Passaporto sanitario: è incostituzionale?

28 Maggio 2020 | Autore:
Passaporto sanitario: è incostituzionale?

La Costituzione proibisce alle Regioni di limitare la libera circolazione dei cittadini, ma ammette le restrizioni agli spostamenti per motivi di sanità.

Fa discutere l’idea di alcune Regioni italiane – prima fra tutte la Sardegna ma forse anche la Sicilia – di introdurre un passaporto sanitario come condizione per l’ingresso nei loro territori: un documento che attesti la negatività al Covid-19, accertata mediante l’effettuazione di un tampone recente o di un test sierologico di validità riconosciuta.

«Chi viene in Sardegna deve avere un documento che attesti che ha effettuato un tampone molecolare, nei sette giorni precedenti allo sbarco, il cui esito è stato negativo», ha dichiarato il presidente della Regione Sardegna, Christian Solinas, ed è stato seguito dal governatore della Sicilia, Nello Musumeci, secondo cui «serve un filtro sanitario per i turisti» ed ha proposto di chiamare questo documento patente sanitaria, anziché passaporto.

L’iniziativa però non piace al Governo, che teme di vedersi sfuggire il controllo sulle autonomie regionali: consentendo questa possibilità, le prerogative statali risulterebbero fortemente indebolite e si creerebbero “fughe in avanti” con disomogeneità difficili da gestire ed uniformare. «L’ipotesi sarda e siciliana di un passaporto sanitario è ad oggi impraticabile, serve unitarietà su tutto il territorio nazionale», ha dichiarato il viceministro della Salute, Pierpaolo Sileri.

Ma non è solo una questione di opportunità politica che riguarda i rapporti di forza tra Stato e Regioni e neppure di valutazioni economiche, come quella della convenienza che si avrebbe nell’incentivare o restringere il turismo, privilegiando o sfavorendo la popolazione residente nelle Regioni interessate, perché innanzitutto si pone il problema di stabilire se il passaporto sanitario sia legittimo o meno in base alle norme costituzionali.

Oggi il ministro per gli Affari regionali, Francesco Boccia, è intervenuto in Commissione parlamentare sull’autonomia differenziata regionale ed ha affermato chiaramente che «le Regioni non possono limitare la libera circolazione delle persone, dei mezzi e delle cose sul territorio nazionale, che è garantita dalla Costituzione».

Perciò esse non possono neppure richiedere ai turisti in arrivo l’esibizione di un passaporto sanitario «per la semplice motivazione che in Italia il passaporto sanitario non esiste, altrimenti lo avremmo già tutti in tasca assieme alla carta di identità», ha detto il ministro.

Il cardine di questa ferma posizione sta nell’articolo 120 della Costituzione, in base al quale nessuna Regione può adottare provvedimenti che ostacolino in qualsiasi modo la libera circolazione delle persone e delle cose tra le Regioni.

Ma a ben vedere questo divieto di limitazione della circolazione non è assoluto, perché potrebbe cedere il passo di fronte ad altri interessi costituzionalmente garantiti e che in un determinato momento storico – proprio come quello dell’attuale pandemia – vengano ritenuti preminenti rispetto a quello della libertà di movimento: primo fra tutti, il diritto alla salute, che ha valore primario ed anzi – come dispone l’art. 32 della Carta costituzionale – costituisce un «fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività», che la Repubblica deve tutelare.

Tant’è che proprio in tempi recenti, durante la fase acuta dell’emergenza sanitaria Coronavirus, le limitazioni agli spostamenti sul territorio nazionale sono state stabilite per Decreto e queste restrizioni alla libertà di circolazione sono state ritenute costituzionali.

Infatti i «motivi di sanità» rientrano, a norma dell’art.16 della Costituzione, tra quelli che autorizzano le limitazioni alla normale libertà di circolazione e di soggiorno dei cittadini sul territorio nazionale e a tutt’oggi, come ben sappiamo, nell’attuale Fase 2 è ancora impedito, almeno fino al 3 giugno, lo spostamento tra una Regione e l’altra salvo che per comprovate esigenze lavorative, motivi di salute o situazioni di assoluta necessità.

Vero è, però, che queste limitazioni sono state stabilite da una normativa nazionale – un Decreto legge ed i successivi Dpcm che su di esso si innestano – e non dalle legislazioni regionali, che hanno solo la facoltà di integrarla con le proprie regole ulteriori, ampliative o anche restrittive, ma sempre muovendosi nell’ambito delle direttive emanate dallo Stato e rispettando il dettato costituzionale.

Ora, in vista delle ripartenze programmata a partire dal 3 giugno, con la prevista eliminazione delle barriere agli spostamenti oltre i confini regionali, sarebbe opportuno stabilire il quadro con delle norme uniformi, magari concordate nella Conferenza tra Stato e Regioni e con il contributo degli esperti in materia sanitaria, ma evitando frammentazioni che creano incertezze e divisioni territoriali («chiediamo che non ci trattino da untori», ha detto il sindaco di Milano, Beppe Sala, entrando in polemica con i governatori di Sicilia e Sardegna).

Tanto più che a livello di Unione Europea e dei Paesi appartenenti all’area Schengen non sono stabilite limitazioni o condizioni particolari per gli stranieri che, dal mese di giugno, potranno tornare a far ingresso in Italia per soggiorni turistici o altri motivi e sarebbe perciò irragionevole imporli agli italiani che provengono da una Regione diversa.

Per approfondire questi problemi di costituzionalità delle limitazioni di qualsiasi genere alle libertà di circolazione e di movimento delle persone leggi anche gli articoli:



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