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Divisione pensione reversibilità: chi citare in causa?

3 Giugno 2020
Divisione pensione reversibilità: chi citare in causa?

Giudizio per la ripartizione della reversibilità tra prima e seconda moglie: l’Inps è litisconsorte necessario?

Abbiamo spesso parlato, nelle pagine di questo giornale, dei criteri che devono presiedere alla divisione della pensione di reversibilità tra l’ex moglie del defunto e quella invece successiva. La Cassazione ha spiegato che, in tali casi, seppure la quota viene spesso fissata rispettivamente nella misura del 40% e 60%, bisogna tenere conto di una serie di circostanze come, ad esempio, la durata dei due matrimoni e della convivenza. Indicheremo, al termine di questo articolo, i link con tutti i precedenti e le guide che abbiamo scritto in merito a tale spinoso argomento.

Di recente, la Suprema Corte si è occupata di un altro aspetto collegato alla reversibilità, questa volta di carattere processuale e non sostanziale: a chi spetta la legittimazione passiva nel giudizio? In altri termini, in caso di divisione della pensione di reversibilità, chi citare in causa? Il dubbio si è posto in merito alla necessità di citare anche l’Inps oltre, ovviamente, ai due coniugi contendenti. Ecco qual è il pensiero della Corte.

Legittimazione passiva nella causa di ripartizione della reversibilità

Secondo i giudici supremi, la causa tra l’ex coniuge e il coniuge superstite per l’accertamento della ripartizione del trattamento di reversibilità deve necessariamente svolgersi in contraddittorio con l’Inps. 

La ragione su cui si basa la legittimazione passiva dell’Inps è presto spiegata. Il coniuge divorziato, al pari di quello superstite, è titolare di un autonomo diritto di natura previdenziale nei confronti dell’Inps. Dunque, l’accertamento che il giudice è chiamato a fare concerne i presupposti affinché l’ente di previdenza assuma un’obbligazione autonoma, anche se nell’ambito di una erogazione già dovuta, nei confronti di un ulteriore soggetto (il coniuge divorziato).  

Dunque, se l’avvocato della parte ricorrente non cita anche l’Inps, il tribunale deve dichiarare il difetto di contraddittorio, alla luce della mancata partecipazione al giudizio proprio dell’ente di previdenza. 

A tal proposito, i giudici ribadiscono che «la controversia tra l’ex coniuge e il coniuge superstite per l’accertamento della ripartizione del trattamento di reversibilità deve necessariamente svolgersi in contraddittorio con l’ente erogatore atteso che, essendo il coniuge divorziato, al pari di quello superstite, titolare di un autonomo diritto di natura previdenziale, l’accertamento concerne i presupposti affinché l’ente assuma un’obbligazione autonoma, anche se nell’ambito di una erogazione già dovuta, nei confronti di un ulteriore soggetto».

Infatti, prosegue la Cassazione, in presenza di un coniuge superstite avente i requisiti per fruire della pensione di reversibilità, il diritto del coniuge divorziato ad una quota del trattamento di reversibilità dell’ex coniuge deceduto non costituisce soltanto un diritto vantato nei confronti del coniuge superstite ma costituisce un autonomo diritto di natura previdenziale.

Pertanto, essendo il coniuge divorziato titolare, al pari di quello superstite, di un proprio autonomo diritto di natura previdenziale, anche la controversia instaurata al limitato fine di ottenere l’accertamento della sussistenza dei presupposti per il riconoscimento di tale diritto deve svolgersi in contraddittorio con l’ente erogatore. Infatti, la lite non può mai configurarsi solo come una questione tra ex coniuge e coniuge superstite, non essendo indifferente per l’ente erogatore che si accerti la sussistenza dei presupposti di un diritto previdenziale azionato nei suoi confronti, e, quindi, la sussistenza dei presupposti perché l’ente assuma, nei confronti di un ulteriore soggetto, un’obbligazione previdenziale autonoma, ancorché nell’ambito di una erogazione già dovuta (ma ad un unico soggetto).

Posto che il difetto del contraddittorio è rilevabile in ogni stato e grado del processo, ove emerga solo in Cassazione una violazione delle norme sul litisconsorzio necessario non rilevata dal giudice di primo grado né da quello d’Appello, la Corte Suprema dispone l’annullamento delle pronunce emesse a contraddittorio non integro, con rinvio della causa al primo giudice.

Approfondimenti su divisione pensione di reversibilità

Per maggiori informazioni leggi:


Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 3 marzo – 22 maggio 2020, n. 9493 

Presidente Manna – Relatore D’Antonio

Fatti di causa:

1. La Corte d’appello di Catanzaro ha confermato la sentenza del Tribunale di Paola che aveva determinato nella misura del 50% la quota di pensione di reversibilità da corrispondersi a C.M.A. , coniuge divorziato di Ca.Gi. , deceduto nel (…) e coniugato in seconde nozze con Co.Ro. .

La Corte ha rilevato che la ripartizione della pensione riversibilità tra il coniuge divorziato, titolare di assegno divorzile, e il coniuge superstite, era regolata dalla L. n. 898 del 1970, art. 9, comma 3, sulla base del criterio della durata del rapporto matrimoniale, salvo i necessari correttivi ispirati ad equità; che nella specie la C. era stata sposata per circa 14 anni e godeva di assegno divorzile di Lire 200.000 per sé ed i figli e la Co. per 26 anni; che la C. era titolare di trattamento pensionistico di Euro 402,00 mentre la Co. godeva di redditi imponibili per Euro 55.000,00, ed era titolare di quote di immobili lasciati in eredità dal Ca. .

La Corte ha rilevato che non era necessario dimostrare la reale percezione dell’assegno divorzile; che la mancanza di nuove nozze era provata da documentazione e comunque era stata contestata solo in appello.

Secondo la Corte era equa la determinazione della quota nella misura del 50% correggendo, in tal modo, il criterio prioritario della durata del vincolo; che infatti, dalla documentazione emergeva una netta sproporzione delle rispettive condizioni economiche; che circa la misura esigua dell’assegno divorzile di sole Lire 200.000 doveva tenersi conto che era stato adottato nel 1978 e che la quota di pensione netta, come determinata dal tribunale, risultava di Euro 700,00, non sproporzionata rispetto all’assegno divorzile essendo la somma di Lire 200.000, pari a circa Euro 718,00 attuali.

2.Avverso la sentenza ricorre la Co. con due motivi. Resiste la C. con controricorso e poi memoria ex art. 378 c.p.c..

Ragioni della decisione

3. In via prioritaria questa Corte rileva d’ufficio il difetto di contraddittorio attesa la mancata partecipazione al giudizio dell’Inps.

4. Va condiviso, infatti, e data continuità al principio affermato da questa Corte secondo cui “la controversia tra l’”ex” coniuge e il coniuge superstite per l’accertamento della ripartizione – ai sensi della L. n. 898 del 1970, art. 9, comma 3, come sostituito dalla L. n. 74 del 1987, art6. 13 – del trattamento di reversibilità deve necessariamente svolgersi in contraddittorio con l’ente erogatore atteso che, essendo il coniuge divorziato, al pari di quello superstite, titolare di un autonomo diritto di natura previdenziale, l’accertamento concerne i presupposti affinché l’ente assuma un’obbligazione autonoma, anche se nell’ambito di una erogazione già dovuta, nei confronti di un ulteriore soggetto (cfr Cass. 15111/2005, n 25220/2009, n 8266/2020).

5. Si è, in particolare, sostenuto (cfr Cass. n 15111 citata) che “Come affermato dalle S.U. di questa Corte con sentenza n. 159 del 1998, in presenza di un coniuge superstite avente i requisiti per fruire della pensione di reversibilità, il diritto del coniuge divorziato ad una quota del trattamento di reversibilità dell’ex coniuge deceduto non costituisce soltanto un diritto vantato nei confronti del coniuge superstite (avente, in quanto tale, natura e funzione del precedente assegno di divorzio), ma costituisce un autonomo diritto di natura previdenziale che l’ordinamento attribuisce al coniuge superstite, con la sola peculiarità che tale diritto è limitato quantitativamente dell’omologo diritto spettante al coniuge superstite.

Pertanto, essendo il coniuge divorziato titolare, al pari di quello superstite, di un proprio autonomo diritto di natura previdenziale, anche la controversia instaurata al limitato fine di ottenere l’accertamento della sussistenza dei presupposti per il riconoscimento di tale diritto deve svolgersi in contraddittorio con l’ente erogatore, giacché pure se si controverte solo in ordine alla spettanza pro quota di un trattamento di reversibilità (già riconosciuto e del quale non viene in discussione l’ammontare complessivo), la lite non può mai configurarsi solo come una questione tra ex coniuge e coniuge superstite, non essendo indifferente per l’ente erogatore che si accerti la sussistenza dei presupposti di un diritto previdenziale azionatale nei suoi confronti, e, quindi, la sussistenza dei presupposti perché esso ente assuma, nei confronti di un ulteriore soggetto, un’obbligazione previdenziale autonoma, ancorché nell’ambito di una erogazione già dovuta (ma ad un unico soggetto), non foss’altro perché le vicende e caratteristiche soggettive dei diversi titolari di autonomi diritti previdenziali, sia pure riferiti ad un unico trattamento di reversibilità, potrebbero diversamente incidere sull’estinzione delle relative obbligazioni”.

6. Ciò premesso deve essere, altresì, ribadito che il difetto del contraddittorio è rilevabile in ogni stato e grado del processo e dunque anche in questa sede di legittimità, con il solo limite del giudicato (cfr. tra le più recenti Cass. nn. 26388/2008 e 9394/2017) e che,ove in sede di legittimità, emerga una violazione delle norme sul litisconsorzio necessario, non rilevata dal giudice di primo grado nè da quello d’appello (che avrebbe dovuto rimettere la causa al primo giudice, ai fini dell’integrazione del contraddittorio), deve disporsi l’annullamento delle pronunce emesse a contraddittorio non integro, con rinvio della causa al primo giudice, ai sensi dell’art. 383 c.p.c., comma 3. (Cass., Sez. U, n. 3678/2009; n. 5063/2010, n. 18127 del 2013, n. 12547 del 2015).

7. Per le considerazioni che precedono, in applicazione dei principi già affermati da questa Corte, provvedendo sul ricorso in esame, deve essere dichiarata la nullità dell’intero processo e in applicazione dell’art. 383 c.p.c., comma 3, vanno cassate entrambe le sentenze di merito e la causa va rinviata al primo giudice anche per le spese.

P.Q.M.

Provvedendo sul ricorso nei sensi di cui in motivazione; dichiara la nullità dell’intero processo; cassa le sentenze di merito e rinvia la causa al primo giudice anche per le spese del giudizio di legittimità.

 


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