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Segnalazione versamento contanti

3 Giugno 2020
Segnalazione versamento contanti

Versamenti ingiustificati sul conto corrente bancario e postale: quali rischi e sanzioni da parte del fisco? 

Depositare contanti in banca è un’operazione tanto semplice quanto rischiosa. L’operazione, infatti, appare sui computer dell’Agenzia delle Entrate e, di lì, il rischio di un successivo accertamento è tutt’altro che remoto. 

Chi ha accumulato a casa il denaro frutto di regali e di risparmi, chi lo ha ereditato da un parente che, prima di morire, aveva fatto del nero dovrà quindi stare attento all’uso che fa di questi soldi. 

Il rischio di una segnalazione per versamento contanti sul conto corrente scatta tutte le volte in cui la somma depositata in banca non trova menzione nella dichiarazione dei redditi o quando il correntista non ha la possibilità di dimostrare la provenienza del denaro. In questi casi, infatti, il fisco è autorizzato, per legge, a sospettare che il denaro sia frutto di “nero”; scatta così un accertamento fiscale per evasione. Questa è una delle poche volte in cui, davanti al sospetto, l’Agenzia delle Entrate, anziché chiamare prima il contribuente dinanzi all’ufficio per fornire spiegazioni, gli comunica direttamente l’atto impositivo. 

Ma da chi parte la segnalazione per versamento contanti e a partire da quali cifre si rischia? Cerchiamo di fare una breve ricognizione della materia.

Perché versare contanti sul conto corrente è pericoloso?

Partiamo da una norma che non tutti conoscono: è l’articolo 32 del Testo unico sulle imposte sui redditi [1]. Questa disposizione attribuisce all’Agenzia delle Entrate il potere di ritenere che tutti i versamenti di contanti sul conto corrente bancario costituiscono reddito imponibile (quindi, ad esempio, proventi di attività lavorativa) e, come tale, tassabile. 

Per il contribuente che versa contanti in banca si aprono quindi due alternative: o indica la somma sulla propria dichiarazione dei redditi e se la fa tassare insieme a tutti gli altri redditi oppure dimostra che si tratta di un reddito non tassabile perché esente o già tassato da chi lo ha erogato (pertanto, percepito al netto delle imposte). 

Insomma, in mancanza di prova contraria – prova che deve fornire il correntista – il fisco può presumere che tutti i soldi depositati sul conto corrente siano frutto di evasione fiscale se non riportati nel 730. E ciò vale per “buoni” e “cattivi”: sia, infatti, che l’importo riguardi una vendita in nero, un lavoro non dichiarato, i regali ricevuti dalla nonna o i contanti ottenuti in eredità da un parente che li aveva accumulati sotto il materasso, versare contanti in banca pone sempre dinanzi al rischio di un accertamento fiscale.

Come avviene l’accertamento fiscale per contanti depositati in banca?

A differenza di tante altre modalità di accertamento fiscale che, prima dell’atto definitivo, presuppongono un confronto dinanzi all’ufficio tra il funzionario dell’Agenzia delle Entrate e il contribuente, in tale caso a quest’ultimo non viene data prima la possibilità di difendersi e dimostrare la correttezza del proprio operato. Il fisco, infatti, gli notifica direttamente un accertamento dinanzi al quale spetterà all’interessato avviare la contestazione dinanzi al giudice o all’ufficio medesimo, sovvertendo così l’iniziativa processuale e l’onere della prova.

Ma come fa l’Agenzia delle Entrate a sapere dei versamenti in banca fatti dai cittadini? La segnalazione dei versamenti di contanti viene fatta dalla stessa banca che comunica, annualmente, all’ufficio delle imposte, tutti i rapporti che ha in essere con i propri clienti (conti, depositi, libretti, cassette di sicurezza, gestione titoli, ecc.). In particolare, questi dati vengono inviati in un grande database, il cosiddetto Registro dei rapporti finanziari che è una sezione dell’Anagrafe tributaria. È anche chiamato “Anagrafe dei conti correnti”. In esso, finiscono quindi anche le movimentazioni in entrata (bonifici, versamenti) e in uscita (pagamenti, prelievi), nonché il saldaconto. 

Una volta che l’Agenzia delle Entrate si accorge di un versamento di contanti in banca, verifica immediatamente se il contribuente ha indicato il ricevimento di tale denaro nella propria dichiarazione dei redditi. In caso positivo, la verifica si chiude qui senza conseguenze. In caso negativo, invece, l’ufficio notifica un atto impositivo, ossia un accertamento: in esso, dopo aver imputato tale somma a “reddito”, viene intimato il versamento delle imposte evase e delle relative sanzioni. 

Come difendersi da un accertamento per deposito di contanti sul conto corrente?

Come abbiamo anticipato, una volta ricevuto l’accertamento, spetta al contribuente difendersi. Ma come? Egli deve dar prova che tali somme non andavano riportate nel 730. E ciò o perché erano da ritenersi esenti da tassazione o perché sono state percepite già al netto della tassazione (avvenuta alla fonte). 

Nel primo caso (redditi esenti) spetterà dimostrare che i contanti derivano da una donazione, da un risarcimento, dalla vendita di un oggetto usato o da qualsiasi altro provente che, per legge, non deve essere tassato. 

Nel secondo caso (redditi già tassati alla fonte) bisognerà invece provare che l’importo è stato già percepito al netto delle imposte: si pensi a una vincita al gioco, alle scommesse, ai risarcimenti per perdita di reddito, ecc.

Tutte queste prove vanno fornite in forma scritta e con una data certa. Questo esclude, quindi, la possibilità di fornire giustificazioni attraverso semplici testimonianze o, tantomeno, con le dichiarazioni dello stesso contribuente.

A partire da quale cifra si rischia un accertamento?

La legge non dice a partire da quale cifra scatta l’accertamento sui contatti depositati in banca ma è verosimile che l’ufficio si muova solo per importi di una certa rilevanza, non certo per poche decine di euro, ma neanche necessariamente per decine di migliaia.

Approfondimenti

Per maggiori informazioni leggi:


note

[1] Art. 32, co. 1, numero 2) Dpr 600/1973.

Autore immagine: it.depositphotos.com


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