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Coronavirus, ipotesi partite di calcio a porte chiuse

29 Maggio 2020
Coronavirus, ipotesi partite di calcio a porte chiuse

Secondo uno studio, dovrebbero svolgersi in questa modalità per evitare assembramenti.

Il futuro del calcio è a porte chiuse? Per gli studiosi, almeno finché la minaccia Coronavirus incombe, dovrebbe. È lo scenario avanzato dalla ricerca condotta da un’équipe italiano-inglese, che ha riguardato le più adeguate modalità di ripartenza degli eventi sportivi, calcistici in particolare; ce ne parla l’agenzia di stampa Adnkronos. È stato pubblicato sulla piattaforma online Frontieres e firmato anche da Walter Ricciardi, consulente del ministero della Salute e professore ordinario d’Igiene e medicina preventiva all’Università Cattolica di Roma. L’approfondimento è a cura di Cattolica e London School of Hygiene and Tropical Medicine.

I ricercatori ritengono che “tutte le partite di calcio dovrebbero svolgersi a porte chiuse, prestando particolare attenzione ai raduni o a luoghi affollati che potrebbero potenzialmente verificarsi nelle immediate vicinanze degli stadi”. Se questo non sarà possibile “dovrebbe essere reso obbligatorio l’uso della mascherina per gli spettatori” e inoltre dovrebbe essere “intensificata la sorveglianza dei tifosi che partecipano a questi eventi di massa per conoscere meglio le dinamiche di trasmissione del Covid-19 e supportare il monitoraggio e il contenimento delle infezioni”.

Le indicazioni vengono ricavate prendendo a esempio Bergamo, una delle città più colpite dalla pandemia Covid-19, e la partita di Uefa Champions League che si disputò il 19 febbraio allo stadio San Siro di Milano tra l’Atalanta, la squadra di Bergamo, e il Valencia.

“Furono venduti 45.792 biglietti, circa il 95% (43.500 persone) acquistarono il tagliando in Italia, solo il 5% (2.500) in Spagna”, ricorda lo studio. Un evento come questo in un momento in cui l’epidemia prendeva piede in Italia “offre molte opportunità di contatti tra le persone, non solo nello stadio, ma nel trasporto pubblico verso lo stadio, nei bar e in luoghi simili prima e dopo il match – evidenziano i ricercatori -. Un evento affollato da tanti tifosi bergamaschi vista l’importanza della partita: sarebbe stato impossibile mantenere il distanziamento sociale, anche se fosse stato tentato”.

“Molti di coloro che hanno viaggiato da Bergamo verso Milano – osservano i ricercatori – si sono probabilmente riuniti a casa e nei bar con amici e familiari per assistere alla partita. Ciò ha creato un’opportunità abbastanza eccezionale per i residenti di Bergamo di riunirsi subito dopo che il primo caso era stato segnalato in Lombardia e quando, quasi certamente, c’era un numero significativo di persone che erano contagiose sebbene asintomatiche“.

Secondo lo studio, non è stata la partita in sé ad essere la miccia dei contagi: “La riunione di migliaia di persone sui mezzi di trasporto, nei bar e nei club, potrebbe aver avuto un ruolo importante nella diffusione della malattia a livello locale e regionale, probabilmente con un impatto maggiore rispetto alla partita allo stadio”.

Su questo punto, però, servono “maggiori approfondimenti scientifici – osservano gli autori – perché la trasmissione di agenti infettivi nell’aria durante eventi sportivi è sostanzialmente sottovalutata. Serve un intenso sforzo di ricerca per comprendere molto meglio l’interazione tra le persone e, potenzialmente, dei virus che si può verificare in queste circostanze, prima, durante e dopo le partite”.



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