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Nuovi aiuti europei: quando arriveranno?

28 Maggio 2020 | Autore:
Nuovi aiuti europei: quando arriveranno?

Manca ancora l’ok del Consiglio; l’accordo potrebbe arrivare entro l’estate. Poi, occorreranno i progetti di spesa; solo allora le risorse saranno disponibili.

La Commissione Europea ha presentato la proposta di piano per la ripresa dall’emergenza economica provocata dal Coronavirus. Il nuovo programma di aiuti europei si chiama Next Generation Eu e vale 750 miliardi di euro, di cui 500 saranno trasferimenti a fondo perduto e 250 di prestiti, che dovranno essere restituiti entro il 2058.

All’Italia andranno 172,7 miliardi di euro, di cui 82 saranno contributi a fondo perduto, senza obbligo di restituzione: tra i membri dell’Unione è lo Stato che riceverà la quota più alta, seguito dalla Spagna, con 140,4 miliardi. Ma quando arriveranno queste risorse economiche e come saranno rese disponibili?

L’Italia è il Paese più colpito dalla pandemia e, come ha spiegato il Commissario europeo all’Economia, Paolo Gentiloni, ha urgente bisogno di aiuto anche perché ha un debito pubblico più elevato e nella corsa alla ripresa rischia di rimanere indietro, finendo per essere ulteriormente penalizzata.

La presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, ha sottolineato che da questa crisi l’Europa deve uscire «facendo un balzo in avanti, tutti insieme». Ed ha insistito sul fatto che le nuove risorse che la Commissione propone «non tassano gli individui»; saranno un debito comune, attinto dal bilancio europeo, che probabilmente si rifinanzierà con una possibile tassa sui colossi digitali «perché se fai molti utili nel mercato unico, devi pagare le tasse».

Attualmente l’Unione si finanzia per il 69% con i contributi degli Stati membri, calcolati in proporzione al loro Rnl (reddito nazionale lordo), per il 13% con dazi doganali e imposta sullo zucchero, per il 12% con una percentuale dell’Iva raccolta dagli Stati (la destinazione comunitaria ammonta allo 0,3) e, per il restante 6%, su altre voci residue, come le tasse sui salari del personale comunitario, i contributi di alcuni Stati extra Ue, gli interessi di mora e le multe irrogate dall’Antitrust.

Il piano di aiuti europei approntato dalla Commissione costituisce un nuovo debito assunto in comune tra gli Stati dell’Unione, ben distinto da quello maturato in precedenza: von der Leyen ha sottolineato questo aspetto dicendo durante la presentazione del programma: «lasciatemi essere chiara: questi trasferimenti sono un investimento comune nel nostro futuro. Non hanno niente a che fare con il debito passato dei nostri Stati membri».

Perciò questi trasferimenti a fondo perduto – ha continuato – «saranno canalizzati attraverso il bilancio Ue. E questo limiterà il contributo di ciascun Paese secondo una formula prefissata. I trasferimenti saranno investimenti chiari nelle nostre priorità europee: rafforzare il nostro mercato unico digitale, il Green Deal europeo e la resilienza». Von der Leyen li chiama trasferimenti, anziché contributi, proprio perché attingono alle risorse del bilancio comunitario anziché essere prelevati da altri fondi.

Emergono, quindi, dei vincoli di destinazione: l’utilizzo di queste risorse non sarà incondizionato, bensì canalizzato verso precise direzioni di investimenti e sviluppo. Inoltre, ha sottolineato ancora von der Leyen, «il bilancio europeo è sempre stato fatto di trasferimenti: non è una novità. Si tratta di trasferimenti per investimenti mirati e per le riforme, per una maggiore coesione e per una convergenza degli standard di vita in Europa».

Ora però bisognerà trovare un accordo nel Consiglio Europeo tra i capi di Stato e di governo sul progetto presentato dalla Commissione, che è ancora una proposta. Occorreranno negoziati, in vista della prima riunione del Consiglio, programmata per il 19 giugno, che molto probabilmente non sarà quella decisiva e ne occorrerà almeno una ulteriore.

La trattativa non sarà semplice, ha previsto il commissario Paolo Gentiloni, che si è detto comunque «ottimista», nonostante le opposizioni di alcuni Stati del Nord Europa, come Austria, Danimarca, Olanda e Svezia. L’esito finale, cioè l’accordo definitivo raggiunto all’unanimità tra gli Stati membri che darebbe il via libera al piano di aiuti, dovrebbe giungere almeno  «prima dell’estate», come ha auspicato il presidente del Consiglio Ue, Charles Michael; dunque non prima.

Ma a quel punto, una volta raggiunto l’accordo tra i leader, i fondi non sarebbero ancora immediatamente utilizzabili: da quel momento la palla passerà ai singoli Stati, che dovranno stilare ciascuno il proprio programma di spese individuate come necessarie per sostenere la ripresa, seguendo le linee programmatiche indicate dall’Unione per l’impiego delle risorse.

Gentiloni ha precisato che l’Italia «dovrà stilare il suo piano di Recovery, per gli investimenti futuri e per lo sviluppo competitivo del Paese. E’ una sfida per tutti, Italia inclusa, rendere questo intervento efficace». In altre parole, le risorse europee arriveranno agli Stati nazionali soltanto quando essi avranno indicato come le impiegheranno, in quali investimenti, aree e progetti.

Si arriverà così, nella migliore delle ipotesi, ad autunno inoltrato. Ma resta il problema di fondo, che l’Italia non ha una storia di successo nell’utilizzo dei fondi dell’Unione Europea, proprio per la sua incapacità progettuale. «Negli anni normali i soldi Ue tornano indietro, perché non si sa spenderli», ha osservato il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli. Così tra il momento dello stanziamento e quello del concreto impiego delle risorse potrà passare molto tempo ed inoltre le erogazioni saranno “spalmate” su progetti che potrebbero avere durate molto diverse tra loro, anche pluriennali.

Perciò, tra i tempi necessari per il raggiungimento dell’accordo politico in Consiglio europeo e quelli necessari per individuare i progetti nei quali impiegare i fondi a livello nazionale, è ben difficile che l’Italia riuscirà ad avere accesso a queste nuove risorse prima del 2021. Prima dovremo arrangiarci con gli altri strumenti a disposizione, come l’acquisto dei titoli di Stato da parte della Bce che indirettamente finanzieranno l’emissione del nuovo debito; oppure con i 37 miliardi del Mes, che sono già a disposizione, se si deciderà di utilizzarle; ma questo sarebbe un prestito da rimborsare, non un trasferimento a fondo perduto.



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