Covid: «i test sierologici non danno la patente di immunità»

28 Maggio 2020 | Autore:
Covid: «i test sierologici non danno la patente di immunità»

Coronavirus: le riflessioni dell’immunologo Alberto Mantovani.

I test per la ricerca di anticorpi per Sars-CoV-2 sono uno strumento prezioso per valutare la prevalenza e la diffusione del virus e in alcune condizioni cliniche, ma non danno una patente di immunità. A sostenerlo è Alberto Mantovani, immunologo e direttore scientifico Humanitas. In un’intervista rilasciata al ‘Corriere della Sera‘, l’esperto spiega che i test sierologici «sono utili alle indagini epidemiologiche come ad esempio quella che abbiamo concluso in Humanitas e resa disponibile alla comunità scientifica, la prima su vasta scala in Italia, guidata dalla professoressa Maria Rescigno».

Mantovani sottolinea che sono state testate 3.985 persone tra medici, infermieri, staff amministrativo anche in smart working, ricercatori, nelle varie strutture Humanitas sul territorio lombardo. E’ emerso che l’11-13% del personale è venuto in contatto con il coronavirus, senza sostanziali differenze tra le categorie: il personale sanitario, potenzialmente più esposto rispetto al resto della popolazione, non si è ammalato di più. Ne emerge che l’ospedale, se ben protetto, può essere un luogo sicuro peri pazienti e per chi ci lavora. Per questo invito i 10 milioni di italiani che hanno malattie diverse, come un tumore, a tornare in ospedale per farsi curare.

«I dati evidenziano inoltre come la prevalenza di positivi per anticorpi tra il personale delle diverse strutture sia in linea con la situazione del territorio di appartenenza: dal 3% di Humanitas Medical Care di Varese al 35-43% di Humanitas a Bergamo, la zona più colpita in Italia», evidenzia Mantovani.

«Per chi ha davvero sviluppato la malattia – spiega ancora l’immunologo – possiamo ragionevolmente pensare che per un certo periodo resterà protetto da Sars-CoV-2. La Sars dava ai guariti un’immunità di 2-3 anni e questo virus gli è parente. Il problema è che la stragrande maggioranza delle persone che incontra Covid-19 o non si ammala o lo fa in modo blando: in questo caso non sappiamo se la risposta immunitaria indotta, di cui la presenza di anticorpi è una spia, sia davvero protettiva o se queste persone rischiano una nuova infezione».

Le sequenze genetiche

«In banca dati ci sono 5mila sequenze genetiche e nessuna indica che il virus si sia attenuato. Ne ragioneremo quando qualcuno porterà prove su riviste scientifiche autorevoli», rileva l’esperto.

«E’ vero, i pazienti sono molto meno gravi – ammette – ma i motivi possono essere vari: l’esperienza clinica passata, abbiamo imparato a conoscere la malattia; il virus ha colpito inizialmente le persone pideboli, molte delle quali non ce l’hanno fatta; oggi ci comportiamo meglio e così anche i più fragili sono più protetti; infine le malattie causate dai virus respiratori si attenuano in primavera ed estate perché stiamo di più all’aperto e in casa teniamo le finestre aperte e la quantità dell’esposizione al virus cambia. A breve sarà pubblicato uno studio finanziato da Fondazione Cariplo che ha sequenziato 350 ceppi virali in Lombardia. Aspettiamo di capire cosa ci dirà», conclude.



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