Cellule staminali per creare pelle umana

3 Giugno 2020
Cellule staminali per creare pelle umana

La scoperta di un’équipe di ricercatori di Boston.

La grande sfida che, da oggi, sembra ancor più realistica: costruire pelle umana in laboratorio. Un team di ricercatori dell’Harvard medical school di Boston ha scoperto che ci si può riuscire grazie a cellule staminali umane pluripotenti, che sono in grado di formare tessuto cutaneo a più strati.

Una nuova era per la chirurgia ricostruttiva

È, come sempre, una nota dell’agenzia di stampa Adnkronos ad aggiornarci su una delle scoperte scientifiche più recenti e promettenti degli ultimi anni. Di questa innovativa tecnica scientifica ha parlato un articolo pubblicato sulla rivista Nature: per costruire tessuto epidermico queste cellule staminali necessitano di un tempo di coltivazione pari ad almeno quattro mesi. Qualcosa di rivoluzionario, che promette di semplificare e innovare la chirurgia ricostruttiva.

La pelle è un organo complesso e a più strati, coinvolto in diversi processi: dalla regolazione della temperatura alla ritenzione di liquidi corporei, al rilevamento di tatto e dolore. In quanto tale, ricostruire la pelle con tutte le sue strutture – come i follicoli piliferi e le ghiandole sebacee – rappresenta una grande sfida biomedica.

L’esperimento sui topi

Il team di Karl Koehler descrive un sistema di coltura in grado di generare organoidi cutanei da cellule staminali pluripotenti umane attraverso un’attenta ottimizzazione delle condizioni di crescita. Dopo un periodo di incubazione di 4-5 mesi, gli organoidi presentavano distinti strati di epidermide e derma, nonché follicoli piliferi con ghiandole sebacee e circuiti nervosi. Dopo l’impianto sulla schiena di topi immunodepressi, sul 55% degli innesti sono spuntati peli di 2-5 millimetri, a dimostrazione del fatto che gli organoidi sono in grado di integrarsi con l’epidermide di topo e di formare una pelle dotata di peli umani.

Ci sono però ancora diverse domande a cui rispondere prima che questo approccio terapeutico possa diventare una realtà, scrivono Leo Wang e George Cotsarelis dell’University of Pennsylvania, in un articolo di accompagnamento di questo studio. Tuttavia, “il lavoro è molto promettente dal punto di vista della traduzione nella pratica clinica, e siamo fiduciosi che la ricerca alla fine vedrà realizzata questa promessa”.



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