Un uomo molesta un altro uomo: arriva la condanna

28 Maggio 2020 | Autore:
Un uomo molesta un altro uomo: arriva la condanna

Avances erotiche ed ossessive ad una persona dello stesso sesso: il molestatore gli inviava ripetutamente su Facebook e WhatsApp foto e messaggi spinti.

Tartassare qualcuno con messaggi spinti tramite le chat di Facebook e di WhatsApp è reato e non cambia nulla se le proposte sono rivolte da un uomo a un altro uomo. Quando le avances diventano ossessive, sono accompagnate da foto a contenuto erotico e cercano di sollecitare incontri o conversazioni di argomento sessuale, se sono sgradite al destinatario diventano molestie e sono penalmente perseguibili.

Lo ha stabilito la Cassazione in una nuova sentenza [1] confermando la condanna del tribunale ad un uomo che aveva inviato ripetutamente, e per più di due anni, avances erotiche ad un altro uomo, tempestandolo di telefonate e messaggi sui social e in chat.

Gli strumenti preferiti per bersagliare la vittima erano Facebook e WhatsApp, attraverso cui il molestatore cercava di convincerla ad avere una relazione o ad avere sporadici incontri o almeno ad instaurare dialoghi di natura sessuale e scambi virtuali.

La prova necessaria per affermare la sua responsabilità come autore delle molestie è stata abbastanza facile da ottenere: è bastato avere riguardo agli elementi prodotti nel processo dalla vittima, tra cui «le fotografie inviate, aventi chiari riferimenti sessuali; il contenuto dei messaggi; il numero dei contatti» per far ritenere ai giudici dimostrata in maniera evidente «al di là di ogni possibile dubbio, la responsabilità dell’imputato, trasparendo dall’intero comportamento descritto l’intenzione di molestare e di coinvolgere il soggetto passivo in una relazione non voluta o in alcuni estemporanei incontri».

Così l’uomo è stato condannato per il reato di molestie alla pena di 200 euro di ammenda (la pena era stata ridotta di un terzo perché l’imputato aveva scelto il rito abbreviato) e al risarcimento dei danni, liquidati in 800 euro in favore della persona offesa, che nel processo si era costituita parte civile.

La Cassazione, nel confermare la condanna intervenuta nel precedente grado di giudizio, ha dichiarato inammissibile il ricorso dell’imputato e ha imposto a suo carico, oltre al pagamento delle spese processuali, anche il pagamento della somma di 3.000 euro in favore della cassa delle ammende.


note

[1] Cassazione, sez. I Penale, sent. n. 15835/20 del 26 maggio 2020.


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