Coronavirus, adesso sappiamo che è meno aggressivo

3 Giugno 2020
Coronavirus, adesso sappiamo che è meno aggressivo

Possiamo finalmente dire che esistono prove scientifiche di una versione del Covid che colpisce in modo più blando.

Adesso, si spiega tutto. Il fatto che a Brescia sia stata isolata una variante geneticamente diversa del Coronavirus significa che abbiamo finalmente una risposta alla nuova tendenza che riscontravamo ultimamente: quella di un Covid decisamente più fiacco. Come se avesse meno energie per colpire e, di conseguenza, si manifestasse in forma più blanda e meno pericolosa. Il dibattito ha imperversato fino a ieri, tra chi, nella platea degli esperti, sosteneva che avessimo semplicemente imparato a domarlo meglio e chi, invece, riteneva che fosse proprio diversa la malattia, con una sintomatologia più lieve.

Arnaldo Caruso, presidente della Società italiana di virologia e dirigente del laboratorio di Microbiologia degli Spedali civili di Brescia, ha rilasciato un’intervista chiarificatrice all’agenzia di stampa Adnkronos, a firma di Paola Olgiati, in cui spiega che la variante del Covid isolata a Brescia non è solo “estremamente meno aggressiva“, ma anche “geneticamente molto diversa” e con “mutazioni significative”. In cosa consiste la differenza con il Coronavirus di prima? “Mentre alle varianti più aggressive bastano due o tre giorni per sterminare in vitro tutte le cellule bersaglio a disposizione a questa servono almeno sei giorni soltanto per iniziare ad attaccarle”, ha spiegato Caruso. Il lavoro sarà al centro di un articolo che verrà presto pubblicato dalla stampa scientifica internazionale.

La scoperta è importante, secondo Caruso. Non solo perché consente, finalmente, di dare una base scientifica a una tendenza che riscontravamo senza esserne certi, ma anche perché il professore ritene che possa aprire la strada anche ai cosiddetti vaccini attenuati, specifici per questa forma di Covid più debole. Ricerche future si concentreranno sui motivi della mutazione, anche se la cosa era prevedibile, dice Caruso, non solo perché veniva direttamente osservata negli ultimi casi di persone positive all’infezione, ma anche per l’alto grado di mutabilità dei virus, in generale.

Altri studi più approfonditi serviranno per conoscere meglio la famiglia dei Coronavirus. Nell’ipotesi (malaugurata, ma possibile) di un nuovo ceppo che potrebbe colpirci in futuro. Un domani, infatti, per Caruso, come si legge sull’intervista all’Adnkronos, non è escluso che l’albero genealogico dei Coronavirus possa popolarsi di “altri Coronavirus molto molto simili. Parenti stretti”, si spera non ‘esplosivi’ come il loro capofamiglia. “Staremo a vedere”.



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