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Covid, Bankitalia: crisi senza precedenti nella storia

29 Maggio 2020 | Autore:
Covid, Bankitalia: crisi senza precedenti nella storia

Il governatore Ignazio Visco: si rischia un calo di 13 punti del Pil. «Ma ci sono le risorse per ripartire, il Paese ha i suoi punti di forza».

Mai così male. A memoria d’uomo nessuno si ricorda una crisi del genere. E il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, lo dice senza mezzi termini: «Quella del coronavirus è una crisi senza precedenti nella storia recente, che mette a dura prova l’organizzazione e la tenuta dell’economia e della società». Ma non bisogna perdere la speranza, anzi non si deve perdere la speranza, sottolinea con fermezza Visco nelle sue considerazioni finali alla relazione annuale di Bankitalia. Non ci si può permettere di scoraggiarci nonostante le difficoltà economiche, il forte debito pubblico o la disoccupazione: l’Italia, aggiunge Visco, ha le risorse per ripartire e con lei l’Europa.

Il governatore ha parlato a Palazzo Koch davanti ad una platea ridotta rispetto al solito, viste le circostanze, in cui, però, spiccava la presenza dell’ex presidente della Bce e della stessa Bankitalia, Mario Draghi. Nel suo discorso, Visco ha tracciato un quadro che definire desolante sarebbe riduttivo: «Nel primo trimestre il Pil in Italia ha registrato una flessione dell’ordine del 5%. Gli indicatori disponibili ne segnalano una caduta ancora più marcata nel secondo. Le stime citate da Bankitalia — che presenterà le sue previsioni il 5 giugno — sono di un Pil dell’intero 2020 che crolla del 9% nello scenario base, e che precipiterebbe al -13% nelle ipotesi più negative, anche se non estreme». Numeri che dipendono da quanto ci vorrà per tornare alla normalità e dall’andamento del settore turistico che – ha ricordato Visco – incide per il 5% del Pil e per il 6% dell’occupazione.

E questo è il lato peggiore della crisi. Preoccupa, ma non fa disperare secondo il governatore di Bankitalia, il debito pubblico: «La sua sostenibilità non è in discussione», osserva. Anche se – aggiunge Visco – «il suo elevato livello in rapporto al prodotto è alimentato dal basso potenziale di crescita del Paese e al tempo stesso ne frena l’aumento».

Spostandosi verso gli aspetti che devono sperare in una ripresa, il governatore valuta le misure di politica monetaria della Banca centrale europea come un intervento «senza precedenti» ed esorta ad evitare la deflazione con qualsiasi strumento possibile. «Vi è la necessità — incalza Visco — di contrastare il rischio, rilevante, che la marcata caduta dell’attività economica e la bassa inflazione osservata si traducano in una riduzione permanente di quella attesa o in un possibile riemergere della minaccia di deflazione».

Il governatore ritiene che l’azione del Governo durante l’emergenza sia stata «appropriata», perché volta a garantire liquidità alle imprese. Ora – suggerisce il numero uno di Bankitalia – l’Italia come gli altri Paesi dell’Ue deve essere in grado di sfruttare bene le risorse messe a disposizione dall’Europa, e meglio di quanto è stato fatto negli anni passati.

Cosa bisogna fare per ripartire, secondo la Banca d’Italia? Gli ingredienti principali della ricetta di Visco sono le risorse del Paese: «La posizione netta sull’estero dell’Italia ha raggiunto un sostanziale equilibrio. Le condizioni finanziarie delle banche e delle imprese sono migliori oggi che nel 2007. La ricchezza netta, reale e finanziaria, delle famiglie italiane è elevata: 8,1 volte il reddito disponibile contro 7,3 nella media dell’area dell’euro». Questi sono i punti di forza, secondo Visco, sui quali lavorare.

Poi, «per riportare la dinamica del prodotto intorno all’1,5% (il valore medio annuo registrato nei dieci anni precedenti la crisi finanziaria globale) servirà un incremento medio della produttività del lavoro di poco meno di un punto percentuale all’anno. Questo obiettivo richiede un forte aumento dell’accumulazione di capitale, fisico e immateriale, e una crescita dell’efficienza produttiva non dissimile da quella osservata negli altri principali paesi europei». Ma serve «una rottura rispetto all’esperienza storica più recente, richiede che vengano sciolti quei nodi strutturali che per troppo tempo non siamo stati capaci di allentare e che hanno assunto un peso crescente nel nuovo contesto tecnologico e di integrazione internazionale».



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