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Risarcimento del danno da ritardato pensionamento

13 Giugno 2020
Risarcimento del danno da ritardato pensionamento

Ho chiesto la ricongiunzione dei contributi Inps e ex Inpdap presso Inarcassa. L’Inps, nonostante ripetuti solleciti, non ha rispettato il termine di 90 giorni previsto dall’art.4, comma 1, della Legge 45/90 causandomi il mancato godimento di almeno un anno di pensione. Posso chiedere il risarcimento?

La legge n. 45/1990 prevede la possibilità, per il libero professionista che sia stato iscritto a forme obbligatorie di previdenza per lavoratori dipendenti, pubblici o privati, o per lavoratori autonomi, di chiedere la ricongiunzione di tutti i periodi di contribuzione presso le medesime forme previdenziali, nella gestione cui risulta iscritto in qualità di libero professionista.

È pur vero che l’art. 4 della medesima legge prevede termini precisi entro i quali la procedura deve essere completata, con i relativi adempimenti degli enti (gestione debitrice – presso la quale si intende accentrare la posizione assicurativa – e altre gestioni interessate). Tuttavia, l’unico ritardo “sanzionato” dal legislatore è quello relativo al trasferimento delle somme (da effettuarsi entro sessanta giorni dalla data della richiesta). L’ultimo comma dell’art. 4 prevede, infatti, che in caso di ritardato trasferimento la gestione debitrice è tenuta alla corresponsione, in aggiunta agli importi dovuti, di un interesse annuo al tasso del 6 per cento a decorrere dal sessantunesimo giorno successivo alla data della richiesta.

Nel caso di specie, il ritardo è addebitabile alla gestione Inps che non avrebbe comunicato, nel termine di legge, gli elementi necessari o utili per la costituzione della posizione assicurativa e la determinazione dell’onere di riscatto. In tal caso il cosiddetto “danno da ritardato pensionamento” non è in re ipsa, cioè non è automaticamente riconosciuto per il solo fatto della violazione dei termini procedurali, ma deve essere dimostrato dal soggetto interessato.

In altri termini, se il lettore vuole ottenere il risarcimento del danno da ritardato pensionamento, deve essere in grado di dimostrare al giudice che il ritardo nella procedura, addebitabile ad inerzia e/o inefficienza dell’Inps, ha causato un danno patrimoniale (per esempio, costringendo a protrarre l’attività lavorativa e a sostenere determinati costi) e un danno non patrimoniale, inteso come pregiudizio alla qualità della vita e lesione del benessere psicofisico. I suddetti danni devono essere quantificati e provati, altrimenti si rischia il rigetto della domanda risarcitoria.

Difatti, secondo l’orientamento della Cassazione, ribadito da ultimo con la recentissima sentenza n. 4886/2020: “Il danno da ritardato pensionamento rientra nella categoria unitaria del danno non patrimoniale, potendo poi essere specificato nella sua accezione di danno esistenziale (quando il lavoratore non ha potuto realizzare se stesso nella propria scelta di vita legata alla volontà di andare in pensione) e/o di danno biologico (quando il pregiudizio è consistito in una vera e propria lesione dello stato di salute e benessere psico-fisico). Incombe però sul lavoratore, dimostrare, oltre alla colpa dell’istituto previdenziale, che il ritardato pensionamento ha provocato un danno, non potendosi configurare secondo i principi del nostro ordinamento giuridico, di un danno risarcibile in re ipsa in ragione degli imprescindibili oneri di allegazione e di prova che gravano sul soggetto che vanti pretese risarcitorie, come già chiarito dalle Sezioni Unite con la pronuncia n. 26972/08 sopra richiamato e dai successivi arresti conformi”.

Premesso quanto sopra, si consiglia di azionare la tutela giurisdizionale, incardinando la causa di risarcimento danni dinanzi al giudice ordinario, solo qualora si abbia la possibilità di dimostrare, con prove documentali e testimoniali, un danno effettivo discendente dal ritardato pensionamento.

Articolo tratto da una consulenza dell’avv. Maria Monteleone



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