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Pagamento di debiti sociali? Bancarotta preferenziale per l’amministratore

6 Agosto 2014
Pagamento di debiti sociali? Bancarotta preferenziale per l’amministratore

Responsabilità penale in caso di permanente stato di insolvenza e successivo fallimento.

Il pagamento dei debiti sociali può configurare in capo agli amministratori responsabilità penali in caso di successiva dichiarazione di fallimento della società.

Fino a quando la società versi in un momentaneo stato di crisi e non in uno stato di insolvenza permanente che possa consentire a chi ne abbia interesse a far dichiarare il fallimento dell’impresa, il pagamento dei creditori sociali da parte degli amministratori rappresenta un atto dovuto e del tutto legittimo.

Al contrario, in caso di permanente stato di insolvenza e successivo fallimento della società, gli amministratori potrebbero essere chiamati a rispondere del reato di “bancarotta preferenziale” per il pagamento di debiti non assistiti da privilegio e finalizzato a favorire solo alcuni creditori a danno di altri. Pagamenti di debiti che, quindi, sarebbero leciti in assenza di una situazione aziendale compromessa, diventano penalmente rilevanti a seguito del manifestarsi dell’insolvenza.

Considerato, dunque, che il pagamento dei debiti dell’impresa costituisce un atto dovuto dagli amministratori, si potrebbe configurare in capo agli amministratori una responsabilità penale per bancarotta preferenziale solo in caso di stato di insolvenza e di successiva dichiarazione di fallimento della società e di pagamenti finalizzati a favorire creditori non privilegiati.

La bancarotta preferenziale si caratterizza rispetto alle altre figure di bancarotta (semplice e fraudolenta) per la violazione dell’interesse dei creditori alla distribuzione del patrimonio secondo le regole della par condicio.

La condotta può consistere innanzitutto nel pagamento in denaro o con altri mezzi di crediti non ancora scaduti o di crediti scaduti e, dunque, liquidi ed esigibili. Inoltre, si può realizzare anche nel caso di simulazione di titoli di prelazione idonea a produrre effetti giuridici, con la conseguenza che non potrà configurarsi come tale una semplice dichiarazione di fallimento della società senza la predisposizione di un titolo ideologicamente falso.

Ai fini della realizzazione di tale reato, dunque, è necessario il dolo specifico, consistente nella volontà di favorire alcuni dei creditori, accettando il rischio di verificazione di un danno per gli altri.

In proposito, i giudici della Corte Suprema [1] hanno avuto modo di affermare che il soggetto fallito non può invocare a proprio discarico la buona fede e, quindi, l’assenza di dolo, in presenza di una situazione societaria di dissesto, in epoca immediatamente prossima alla dichiarazione di fallimento, qualora “effettui pagamenti specificamente orientati in favore di un solo creditore e in danno degli altri”.

Infine, si fa rilevare che, secondo quanto disposto dalla legge fallimentare [2], è punito con la reclusione da uno a cinque anni l’amministratore della società fallita che, prima o durante la procedura fallimentare, a scopo di favorire, a danno dei creditori, taluno di essi, esegue pagamenti o simula titoli di prelazione.


note

[1] Cass. sent. n. 30308 del 24.07.2012.

[2] Art. 216, 3 co., L.F.


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