato) il combinato disposto degli artt. 116, 119 e 126 CdS perché questi regolamentano il rilascio delle patenti di guida dal punto di vista esclusivamente amministrativo, ma inibiscono la circolazione a chi non abbia ottenuto il rinnovo della patente a seguito di una verifica di idoneità psicofisica al fine di non causare danni, ciò è tanto vero che la patente scaduta viene ritirata quale sanzione accessoria in caso di violazione della norma, così ponendo i[l] soggetto nella stessa condizione di chi è senza patente. Conseguentemente la Corte d’Appello ha violato gli artt. 2051 e 2043 c.c. in combinato disposto con l’art. 1227 c.c. perché in presenza di divieto di guidare, quando l’evento sia stato direttamente causato dalla guida, cioè nella sua dinamica e quindi in sua connessione, il nesso di causalità è interrotto dal comportamento illegittimo del danneggiato».

3. Con il secondo motivo, rubricato «Sul vizio di motivazione per contraddittorietà insanabile in relazione all’art. 132 c.p.c. n. 4 in merito alla condotta colpevole del danneggiato», la ricorrente denuncia l’insanabile contraddittorietà della motivazione della sentenza impugnata laddove la Corte di merito ha dato atto della presenza, al centro della carreggiata, da un lato, di un ostacolo di grandi dimensioni e, dall’altro, di un ingombro inopinato, quindi imprevedibile in condizioni di limitata visibilità, evidenziando che un ostacolo di grandi dimensioni non sarebbe mai imprevedibile proprio perché la visibilità sarebbe insita nelle dimensioni, sicché non sarebbe dato conoscere il ragionamento della Corte territoriale nel ritenere responsabile il custode, visto che l’ostacolo, in quanto visibile, poteva essere evitato.

Secondo la ricorrente, la Corte di merito avrebbe accertato la responsabilità del custode senza motivare al riguardo, risultando la motivazione apparente o, comunque, intimamente contraddittoria, risolvendosi così in una radicale assenza di motivazione sul punto decisivo attinente al nesso causale determinante la responsabilità ex art. 2051 cod. civ..

4. Con il terzo motivo, rubricato «Sotto altro aspetto sull’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio in relazione all’art. 360 n. 5 c.p.c. sempre in merito alla condotta colpevole del danneggiato», Roma Capitale sostiene che, avendo la Corte territoriale affrontato d’ufficio, ex art. 1227 cod. civ., la questione dell’eventuale concorso di colpa del debitore, la medesima avrebbe dovuto tener conto dell’intero verbale della Polizia Municipale e, in particolare, di quanto in esso descritto circa la dinamica dell’incidente ed avrebbe dovuto, quindi, necessariamente attribuire la responsabilità al guidatore, stante la violenza dell’impatto della vettura contro la banchina, tale da abbattere dieci metri di rete metallica e otto pali di legno, dopo aver roteato su sé stessa più volte da sinistra a desta della carreggiata, riportando danni materiali per 13.000 Euro, il che dimostrerebbe che la velocità tenuta dal D’Av. (oltretutto privo di patente perché scaduta) non sarebbe stata consona alla strada, alla forte pioggia e all’orario notturno.

Conclusivamente, secondo la ricorrente, la velocità elevata, che la Corte di merito, pur esaminando il verbale, avrebbe omesso di considerare e il fatto pacifico che si trattava di un ostacolo visibile, perché grande, in una strada notoriamente in rettilineo come la via (omissis…) avrebbero dovuto condurre la predetta Corte ad una diversa ricostruzione del fatto, tanto da esimere del tutto il custode “da colpe”.

5. I motivi, che censurano espressamente la sentenza n. 120/2015, in relazione alla quale è stata formulata riserva di ricorso per cassazione all’udienza del 25 marzo 2015, come incontestato tra le parti, e che, essendo strettamente connessi, possono essere esaminati congiuntamente, sono inammissibili.

È pur vero che questa Corte ha già avuto modo di affermare che il criterio di imputazione della responsabilità di cui all’art. 2051 cod. civ. ha carattere oggettivo, essendo sufficiente, per la sua configurazione, la dimostrazione da parte dell’attore del nesso di causalità tra la cosa in custodia ed il danno, mentre sul custode grava l’onere della prova liberatoria del caso fortuito, inteso come fattore che, in base ai principi della regolarità o adeguatezza causale, esclude il nesso eziologico tra cosa e danno, ed è comprensivo della condotta incauta della vittima, che assume rilievo ai fini del concorso di responsabilità ai sensi dell’art. 1227, comma 1, cod. civ., e deve essere graduata sulla base di un accertamento in ordine alla sua effettiva incidenza causale sull’evento dannoso, che può anche essere esclusiva (nella specie esaminata nella richiamata pronuncia, questa Corte ha confermato la sentenza d’appello, che aveva escluso la responsabilità dell’ente proprietario della strada, sul presupposto che la buca presente sul manto stradale, che aveva determinato la caduta del ciclomotore dell’attrice, si presentava ben visibile in quanto di apprezzabili dimensioni, non ricoperta da materiale di sorta e collocata al centro della semicarreggiata percorsa dall’attrice, nell’ambito di un più ampio tratto stradale dissestato e sconnesso) (Cass., ord., 30/10/2018, n. 27724). Inoltre, sempre secondo la giurisprudenza di legittimità, in tema di responsabilità civile per danni da cose in custodia, la condotta del danneggiato, che entri in interazione con la cosa, si atteggia diversamente a seconda del grado di incidenza causale sull’evento dannoso, in applicazione – anche ufficiosa – dell’art. 1227, comma 1, cod. civ., richiedendo una valutazione che tenga conto del dovere generale di ragionevole cautela, riconducibile al principio di solidarietà espresso dall’art. 2 Cost., sicché, quanto più la situazione di possibile danno è suscettibile di essere prevista e superata attraverso l’adozione da parte del danneggiato delle cautele normalmente attese e prevedibili in rapporto alle circostanze, tanto più incidente deve considerarsi l’efficienza causale del comportamento imprudente del medesimo nel dinamismo causale del danno, fino a rendere possibile che detto comportamento interrompa il nesso eziologico tra fatto ed evento dannoso, quando sia da escludere che lo stesso comportamento costituisca un’evenienza ragionevole o accettabile secondo un criterio probabilistico di regolarità causale, connotandosi, invece, per l’esclusiva efficienza causale nella produzione del sinistro (nella specie esaminata con la pronuncia da ultimo menzionata, questa Corte ha confermato la statuizione di merito, che aveva escluso la responsabilità in capo all’ente proprietario e gestore della strada, munita di guardrail di altezza a norma di legge, per i danni patiti dal superamento del medesimo da parte del conducente di un veicolo, che aveva perso per causa ignota il controllo del mezzo, affermando che il custode non può rispondere dei danni cagionati in via esclusiva dalla condotta del danneggiato, da qualificarsi oggettivamente non prevedibile secondo la normale regolarità causale nelle condizioni date dai luoghi) (Cass., ord., 1/02/2018, n. 2480).

Va, tuttavia, osservato che la Corte di merito, in base ad un accertamento in fatto, che non può più essere rimesso in discussione in questa sede, ha ritenuto che la mancanza di rinnovo della patente al momento del sinistro non costituisse fattore idoneo ad interrompere il nesso di causalità e che in mancanza di allegazione, in secondo grado (non essendo stata più riproposta ex art. 345 cod. proc. civ., in quel grado, l’eccezione relativa alla forza maggiore come causa di esclusione del nesso di causalità – vento forte che avrebbe inopinatamente provocato la caduta del ramo sulla strada) di un fattore imprevedibile ed assolutamente eccezionale avente impulso causale autonomo e come tale estraneo alla sfera di custodia, il Comune doveva «essere ritenuto responsabile dei danni derivati nell’occorso all’automobilista a causa dell’inopinato ingombro verificatosi, in condizioni di limitata visibilità, data l’ora serale, sulla carreggiata» (v. sentenza della Corte di appello di Roma n. 120/2015, pure impugnata in questa sede).

Peraltro, neppure risulta che sia stato dedotto tempestivamente che il sinistro sia da addebitare ad un errore di guida del soggetto (a meno che non si voglia ricomprendere in ciò la velocità eccessiva cui sembra farsi riferimento, però, solo in questa sede di legittimità, non essendo stato riferito in ricorso quando e in quali termini l’attuale ricorrente abbia precedentemente, nei gradi di merito, richiamato specificamente tale circostanza).

Inoltre, non sussiste la denunciata insanabile contraddittorietà della motivazione della sentenza censurata, risultando la stessa del tutto idonea ad assolvere alla funzione specifica di esplicitare le ragioni della decisione adottata e, comunque, il terzo motivo non è stato veicolato secondo i dettami indicati della giurisprudenza di legittimità, anche alla luce di quanto sopra evidenziato in relazione alla mancata indicazione, in ricorso, del se, quanto e come la ricorrente abbia fatto riferimento, nel giudizio di merito, alla circostanza della ora dedotta velocità eccessiva tenuta dal D’Av. (v. Cass., sez. un., 7/04/2014, n. 8053, secondo cui l’art. 360, primo comma, n. 5, cod. proc. civ., riformulato dall’art. 54 del D.L. 22 giugno 2012, n. 83, conv. in legge 7 agosto 2012, n. 134, introduce nell’ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia). Ne consegue che, nel rigoroso rispetto delle previsioni degli artt. 366, primo comma, n. 6, e 369, secondo comma, n. 4, cod. proc. civ., il ricorrente deve indicare il “fatto storico”, il cui esame sia stato omesso, il “dato”, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il “come” e il “quando” tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua “decisività”, fermo restando che l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sé, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorché la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie.

6. In conclusione, il ricorso deve essere, pertanto, dichiarato inammissibile.

7. Le spese del giudizio di cassazione, liquidate come da dispositivo, seguono la soccombenza.

8. Va dato atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, se dovuto, da parte della ricorrente, ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater, D.P.R. 30 maggio 2002 n. 115, nel testo introdotto dall’art. 1, comma 17, della legge 24 dicembre 2012, n. 228, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1-bis dello stesso art. 13.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento, in favore del controricorrente, delle spese del presente giudizio di legittimità, che liquida in Euro 3.000,00 per compensi, oltre alle spese forfetarie nella misura del 15%, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 e agli accessori di legge; ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater, del D.P.R. 30 maggio 2002 n. 115, nel testo introdotto dall’art. 1, comma 17, della legge 24 dicembre 2012, n. 228, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, se dovuto, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1-bis dello stesso art. 13.


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