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Coronavirus: perché i prestiti non vanno al Sud

28 Maggio 2020
Coronavirus: perché i prestiti non vanno al Sud

Le imprese del Mezzogiorno sono penalizzate dalle banche nell’erogazione dei finanziamenti? Le ragioni del divario secondo le analisi dell’Abi e della Fabi.

Cresce la richiesta dei prestiti garantiti dallo Stato da parte delle imprese italiane. Ad oggi, secondo quanto riporta l’Abi, Associazione Bancaria Italiana, le domande inviate dalle banche al Fondo di garanzia hanno superato le 413 mila, per oltre 19 miliardi di finanziamenti richiesti, con un incremento di un miliardo rispetto al giorno prima.

Molte domande si concentrano nel settore dei microprestiti, quelli fino a 25mila euro, dove «le domande pervenute sono divenute quasi 374 mila per 7,7 miliardi richiesti», scrive l’Abi in una nota riportata dall’agenzia stampa Adnkronos, sottolineando che «la tendenza continuerà a svilupparsi».

Ma in questa richiesta di prestiti emerge a livello numerico un forte divario tra il Nord e il Sud d’Italia: l’Abi ha analizzato il fenomeno ed ha riscontrato, invece, una «forte correlazione» tra la distribuzione territoriale delle domande di finanziamento fino a 25mila euro garantiti al 100% e la loro potenziale domanda, che può essere approssimata dalla distribuzione regionale del numero di partite Iva, secondo le statistiche pubblicate dall’Agenzia delle entrate.

L’associazione osserva che «se si confronta la distribuzione regionale delle partite Iva con la distribuzione regionale delle domande di prestiti garantiti risulta una quasi perfetta correlazione», vale a dire che c’è una corrispondenza tra le zone con maggior densità di imprese e la maggior richiesta di prestiti e viceversa.

Ma i dati territoriali evidenziano anche la differenza tra le domande sulla base dei minori o maggior effetti del Covid-19: qui emerge che in alcuni territori risultano meno domande rispetto al potenziale (sono i casi di Bolzano e di Trento, come anche della Sicilia e della Campania) mentre la Lombardia e le regioni della fascia adriatica e la Lombardia «domandano maggiormente».

Ad esempio, si legge nelle tabelle della ricerca, la Lombardia rappresenta il 20,74% del totale dei prestiti richiesti e nella regione la percentuale di distribuzione delle partite Iva in Italia è pari al 17,01%. Un’evidenza che emerge anche con il Lazio, dove ci sono il 9,38% di richieste ed il 9,85% di partite Iva, e si manifesta in termini corrispondenti in tutta la ‘classifica’, fino al fanalino di coda, la Valle d’Aosta, che ha lo 0,17% dei prestiti e lo 0,25% di partite Iva.

La lettura dei dati fatta dall’Abi viene però contestata dalla Fabi, la Federazione autonoma dei bancari italiani. «Abi sostiene che ci sia una ‘quasi perfetta correlazione’ tra domande di prestiti e distribuzione territoriale delle partite Iva: in realtà, dalla stessa tabella diffusa dall’Abi emerge che in sette regioni (tre delle quali proprio al Nord, come Lombardia, Emilia-Romagna, Piemonte) c’è uno scostamento significativo pari a ben 9,45 punti percentuali tra prestiti e territorio», commenta la responsabile Analisi e ricerche della Fabi, Elisabetta Mercaldo.

Inoltre – prosegue Mercaldo – «L’analisi appena diffusa dall’Abi è limitata ai prestiti fino a 25mila euro, mentre quella della Fabi prende in considerazione anche quelli fino a 800mila euro; il ragionamento dell’Abi è circoscritto alle sole partite Iva, mentre quello della Fabi riguarda anche le pmi; l’eventuale confronto, pertanto, non sarebbe omogeneo».

Non solo, perché – continua la Federazione – «Abi giustifica le maggiori richieste di prestiti garantiti dallo Stato con l’emergenza Covid, tralasciando il fatto che la chiusura, a partire dall’11 marzo, ha interessato indistintamente tutto il Paese: bar e negozi hanno chiuso a Milano e Reggio Calabria, a Torino e a Bari».

Così, secondo la Fabi, la realtà è un’altra e «da questo punto di vista, varrebbe, semmai, il ragionamento opposto: in Lombardia e in altre regioni del Nord – dice ancora – sono presenti attività produttive e una quota di queste è rimasta attiva, probabilmente andando incontro a meno problemi di tipo economico, anche per quanto riguarda la durata».

Ecco perché il problema affligge maggiormente il meridione: «nelle regioni del Centro e del Sud, invece, l’economia si regge quasi interamente su settori che sono stati costretti alla chiusura, ristorazione, turismo, servizi: ne consegue che le difficoltà maggiori potrebbero essere state accusate proprio lì dove, oggi, alcune banche non favoriscono l’erogazione di questi prestiti», conclude Mercaldo.

La spiegazione della scarsa propensione delle banche ad erogare prestiti alle partite Iva e imprese meridionali in questo periodo arriva dal segretario generale della Fabi, Lando Maria Sileoni, secondo cui non c’è proporzione tra l’ammontare dei prestiti e il numero di partite Iva e Pmi, perché da parte di alcuni istituti c’è molta attenzione verso i territori settentrionali»; al contrario – afferma Sileoni – «alcune banche, per loro convenienze, stanno penalizzando determinati territori e ne stanno favorendo altri: il risultato è che in specifiche aree del Paese, soprattutto del Sud, si sta allargando il rischio usura per le imprese, perché chi non ottiene finanziamenti in banca finisce molto probabilmente in mano alla criminalità organizzata».



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