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Appello favorevole dopo una condanna: come riavere i soldi

27 Maggio 2020
Appello favorevole dopo una condanna: come riavere i soldi

Che succede in caso di condanna definitiva in primo grado e di riforma con l’appello: bisogna pagare subito? E se l’avversario fa sparire i soldi?

Nel momento in cui si perde una causa avente ad oggetto il pagamento di una somma di denaro, il giudice condanna la parte soccombente a versare i soldi all’avversario. Si dice che la condanna è immediatamente esecutiva: significa che bisogna mettere subito mano al portafogli. Non viene, quindi, concesso un termine per recuperare il denaro, anche se, a conti fatti, come vedremo a breve, si ha sempre qualche giorno di tempo prima di vedersi pignorare i beni. 

Contro la sentenza di primo grado c’è sempre la possibilità di fare l’appello e, quindi, la speranza che la pronuncia venga riformata. Nel frattempo, tuttavia, bisogna ottemperare alla condanna, pagando la controparte. 

Ma se il giudice di secondo grado dovesse annullare la prima decisione, i soldi andranno restituiti. Cosa succede però se, nel frattempo, l’avversario li ha fatti sparire? In caso di appello favorevole, come riavere i soldi? Cerchiamo di fare il punto della situazione. 

Condanna in primo grado: quanto tempo per pagare?

Dal momento della pubblicazione della sentenza – ossia da quando questa viene depositata in cancelleria e comunicata agli avvocati tramite pec -passano giorni, a volte settimane, prima che la parte vincitrice diffidi l’avversario a pagare. Quest’ultimo, infatti, deve porre in essere una serie di adempimenti:

  • chiedere, innanzitutto, la copia esecutiva della sentenza in cancelleria;
  • notificare poi l’atto di precetto, ossia un ultimo avviso in cui si dà alla parte sconfitta 10 giorni di tempo per pagare;
  • notificare poi l’atto di pignoramento. 

Di solito, prima di passare all’esecuzione forzata, il vincitore invia un avviso bonario all’avvocato della parte soccombente, sollecitando l’adempimento spontaneo.

Possiamo approssimativamente dire che, tra la data in cui il giudice emette la sentenza a quando avviene il pignoramento non passa mai meno di un mese, ma ben potrebbero trascorrerne molti di più. 

La prescrizione del diritto a riscuotere le somme indicate nella sentenza è di 10 anni. Pertanto, se entro tale termine il creditore non dovesse aver inviato alcuna intimazione di pagamento, non potrà più agire.

Condanna di primo grado: bisogna pagare anche se si fa appello?

La sentenza di primo grado è un “titolo esecutivo”: significa che va adempiuta immediatamente, pena il pignoramento dei beni. 

Tale condizione non muta neanche in caso di appello. Per cui chi fa appello deve ugualmente ottemperare alla condanna e pagare la parte vincitrice. 

Tuttavia, il giudice di secondo grado può bloccare l’esecutività della sentenza di primo grado qualora ritenga che l’atto di appello appaia, già “a prima vista”, fondato. Così, alla prima udienza, il giudice del secondo grado può sospendere l’obbligo di pagare le somme all’avversario il quale pertanto non potrà più procedere al pignoramento fino alla sentenza definitiva (e sempre che la stessa confermi il primo grado).

Che succede se il giudice di appello annulla la sentenza di primo grado?

Se il giudice d’appello conferma la sentenza di primo grado, la somma già pagata o da pagare sarà definitivamente acquisita dalla parte originariamente vincitrice del primo grado. Resterà sempre la possibilità di una revisione tramite la Corte di Cassazione.

Viceversa, se in appello dovesse essere riformata la sentenza di primo grado, la parte inizialmente vincitrice che abbia già ottenuto i soldi dovrà restituirli all’avversario. 

Come riavere i soldi dopo l’appello favorevole?

Il problema vero e proprio si pone perché, molto spesso, una volta incassata la somma, la parte che teme di perdere il secondo grado la fa sparire. Come? Facendo un bonifico in favore dei figli oppure acquistando dei beni. 

Esiste un modo per tutelarsi da tali condotte fraudolente? 

A nostro avviso, la prima cosa da fare è avviare immediatamente l’appello, prima che l’avversario possa iniziare il pignoramento dei beni, e in quella sede chiedere subito una sospensione dell’esecutività della sentenza di primo grado (è il cosiddetto provvedimento di «sospensiva»). In questo modo, se il giudice di secondo grado dovesse ritenere ingiusta la precedente condanna, bloccherebbe la possibilità di un’esecuzione forzata.

La seconda cosa da fare è controllare le consistenze patrimoniali dell’avversario e verificare se questi fa delle donazioni di immobili o altri beni che potrebbero ridurre consistentemente il proprio patrimonio. Si pensi a chi, temendo di perdere la causa, doni l’abitazione ai figli. Atti di questo tipo possono essere oggetto di revocatoria entro 5 anni da quando sono stati compiuti. Il che significa che la cessione del bene è inefficace nei confronti del creditore.

Non c’è modo per revocare un prelievo dal conto corrente, ma in presenza di somme elevate si è soliti fare dei bonifici bancari in favore di terzi (soprattutto parenti). Anche i bonifici sono revocabili negli stessi termini appena menzionati. 

Chi non ha alcuna intenzione di pagare perché ritiene che la sentenza di primo grado sia ingiusta e non ha tuttavia ottenuto, dal giudice di appello, la sospensiva dovrà correre il rischio di un pignoramento, in attesa che la sentenza definitiva di secondo grado venga emessa.



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