Diritto e Fisco | Articoli

Dopo l’appello cosa succede?

28 Maggio 2020
Dopo l’appello cosa succede?

Ricorso per Cassazione o procedura esecutiva con pignoramento dei beni: cosa succede dopo il secondo grado e chi può proporre una revisione della sentenza. 

Chi è rimasto insoddisfatto dalla sentenza di primo grado può fare appello e così ottenere una revisione della stessa. L’appello garantisce, infatti, il riesame integrale del processo: vengono sottoposte a nuovo giudizio, da parte di un giudice diverso, sia le circostanze di fatto, sia le prove, sia l’interpretazione che il magistrato ha dato delle norme. 

A decidere l’appello è la Corte di Appello per le decisioni che, in primo grado, sono state emesse dal tribunale; è, invece, il tribunale per le decisioni che, in primo grado, sono state emesse dal giudice di pace. La diversità dell’organo decidente garantisce così una visione più indipendente della fattispecie. 

Ma dopo l’appello cosa succede? Se si dovesse perdere anche in secondo grado, c’è possibilità di ricorrere una terza volta per ottenere un’ultima revisione della sentenza? Chi ha perso in primo e in secondo grado, può vincere in terzo e così annullare tutto il processo?

Se hai già sentito parlare della Corte di Cassazione probabilmente saprai che è il giudice di “ultima istanza”, quello a cui ci si rivolge quand’anche si perde in appello. Ma, a differenza del giudice d’Appello, la Cassazione non può intervenire per qualsiasi tipo di censura ma solo per specifici vizi della sentenza. Quali sono questi vizi e cosa è possibile fare in Cassazione sarà l’oggetto di questa breve e pratica trattazione dedicata appunto a cosa succede dopo l’appello. 

Ma procediamo con ordine.

Cosa si può fare dopo l’appello?

Non pensare al processo come a una partita per cui, dopo la sconfitta, c’è la rivincita e, in caso di pareggio, c’è “la bella”. Nel processo ci sono solo due gradi: il primo e il secondo (ossia l’appello).

Solo chi perde in primo grado può fare appello. Non è necessaria, per proporre appello, una sconfitta totale: basterebbe anche solo il mancato accoglimento di un punto della domanda o un risarcimento inferiore rispetto a quanto sperato.

Non può fare appello chi ha vinto (a meno che, appunto, sia stata una vittoria inferiore rispetto alle richieste).

L’appello si può concludere in due modi:

  • con la conferma della sentenza di primo grado e, quindi, con un’ulteriore sconfitta della parte inizialmente soccombente;
  • con una revisione – totale o parziale – della sentenza di primo grado e, quindi, con un ribaltamento delle sorti del precedente giudizio.

Nel primo caso (conferma della sentenza), la parte soccombente – che ha già perso due gradi di giudizio – può rivolgersi alla Cassazione per un’ultima revisione della sentenza (alle condizioni che a breve vedremo). 

Nel secondo caso, la parte inizialmente vincitrice in primo grado, poi risultata soccombente in secondo, può fare ricorso in Cassazione e chiedere una nuova valutazione del processo. Se la revisione della sentenza operata dalla Corte di Appello è solo parziale, a ricorrere in Cassazione possono essere entrambe le parti perché insoddisfatte del secondo grado. Anche in questa ipotesi, comunque, il ricorso in Cassazione è limitato a specifiche censure.

Dunque, rispondendo alla domanda cosa si può fare dopo l’appello, possiamo dire che l’unica soluzione per ottenere una nuova chance di vittoria è il ricorso in Cassazione. 

La Cassazione a questo punto può:

  • confermare la sentenza di appello e così decretare, in via definitiva, la vittoria della parte inizialmente vincitrice (in primo e secondo grado);
  • annullare (totalmente o parzialmente) la sentenza di appello e, in questo caso, emettere una decisione – che chiude definitivamente il processo – a favore della parte soccombente in secondo grado;
  • oppure – in casi specificamente indicati dalla legge – restituire il fascicolo al giudice di appello per un riesame della pronuncia, tenendo conto dei principi affermati dalla Cassazione. 

Quando fare ricorso per Cassazione?

Il ricorso per Cassazione va intrapreso entro 60 giorni dalla notifica della sentenza di secondo grado all’avvocato della parte soccombente o, in caso di omessa notifica, entro 6 mesi da quando la stessa sentenza è stata depositata in cancelleria. 

I vizi del ricorso in Cassazione sono tassativamente indicati dalla legge e vanno indicati nell’atto processuale. In questa sta la principale differenza tra appello e ricorso per Cassazione: se il primo è, infatti, un mezzo di revisione integrale della decisione, il secondo concerne solo specifiche censure. 

In generale, possiamo dire che i motivi per ricorrere in Cassazione sono collegati alla non corretta interpretazione delle norme processuali e sostanziali del diritto. Il che significa che in Cassazione non possono essere riesaminati i fatti e le prove: le valutazioni “nel merito” fatte dal giudice non sono sindacabili in Cassazione.

Senza voler fare un trattato di procedura civile, possiamo dire che i motivi di ricorso per Cassazione si distinguono in due grandi categorie:

  • motivi relativi a vizi del procedimento; vi rientrano gli errori in cui può essere incorso il giudice di merito nell’applicare le norme processuali. La Corte che esamina tali vizi è giudice anche del fatto (processuale): può cioè riesaminare gli atti del giudizio e interpretare e valutare direttamente le risultanze del processo per verificare la corretta applicazione delle norme di rito. I poteri della Corte possono però riguardare solo i fatti accaduti nel processo e risultanti dal fascicolo;
  • motivi relativi ai vizi del giudizio: vi rientrano gli errori in cui può incorrere il giudice nell’individuare e applicare le norme di diritto sostanziale che regolano il rapporto definito nella sentenza. La Corte che esamina tali motivi non può entrare nel merito dei fatti prospettati nel giudizio, ma deve limitarsi a eseguire un controllo di legittimità, senza rinnovare il giudizio di merito.

Cosa succede dopo l’appello se non si vuole fare ricorso per Cassazione?

Se nessuna delle due parti vuol fare ricorso per Cassazione, la sentenza di appello diventa definitiva, ossia «passa in giudicato». Questo implica che la parte soccombente in secondo grado, anche se risultata in precedenza vincitrice in primo grado, non potrà più chiedere alcuna revisione del processo. Con la conseguenza che dovrà adempiere al comando del giudice. In caso contrario, subirà il pignoramento dei beni.

Questo non toglie comunque che le parti possano trovare un accordo transattivo che eviti l’esecuzione forzata. 



Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube