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Fase 2: i giochetti di alcune Regioni sui dati

28 Maggio 2020
Fase 2: i giochetti di alcune Regioni sui dati

Il «ragionevole sospetto» è che si facciano pochi tamponi diagnostici per tenere bassi i numeri dei nuovi casi di contagi comunicati. Ma la Lombardia smentisce.

Il monitoraggio sui dati del Coronavirus non funziona come dovrebbe e nasce il sospetto che qualche Regione operi dei “giochettisui dati di tamponi e test effettuati agli abitanti del proprio territorio. Non truccando brutalmente i dati ma operando in maniera più sofisticata, tenendo basso il numero dei controlli in maniera da sottostimare i casi di contagio rispetto a quelli reali.

Sono informazioni fondamentali da tenere costantemente sotto controllo e che serviranno al Governo nei prossimi giorni a decidere sulle riaperture programmate dal 3 giugno, perciò è essenziale che debbano essere accurati e attendibili per tutte le regioni.

Adesso, non c’è più la conferenza stampa della Protezione civile che ci ha accompagnati nella Fase 1 del lockdown; rimane il bollettino quotidiano ad informarci sulla quantità di contagi, decessi, guariti e nuovi casi (leggi: dove trovare i dati sull’epidemia in Italia), ma sono le Regioni a raccogliere i dati e a comunicarli al ministero della Salute. E sono anche le stesse Regioni a decidere sulle misure, restrittive o ampliative, rispetto a quelle varate dal Governo, sempre sulla base dei propri dati.

Ma ora su questi aspetti il presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta, lancia un pesante sospetto: «È evidente che questa coincidenza di controllore e controllato può far sì che ci siano comportamenti di tipo opportunistico, come quello di effettuare meno tamponi diagnostici», dice oggi a 24 Mattino su Radio 24.

Il pensiero di Cartabellotta è chiaro: se si effettuano meno tamponi diagnostici, guardacaso si adultera l’indice Rt, il dato sull’attuale propagazione dei contagi, che è l’elemento principale in base al quale il Governo deciderà le prossime riaperture dei confini tra le regioni e la fine delle restrizioni agli spostamenti.

Così ci sarebbe qualche Regione che ha approfittato di questa possibilità di agire in maniera discrezionale sul numero di test da programmare ed effettuare ed altre che invece non hanno ceduto alla tentazione: tra queste ultime «le uniche due regioni che stanno facendo un’attività di testing massiccio sono Valle d’Aosta e provincia di Trento che dal 4 maggio stanno facendo circa 4.200 tamponi per 100mila abitanti. Un numero abbastanza consistente. Subito dopo ci sono Basilicata e Friuli che stanno a 2.200-2.300», spiega Cartabellota, che subito dopo passa ad occuparsi della “parte bassa” della classifica, dove «le regioni più colpite, Lombardia, Piemonte, Liguria, Emilia Romagna, stanno intorno ai 1.200-1.500 al giorno».

C’è un divario enorme tra queste regioni, stando ai dati rappresentati. Solo coincidenza? Per la fondazione Gimbe la risposta è no. La spiegazione del «ragionevole sospetto» sta nel fatto che fare pochi tamponi – sottolinea il presidente – «si riflette anche sul numero dei casi diagnosticati. Poi ci sono alcune regioni del sud come Puglia, Sicilia e Campania, che è vero che hanno pochi casi ma è anche vero che fanno un numero di tamponi per 100mila abitanti che si colloca tra i 250 e gli 800».

Per Cartabellota il concetto chiave è: «Il virus, per trovarlo lo devi cercare; se non lo cerchi non è certo che non ci sia». E specifica che parla di tamponi che egli definisce ‘diagnostici‘ «in maniera voluta, perché il numero totale dei tamponi comprende anche quelli di controllo che corrispondono a circa un terzo, quindi quando noi dobbiamo testare la reale volontà di una Regione di andare a cercare nuovi casi dobbiamo riferirci solo a quelli diagnostici sottraendo quelli di controllo».

Ecco allora spiegato il meccanismo: «se si fanno meno tamponi diagnostici, si trovano meno casi e si adultera anche il famoso indice Rt. Per esempio, nell’ultima valutazione di ieri ci siamo accorti che la Valle d’Aosta, che ha fatto un numero enorme di tamponi, adesso si trova con un indice Rt elevato. Il fatto di non avere previsto, nelle linee guida del governo, che ogni Regione dovesse dimostrare di effettuare un numero consistente di tamponi per la Fase 2, fa sì che ci siano questi elementi di confusione».

Da queste premesse, il presidente di Gimbe lancia l’accusa più pesante nei confronti della Regione Lombardia: nel suo intervento, interamente riportato dalla nostra agenzia stampa Adnkronos, rispondendo alla domanda se le Regioni italiane e la Lombardia in particolare ‘aggiustano‘ i dati per paura di un altro stop, Cartabellota afferma che «c’è il ragionevole sospetto che sia così, anche perché in Lombardia si sono verificate troppe stranezze in questi 3 mesi e temiamo che sarà l’ultima Regione ad uscire dalla tragedia».

Analizzando i dati, Cartabellota osserva che ci sono «soggetti dimessi che venivano comunicati come guariti», poi rileva «alternanze e ritardi nella comunicazione dei dati, cosa che poteva essere giustificata nella fase dell’emergenza quando c’erano moltissimi casi ma molto meno ora, eppure i riconteggi sono molto più frequenti in questa Fase 2».

Insomma, «è come se ci fosse una sorta di necessità di mantenere sotto un certo livello quello che è il numero dei casi diagnosticati». Ma «se si chiude troppo tardi e si vuole riaprire troppo presto, e si combinano anche dei magheggi sui numeri, allora è ovvio che la volontà politica non è quella di dominare l’epidemia ma è quella di ripartire al più presto con tutte le attività, e questo non lascia tranquilli», aggiunge.

Il presidente di Gimbe ritiene «evidente che i casi sommersi sono 10-20 volte quelli esistenti – e se non li vado a identificare, tracciare e isolare questi continuano a girare e contagiare». Così alla fine questo fenomeno diventa come «un cane che si morde la coda: da una parte non si vogliono fare troppi tamponi per evitare di mettere sul piatto troppi casi, dall’altro non identificando questi casi si alimenta il contagio».

Ma la Regione Lombardia reagisce immediatamente e respinge queste affermazioni, che giudica «gravissime, offensive e soprattutto non corrispondenti al vero» Nel comunicato, riportato sempre dall’Adnkronos, afferma che «in Lombardia fin dall’inizio della pandemia i dati vengono pubblicati in maniera trasparente e inviati alle Istituzioni e alle autorità sanitarie preposte. Nessuno, a partire dall’Istituto Superiore di Sanità, ha mai messo in dubbio la qualità del nostro lavoro che, anzi, proprio l’Iss ha sempre validato ritenendolo idoneo per rappresentare la situazione della nostra regione».

Ora la questione sarà approfondita: il capodelegazione Pd in Commissione sanità della Regione Lombardia ha preso atto che «la Fondazione Gimbe lancia un’accusa pesantissima su cui va fatta massima chiarezza» e, considerato che «i dati forniti quotidianamente dalla Regione sollevano molti dubbi e spesso hanno presentato anomalie» e c’è «il sospetto che la dimensione del contagio non venga correttamente rilevata», ha  chiesto «che il presidente di Gimbe venga ascoltato in Commissione sanità e che la Regione risponda alle accuse in modo convincente, altrimenti sarebbe di una gravità inaudita».



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